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Venerdì, 04 Dicembre 2020

“Bagnatevi le labbra”. E mise a fuoco…

Buio nella stanza.
Lorenzo era abituato al buio, da ragazzino aveva fatto compagnia al nonno mentre sviluppava le foto, e al padre, prima che si montasse la testa e prendesse una strada parallela. Pure a se stesso quand’era lui a sviluppare.
Il buio diventò penombra appena adattò gli occhi, per il po’ di luce che filtrava dagli spiragli tra le stecche delle persiane. Non aprì la finestra. Si sarebbe espanso il caldo afoso e innaturale di quei giorni di fine maggio. A parte chegli piaceva così, immerso nell’aria oscura e fresca. Sollevò le stecche e guardò di sotto, alla piazza, cinque piani giù. C’era animazione, quasi folla. Ma era presto. Poteva prendersela comoda, riposarsi un po’ sul divano. Dopo aver approntato tutto per il servizio però. Così, piazzò il cavalletto e vi sistemò l’attrezzatura, li spostò a ridosso della finestra e puntò l’obiettivo in direzione del palco deserto. Il colpo d’occhio era perfetto, l’inquadratura la migliore e i colori ottimali. Il lavoro gli sarebbe venuto una bellezza.
L’attesa gli portò i soliti pensieri sulla famiglia. Sul bisnonno Antonio da cui tutto era cominciato. Se lui, Lorenzo, ora era lì, lo doveva al bisnonno. Non s’erano conosciuti. Era mancato molto prima che Lorenzo spuntasse al mondo. Ugualmente ce l’aveva presente, immagini che gli invadevano i sogni, costruite dopo essersi colmato gli occhi delle tante foto rimaste per casa e le orecchie dei racconti ascoltati, leggende ormai. Vi si vedeva bambino attaccato alla sua mano, quasi fossero ricordi affiorati dalla memoria più profonda.
Sì, che fosse lassù in attesa d’immortalare un evento importante, da lì a un’ora, andava ascritto a intero merito del bisnonno. Prima, erano contadini. Lo stesso bisnonno aveva cominciato contadino. Braccianti anzi, tutti i maschi di casa – e raccoglitrici di olive le femmine. Solo padroni di braccia, insomma. Le offrivano alla bisogna, per lavori di zappa, di piccone, di pota degli alberi, di concimazione. La fortuna era giunta assieme a un uomo ben vestito, alto e magro, una paponza di naso, ingombrante da stagliargli un’ombra sulla guancia, e due robusti e impomatati baffi a manubrio di cui attorcigliava le punte con un lavorio tra pollice e indice. Portava una scatola scura con un drappo nero attaccato. Aveva piazzato l’armamentario su un treppiedi. E principiato l’arte, una novità su cui strabiliare: metteva la gente in posa, si curvava, poco meno che a culo a ponte, infilava la testa dentro il drappo, stirava in su il braccio ed esplodeva in simultanea una luce abbagliante e lo scatto che imprigionava per sempre l’attimo di una caduca eternità. Quell’attimo, lo consegnava un paio d’ore dopo, impresso su carta rigida, ai proprietari paganti, e sbigottiti di ritrovarsi lì. Da subito lo chiamarono “il ritrattaro”.
Il bisnonno aveva sedici anni allora e gli stava d’appresso, incantato dallo strumento, magico se era capace di meraviglie simili. Aveva preso a servirlo docile. E quello, vedendolo svelto di comprendonio e agile di mani, decise di portarlo con sé, con la promessa ai genitori che gli avrebbe passato l’arte e dato da mangiare il giusto.
A casa presto lo considerarono un figlio perduto. Lo piangevano talvolta. Invece, ricomparve un mattino piovoso di sei anni dopo. Era diventato un giovane ben messo di fisico e di portamento e aveva con sé scatola, drappo nero e treppiedi uguali a quelli del ritrattaro. “L’ho gabbato” s’era vantato. “M’ha fatto patire la fame, ma l’arte gliel’ho rubata, la so meglio di lui”.
