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Venerdì, 04 Dicembre 2020

L’acquisto di Masi e una notte concitata

Masi osservava l'isolotto nel mezzo della fiumara che lì, a trecento metri dalla foce, largheggiava la sua acqua bassa – già resa lenta dalle pendenze dolci della Piana – acquisendo dignità di fiume. Osservava e sbavava. Per l’isolotto. Non si Masi osservava l'isolotto nel mezzo della fiumara che lì, a trecento metri dalla foce, largheggiava la sua acqua bassa – già resa lenta dalle pendenze dolci della Piana – acquisendo dignità di fiume. Osservava e sbavava. Per l’isolotto. Non si stancava mai dello spettacolo di quella lingua di terra appena mezzo metro più su del pelo dell’acqua e che divideva il fiume in due rivoli. Era larga una diecina di metri. La lunghezza, sessanta, settanta al più.
Masi aveva preso l’abitudine di sedere di buon mattino sulla sponda di destra, a lato di un fitto canneto, di fronte all’isolotto, dove spartiva gli occhi tra questo e l’impatto, poco più giù, tra le acque dolci di terra e quelle salate del mare – si confondevano, insinuandosi una dentro l'altra senza battagliare, solo la blanda resistenza di lievi increspature, mentre i cefali vivevano uno sconcerto esistenziale, se pesci da accompagnarsi a sarde, alici, gaiole, o a trote e anguille – nel dubbio, e per il dubbio, s'alternavano, risalendo la corrente o nuotando tra le profondità degli spazi aperti. Più in là, all’estremo Sud, l’imboccatura dello Stretto e le coste dirimpettaie, e, quando non se lo inghiottiva la foschia, l’Etna imbiancato e con un ricciolo di fumo in cima. A Ovest, le Eolie parate in fila – tranne lo Stromboli che, superbo, si teneva al suo, in disparte, e a sua volta mandava al cielo fumo a rinforzare le nubi. Una meraviglia della natura. Masi però sull’isolotto s’incantava. E sul ben di Dio ch’era cresciuto sopra: pomodori, melanzane, piante di fagioli, cetrioli, peperoni longarini, da palato, e quelli tondi da fare arrostiti, zucche gialle, altre spinose. Mai, in precedenza, lo aveva visto coltivato. Eppure lo ricordava lì da quando s’era trasferito in una delle case che chiudevano su quel lato il fronte della città – erano ormai sei anni, sei inverni perciò che resisteva alle furie occasionali del fiume, forse ci resisteva da sempre. All’inizio gli aveva destato meraviglia che nessuna piena fosse riuscita a portarselo via, a trascinarlo al mare, a sparpagliarlo terra sui fondali. Poi aveva capito ch’era merito dell’alveo esagerato e delle acque lente da sembrare immobili, ristagnanti, perché smorzavano la forza, e l’impatto era rispettoso.
Il vecchio Carmine ad aver messo su l’orto. S’era sempre dichiarato proprietario dell'isolotto, di una striscia sulla ripa di destra e, di conseguenza, dell’acqua in mezzo. Assicurava d’avere le carte notarili. Non s’erano mai viste. Ma a compare Carmine bisognava credere per fede, a contraddirlo c’era rischio estraesse la lametta rigida affondata in un paio di facce al tempo ch’era verde di anni.
Masi ci era sbarcato nell’isolotto. Andato più che sbarcato, in verità, dato che era bastato attraversare la pisciata d'acqua di luglio indossando gli stivali alti fino all'anca che il vecchio teneva nascosti dentro il canneto. Più che l’orto in sé e i frutti, era l’idea dell’isolotto a piacergli, il lusso da signori che gli appariva possederne uno, va bene, piccolo, d’estate circondato da rivoli non più profondi d’una settantina di centimetri, ma pur sempre una terra con tutta acqua intorno, peraltro tosta se mai s’era fatta sconfiggere dalle intemperie.
Compare Carmine aveva raccolto gli ortaggi e alla fine di settembre s’era arreso alla vecchiaia che avanzava acciaccandolo sempre più e alle insistenze della figlia, ed era andato a svernare da lei a Roma.
Masi non smise di sedersi sulla sponda vicino al canneto e di tenere gli occhi sull'isolotto che resisteva alle levantine, alle piogge, alle piene – quell’anno più carognose del solito – la prova che mai si sarebbe lasciato vincere. Fu per quel pensiero che si convinse a comprarlo, assieme al privilegio a esso appiccicato. Compare Carmine avrebbe venduto, gli anni gli erano progrediti inclementi e qualche parola di disfarsi delle proprietà e di ritirarsi a Roma l’aveva smozzicata un paio di giorni prima di partire. Appena assodata l’idea, Masi ebbe fretta: la stagione da venire doveva essere lui a zappare, seminare, piantare, raccogliere, e pavoneggiarsi padrone.
