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Giovedì, 09 Luglio 2020

Una vecchia storia: l’Italia fra tradizionale instabilità e perenne necessità di riforme

               È ben noto il carattere “volatile” del voto negli ultimi anni, soprattutto in Europa, ma conviene comunque fare i conti con i sondaggi sul consenso ai partiti.

Ora, gli ultimi sondaggi di uno dei più accreditati istituti in Italia (IPSOS, Corriere della sera del 31 dicembre 2019) ci forniscono i seguenti dati percentuali: Lega 31,5; Pd 18,2; M5S 17,7; Fratelli d’Italia 10,3; Forza Italia 7,4; Italia viva 5,3; Europa verde 1,8; Sinistra italiana - Articolo uno 1,7; Azione (Calenda) 1,5; Più Europa 1,2; altre liste 3,4. Accorpando i voti astrattamente riconducibili al centro-sinistra – come sempre molto frammentato se non diviso (Pd, Italia viva, Europa verde, SI - Art.1, Azione, Più Europa) – si sfiora il 30 %, mentre il centro-destra – chiaramente più compatto (Lega, Fratelli d’Italia, FI) – raggiunge la cifra del 49,2 %.

Lo scarto sembra incolmabile.

L’ago della bilancia, dunque, è ancora il M5S: solo sommandone i voti con quelli del centro-sinistra si arriva al 47,4%, condizione minima per competere proficuamente, dunque realisticamente, con il centro-destra. La distanza elettorale fra destra e sinistra, in questo caso, si riduce e sembra possa dedursi l’impressione generale che il Paese – al di là delle percentuali di scarto che storicamente fanno prevalere ora l’una ora l’altra parte – sostanzialmente resta diviso e, dunque, alla fine ben poco governabile.

Le prospettive sono complicate anche per altri tre fattori:

  • Il M5S è diviso al suo interno e sembra in progressivo crollo (dal 32,7 % del marzo 2018 al 17,7 % del 31 dicembre 2019);
  • il sondaggio ricordato riguarda solo una parte degli italiani: risultano dichiaratamente indecisi e astenuti ben il 42,3 % degli intervistati;
  • anche a voler considerare come buoni e non meramente indicativi i dati riportati, l’attuale sistema elettorale (c.d. rosatellum) è solo in parte proporzionale (63 %), per la previsione di una forte quota maggioritaria (37 %). Ne consegue che, anche prescindendo dalle quote di sbarramento (presenti e future), la mera “somma” delle percentuali ricevute dalle forze politiche italiane nei sondaggi non può essere considerata realmente significativa sul piano elettorale.

In conclusione, se al numero di indecisi e astenuti, oggettivamente altissimo, aggiungiamo il ricordato, crescente, carattere volatile del voto, emerge un quadro politico molto incerto. Troppi interrogativi restano aperti: l’attuale alleanza tattica fra PD e M5S diventerà strategica ed elettorale? Il governo PD-M5S riuscirà ad accrescere i voti di entrambi i partiti o svuoterà il secondo a favore del primo (o viceversa), favorendo in ogni caso l’opposizione, già oggi molto forte? È presto per esprimersi (le elezioni dovrebbero svolgersi nel lontano 2023) e molta acqua deve scorrere ancora sotto i ponti, ma è plausibile – se l’attuale esecutivo non si limiterà a sopravvivere, ma deciderà di governare veramente – che più esso avrà la forza di assumersi responsabilità importanti e fare scelte ragionevoli, più possa ridursi la differenza fra maggioranza (ora debole) e opposizione (ora forte). Alla fine vincerà chi riuscirà a “carpire” il consenso degli indecisi e degli astenuti.

Naturalmente l’incertezza e l’instabilità che caratterizzano la situazione italiana non sono una novità per il nostro Paese – in passato ho parlato, più che di ingovernabilità, di “stabile instabilità” italiana – ma ciò conferma ulteriormente la necessità di un sistema elettorale maggioritario, più che proporzionale (come per esempio, è stato il c.d. mattarellum che ha garantito un’accettabile stabilità dei governi dal 1992 al 2005). L’evidente lezione della storia rende ancora più inspiegabile il fatto che gran parte della nostra classe politica sembra voler continuare a perseverare nell’errore, ossia sembra preferire la palude, il trasformismo e il ristagno politico, rinunciando a formare una chiara maggioranza che, vincendo le elezioni, sia in grado di governare stabilmente per cinque anni.

Ma oltre quella della legge elettorale, da anni si invoca invano anche una riforma costituzionale: numero dei parlamentari a parte, siamo rimasti l’unico Paese al mondo che ha ancora un Parlamento con due Camere che fanno esattamente, e pressoché inutilmente, la stessa cosa; molte Regioni non funzionano o funzionano male e, col regionalismo differenziato, stiamo rischiando una secessione strisciante; manteniamo organi inutili (CNEL), ecc.    

A conti fatti, tout se tient, nell’ordine: riforma elettorale, riforma costituzionale, riforme economiche. Infatti, in assenza di adeguate riforme costituzionali ed elettorali – prodromiche alla formazione di esecutivi stabili e decisi, a loro volta indispensabili per realizzare incisive riforme economico-sociali (necessarie per stare al passo col mercato e l’Unione Europea) – avremo ancora, inevitabilmente, una perenne instabilità e una conseguente, necessaria, funzione di “supplenza” politica da parte degli organi di garanzia: Presidente della Repubblica, Corte costituzionale, Autorità Amministrative Indipendenti, Magistratura. Ma gli organi di indirizzo politico dovrebbero esercitare fino in fondo il loro potere, non lasciando che a occuparsi delle “patate bollenti” (fine vita, Ilva, ecc.) siano – se e quando possono, spesso inevitabilmente con ritardo – gli organi di garanzia.

In conclusione, in assenza di maggioranze e governi solidi, purtroppo l’Italia sarà sempre più politicamente ed economicamente debole e marginale. La mediocrità, ed in fondo la miopia, della classe politica italiana è tutta nella scelta di frenare la formazione di tali governi e maggioranze, nel timore di non poterne farne parte.