Da quel giorno fu lui il ritrattaro delle esibizioni dei nobili e dei ricchi e delle modeste e rare occasioni possibili ai poveri. Era bravo – pure l’unico nei dintorni con quella professione – e guadagnava bene, in soldi, rispetto e considerazione.
Poteva autorità e fermezza mentre aggiustava i clienti in posa e i loro abiti, mentre mostrava come tenere l’ombra di un sorriso, gli occhi aperti, mentre incitava a restare immobili. Quando li vedeva pronti, si dirigeva frettoloso alla macchina. "Bagnatevi le labbra" erano le ultime parole da sotto il drappo, un paio di secondi – il tempo che finissero d’ubbidire all’ordine – prima dell’esplosione di luce e dello scatto, in simultanea per evitare che s’abbagliassero e uscissero impressi con gli occhi chiusi.
L’asino, il mezzo di trasporto. Più per l’attrezzatura che per il suo peso. Lui, meglio se andava a piedi e conduceva la bestia per la cavezza, a scanso di scarti bruschi che avrebbero potuto danneggiare gli strumenti.
Lorenzo ricordava invece bene il nonno, Lorenzo all’anagrafe, don Renzo fuori. Aveva pensionato la vecchia scatola ereditata dal padre e utilizzava una macchina fotografica che teneva all'altezza della pancia, osservando l’inquadratura sulla testata, mentre con la mano libera teneva il più in alto possibile il flash. Prima dello scatto, aveva curato le pose, ammonito, mimato l’espressione da tenere, la più adatta alla circostanza, aggiustato vestiti, le pieghe dell’abito da sposa, porto il pettine per una ripassata ai capelli. In ultimo, “bagnatevi le labbra” porgeva, con garbo, il muso dolce e il miglior sorriso compiacente se tra i signori, brusco e autoritario se tra i cafoni, le stesse parole del padre, un paio di secondi prima dell’inondazione di luce e dello scatto. Se il servizio era per una funzione funebre, gli competeva sagomare il sorriso al morto, badando di non allargarlo troppo, perché non sembrasse che se n’era andato contento – sarebbe potuta apparire un’accusa alla famiglia per non averlo trattato bene in vita.
Totò, il padre di Lorenzo, accompagnava sempre il nonno, per impadronirsi dell’arte. Un’arte che cresceva veloce. E che presto aveva coinvolto anche il popolino: chiedeva servizi per i matrimoni, non ci rinunciava nemmeno a costo d’indebitarsi, di patire la fame da andare di corpo una volta a settimana o di saziare lo stomaco con le erbe selvatiche che spanciavano la terra, raccolte in campagna di buon mattino, prima che ci arrivassero mani altrettanto bisognose.
I nobili e i ricchi ne facevano largo uso. Per esibizione, per essere al passo con i tempi, per avere ritratti da appendere alle pareti del salone di rappresentanza o dello studio, accanto ai dipinti in campo ovale degli antenati.
Il mezzo di trasporto era diventato un mulo. Senza salirci in groppa, per gli stessi motivi del bisnonno Antonio.
Lorenzo non c’era ancora a quei tempi. Arrivò più tardi, quando il mulo era già stato soppiantato dalla seicento. La guidava il padre. Al ritorno pretendeva lo sterzo il nonno, che non ci sapeva fare granché, ma era a ciò indotto dal liquore trangugiato durante lo sposalizio, gli scivolava in gola più liscio dell’acqua. Non la spuntava: la conduceva Totò, a sua volta con un buon carico alcolico, retto meglio però.
Anche suo padre aveva fatto il fotografo. Anche suo padre aveva sempre avuto qualcosa da aggiustare, la botta del mastro che completasse, pure quando non serviva: il ciuffo ribelle a una signora, un pizzo di camicia a un uomo, o la cravatta che lo strozzava. Anche suo padre estraeva il pettine dal taschino della giacca e sistemava i capelli ai maschi o lo porgeva alle donne perché vi provvedessero da sole. Anche suo padre scattava quando li vedeva composti come meglio non sarebbero potuti essere. Anche suo padre “bagnatevi le labbra” ordinava due secondi prima di procedere, quasi un copione a cui un fotografo, qualsiasi fotografo, non poteva sottrarsi, quasi fosse parte della tecnica, quasi che, a non dirlo, l’immagine non si sarebbe impressa. Anche suo padre azionava in simultanea scatto e flash. Anche suo padre si portava appresso il figlio, lui, Lorenzo, perché apprendesse l’arte.