Telefonò a Roma a compare Carmine. E si fece avanti per l'acquisto.
Un lungo silenzio dalla parte opposta.
Masi s'angustiò e "c'è problema?" chiese apprensivo.
"No, è che si tratta di una proprietà a cui ci tengo" rispose l’altro. Quindi un tira e molla interminabile. Chiusero per tremila euro. Parlarono delle carte. Compare Carmine si disse disponibile a regolarizzare dal notaio, prova, pure questa, che era davvero proprietario. Masi ci rinunciò: costavano. Decisero per una scrittura privata. Le parole di chiusura competerono al vecchio: “una firma mia, una firma vostra, quelle di due testimoni, una stretta di mano e diventate proprietario. Però dovete salire a Roma".
Così fu. Roma capitale, la scrittura privata in bella grafia per mano della figlia di compare Carmine, le loro firme, per testimoni due paesani che vivevano lì e che avrebbero potuto scegliere meglio dato che non fecero che ridacchiare per tutto il tempo e Masi si ritrovò possessore dell’isolotto, della striscia sulla ripa destra e dell’acqua in mezzo.
Una volta ch’era a Roma, pensò di santificare la presenza lì. Non farlo sarebbe stato come scendere al santuario di Polsi e non esibirsi nella tarantella degli uomini. A Roma due erano i modi più consoni: il primo, quello religioso, consisteva in un’occhiata alle finestre del Papa e nella Messa in San Pietro, l’altro, quello laico, e lordo di terra, era andare in cerca di uno di quei viali al buio dove donnine mezze nude, nere da confondersi con la notte, roteavano la borsetta stando intorno a un fuocherello. Scelse il secondo.
Assolto il dovere, non gli rimase che tornarsene in paese. Il treno però era l’indomani. C’era la notte da portare al giorno. I soldi che gli erano rimasti bastavano appena per il biglietto e per una locanda, purché d’infimo ordine, con puzza di latrina e coperte portate a spasso dalle pulci, insomma. Veramente, ci sarebbe stata anche la necessità della cena. Pazienza su questo. Saltava. Non era male digiunare ogni tanto. Magari gli fosse riuscito sempre un pasto al giorno come i cani. Si guadagnava salute.
La conquista di un letto si rivelò complicata: o troppo caro o niente posti. Scartò l’idea di passare la nottata alla stazione. Preferibile la tattica praticata da giovane: un albergo a quattro stelle, una stanza al primo piano, la carta d’identità falsa che mai mancava alla sua tasca –  poteva sempre capitare un’occasione a cui occorrevano mentite spoglie – al mattino la borsa calata dalla finestra nella strada laterale, un “a più tardi” al portiere nell’attraversare l’atrio e via insalutato ospite. Aveva già fatto bocca buona all’idea, quando, nell'ultima pensione, "camere libere non ce ne sono, però un’occasione ce l’ho. C'è un giovane in una stanza, è solo in un letto matrimoniale. Vi do la chiave, al quinto piano. Vi coricate là, al fianco. Lui è informato che, se trovoqualcuno, glielo mando su, cosi domattina spartite la spesa" gli propose il portiere.
Detto, fatto. Certo, la camera stellata era meglio e la pensata sfiziosa, ma si sentiva troppo assonnato per andare in cerca dell’albergo adatto. E salì. Trovò il giovane rannicchiato a feto su un lato. Si spogliò piano per non disturbarlo. Si coricò. Stanco com'era, s’addormentò subito.
Fu svegliato in piena notte da un pianto disperato, e dal freddo che penetrava dalla finestra spalancata. Il giovane "mi butto giù, mi butto giù" diceva tra le lacrime. E faceva la mossa di voler scavalcare il davanzale.
Masi sbiancò più d’una patata sbucciata. Uno che spiccava il volo dal quinto piano avrebbe spiaccicato la vita sul selciato di sotto e sarebbe volato dritto in cielo. Lui invece dritto in galera, ché un paio di precedenti penali se li portava addosso – poca roba, spaccio di denaro falso, truffa, un furtarello, porto di pistola con matrice abrasa – e un po’ di carcere pure, e nessuno avrebbe tolto dalla testa dei poliziotti che non fosse stato lui a scaraventarlo giù. Così, si mise a dissuaderlo. Parole dolci, suadenti, senza avvicinarsi, per evitare che quello si facesse prendere dal panico, gli venisse uno scatto incontrollato e buonanotte al suonatore.
Non ottenne risultati. Ma non smise di ragionarci. “Che t'e successo che non si può riparare? Dimmi, confidati, a tutto si trova rimedio" gli diceva.
Niente. Lacrime più disperate e un altro po' di gamba a cavalcioni sul davanzale.
"Che t'e capitato di tanto grave? Vedrai che s’aggiusta, che ti passa e sarai più felice di prima" insisteva Masi. Sbattendo il muso contro una disperazione inconsolabile.
Ora al giovane un piede pendeva in dentro e l’altro in fuori.
Finalmente, in mezzo ai singhiozzi, uno squarcio accorato: "mi ha lasciato, mi ha lasciato".
"Oh, e per così poco?” sminuì Masi. “Ce ne sono donne al mondo. Sette ne toccano per ogni maschio. Hanno fatto i conti scienziati con la testa tanta. Vedrai che ne trovi una più bella e che ti verrà da ridere quando penserai a questa notte".
L'altro sospirò e "veramente mi ha lasciato… mi ha lasciato lui… il mio ragazzo" liberò timido, a testa bassa. Guizzò gli occhi di un attimo a scrutare le mosse di Masi.
A Masi il pomo d’Adamo era saltato su e giù, a più riprese. Non ci mise lingua.
Il giovane, deluso dalle mancate parole di Masi, rincarò la disperazione. E si mosse come se avesse trovato la stizza di coraggio che gli mancava per lanciarsi nel vuoto.
"Fermo, fermo, discutiamone” s'allarmò Masi, sempre più convinto che sarebbe stato un cadavere a suo carico. Dal carcere, a piedi in avanti se usciva.
"No, mi butto giù, la mia vita non vale più niente". E sembrò lì lì per tuffarsi fuori. Si bloccò pensieroso e "sì, sì… mi butto, mi butto” confermò. Poi “a meno che tu…” aggiunse, con un soffio di voce.
"A meno che io...?" gli fece eco Masi, che aveva capito.
"A meno che tu... Se tu, se io e tu… se noi due…", l'altro, ora elemosinante, con lo sguardo socchiuso, e acquoso di speranza.
Era una storia che Masi raccontava sempre, su richiesta, dimentico d’essere alla centesima replica, forse dimentico ad arte, per non perdersi quei minuti da protagonista. Ogni volta la troncava lì, su quel “a meno che tu…” allusivo e accattivante del giovane, e che lui considerava il giusto epilogo – la carità cristiana a impedirgli di andare oltre. Gli altri però non si rassegnavano alla storia monca.
Merito di Gino, specializzatosi nel ruolo di spalla, se gli si spuntava il finale. Perché, tingendosi il viso a mezzo tra meraviglia, sconcerto e scandalo, colpiva secco, un unico affondo che non lasciava scampo: "Masi, ma non è che tu… che tu e lui...", lasciando sospesa la possibilità che Masi…
Masi, con uno sconcerto che ne voleva dieci di quello di Gino, e in più allibito per la mancanza di cuore, l’insensibilità e il cinismo, "sentilo… ché ora lo lasciavo morire… " ribatteva, mostrando ovvietà. Di fronte al fragore delle risate, raggrinziva la fronte in mille pieghe perplesse.
Sbrigato il lato sentimentale, restava la faccenda dell’isolotto, da cui tutto aveva avuto inizio. Ed era Gino a raccontare, Masi presente, come gli fosse andata male. Al ritorno da Roma aveva alloggiato semi e pianticelle. Pomodori, melanzane, fagioli, peperoni erano cresciuti una bellezza. Masi se li scialava con gli occhi e si vantava con chiunque gli arrivava a portata di lingua d’essere proprietario di un’isola.
Lo tradì una notte di metà luglio, quando i frutti rigoglievano e lui programmava la prima raccolta. Le nubi scaricarono sui piani in montagna un’intera nottata di pioggia. Il fiume gonfiò e schiumò violento. Al piano si acquietò. Ma portava troppa acqua, che nella prima mattinata si presentò alta assai al cospetto dell'isolotto, sommergendolo.
Quando la tempesta cessò e la fiumara riprese ad affidare poca roba al mare, Masi sperò invano di veder ricomparire l’isolotto. Dovette presto prendere atto ch’era annegato.
Masi continua a sedere a bordo del fiume, vicino al canneto. Con gli occhi puntati dove prima aveva la sua isola. Forse immagina che il sogno inabissato prima o poi si tirerà su dal fondale, di colpo. E che lui tornerà padrone della lingua di terra che spartiva in due rivoli la fiumara, del tratto di sponda e dell’acqua in mezzo, la proprietà acquistata con tante firme apposte in fondo a un foglio quasi notarile.