Lorenzo interruppe i pensieri. Andò a controllare dalle stecche. La folla e il vociare crescevano di pari passo. Il palco però restava deserto delle autorità. C’erano soltanto degli uomini che aggiustavano i microfoni, che attaccavano manifesti con il faccione del politico, che sistemavano sui lati le bandiere. Si stese lungo sul divano. Ancora lo assalì il passato.
Ai suoi la clientela cresceva sempre più. Assieme al rispetto, per la modernità della professione, con il pregio di mantenere le mani gentili al pari di quelle degli uomini di penna. Il nonno, il don davanti al nome, se l’era guadagnato già da giovane, ed era morto da don Renzo. Lo stesso don, di più, sarebbe toccato a suo padre Totò se a un certo punto non avesse ritenuto troppo poca cosa l’arte di famiglia e non avesse spiccato il volo, inseguendo la regia e finendo piuttosto per diventare un tecnico delle riprese sempre a comando, senza mai un sussulto, una fantasia sua, e un fotografo di scarto quando il fallimento romano l’aveva restituito sconfitto al paese. Da fotografo, mai rinunciò al “bagnatevi le labbra” appena nell’inquadratura collimava i personaggi.
Era durato poco. Tra la professione e l’alcol, le due eredità ricevute dal padre, s’era adagiato al secondo, ritrovandosi presto sfaticato e inutile. E fu sempre peggio, più il tempo ch’era imbalsamato da scambiarsi per altri davanti allo specchio. Ogni tanto qualcuno lo incaricava di un servizio, per pietà, per risparmiare, per approfittarsi della debolezza e non pagarlo. Totò vi si barcamenava senza grandi risultati, e senza mai smettere le due parole della tradizione, “bagnatevi le labbra”, sulla sua bocca rese pastose dal bere.
Morì giovane. E morì Totò, senza il don. S’era portato le mani sul petto mentre stava disteso sul letto di casa. Non aveva avuto il tempo di un dolore vero, un attimo c’era, l’attimo dopo no.
Lorenzo allora aveva diciannove anni. Fu suo padre l’unica persona che amò davvero.
Non riusciva a staccarsi da quei pensieri mentre se ne stava in attesa. Pensò che i ricordi erano traccia di sentimenti, di un’anima. Pensò che quattro generazioni della sua famiglia, lui compreso, avevano avuto sempre qualcuno o qualcosa inquadrato, immagini con i due fili della messa a fuoco.
Riguardò di sotto. Mancava poco.
Tornò a suo padre. Gli aveva insegnato il mestiere. E in fondo era merito suo se campava bene, una benedizione del Cielo che un secolo prima fosse comparso in paese quel tipo dai baffi impomatati e a manubrio a portarsi via il bisnonno, altrimenti ora non sarebbe stato lì per uno di quei servizi che gli consentivano di vivere nell’agio, nel lusso se gli andava.
Il vociare di sotto subì un’impennata. Sbirciò. Era pronto. Ebbe nel campo visivo un uomo, elegante, giacca e cravatta, capelli brizzolati e corti, sulla sessantina, sorridente. Un bel personaggio. I suoi antenati sarebbero stati orgogliosi di immortalare un attimo della sua vita.
In tanti gli stavano intorno. Li racchiuse nell’obiettivo, attese che fossero nella posa migliore, mise a fuoco piantando le due tacche ortogonali sull’uomo, nel mezzo della fronte, rivolse un ultimo pensiero di gratitudine al bisnonno e "bagnatevi le labbra" disse forte.
Fu come se quello di sotto avesse sentito, perché sporse un pizzico di lingua e s’inumidì le labbra.
Lorenzo premette il grilletto del fucile di precisione.