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Venerdì, 29 Maggio 2020

Dove va l’Unione Europea: nuova potenza geo-politica o spazio di welfare condiviso?

Provo qui a esporre, in forma divulgativa, un tema affrontato di recente in sede scientificache a me pare decisivo per il futuro dell’Italia e del Vecchio Continente: qual è la “direzione di marcia” che sta prendendo l’Unione Europea? 

Sappiamo tutti che l’opinione pubblica dei 27 Paesi dell’UE (28 se dovesse restare anche il Regno unito) è soggetta a forti pressioni, se non manipolazioni, da parte di forze politiche populiste e sovraniste, le quali – approfittando delle difficoltà economiche in corso – non esitano a fare propaganda nazionalista ed euro-scettica, se non addirittura anti-europeista, imputando ogni male, o quasi, alle istituzioni comunitarie. In questo contesto, o l’UE – con un vero e proprio “scatto di reni” politico, coraggioso e lungimirante – fa uno sforzo per accrescere il processo di integrazione in senso cripto-federale (accrescendo quindi la solidarietà comune) o rischia di implodere, decadendo rovinosamente.  

Dunque ben al di là del c.d. MES di cui ora si discute – viviamo un momento storico di “svolta” per l’evidente necessità che l’UE ha di riformare le sue istituzioni non solo, come da sempre si dice, in senso più democratico e federale. Occorre che l’Unione decida con chiarezza qual è la sua “visione” ideale del mondo, il suo reale progetto di sviluppo di lungo periodo, indicando gli obiettivi effettivamente prioritari della sua politica. 

E qui emerge una pericolosa incertezza, se non contraddittorietà, dei gravosi programmi messi in cantiere dall’Unione, di cui però – incomprensibilmente mi pare si parli ben poco 

Da un lato, l’UE punta – soprattutto con il c.d. PEDS (Pilastro Europeo dei Diritti Sociali) – a rafforzare, almeno teoricamente, il Welfare comune. A tal fine la task force di alto livello – presieduta da Romano Prodi e Christian Sautter – sugli investimenti in infrastrutture sociali in Europa ha riconosciuto che servono 100 (se non 150 miliardi) di euro l’anno per istruzione, sanità, ERS (Edilizia Residenziale Sociale). Inoltre, ha ammesso che, vista l’entità delle risorse necessarie per costruire scuole, ospedali e case – per tutti e a buon prezzo – bisogna cercare di coinvolgere capitali privati (prestiti, garanzie…). Perciò, la tabella di marcia «ipotizza» nel 2022 il lancio di una European Social Infrastructure Agenda, cui «dovrebbe» far seguito un nuovo Public-Private Fund for Social Investment. Ma purtroppo: a) la Brexit ha costretto a ridurre le risorse del FERS (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) e del FSE (Fondo Sociale Europeo); b) solo il 4 % del EFSI (European Fund for Strategic Investment), strumento finanziario del piano Juncker, è stato destinato a finanziamenti per infrastrutture sociali. 

Da un altro lato, invece, l’UE prima ha stanziato 90 milioni di euro per la Preparatory Action destinati alla ricerca militare pura; poi ben 500 milioni di euro per il c.d. sviluppo capacitivo militare e ora – nel prossimo bilancio settennale 2012-2027 – farà partire l’EDF (European Defence Fund) per il quale sono stati stanziati cifre di tutto rispetto: 13 miliardi di euro (4,1 miliardi per il finanziamento di progetti di ricerca e 8,9 miliardi per lo sviluppo capacitivo: messa a punto di prototipi, ecc.). A tale finanziamento settennale vanno aggiunti 6,5 miliardi per la mobilità militare (strade, trasporti, ecc.). Insomma, si veleggia sull’imponente cifra di 20 miliardi di euro, per accedere ai quali occorre l’adesione ad iniziative di ricerca e produzione militare da parte di almeno 3 Paesi UE (ciò evidentemente per evitare che il direttorio franco-tedesco faccia la parte del leone nell’accesso ai fondi). Inoltre E. Macron ha voluto istituire il 25 giugno 2018 un ente apparentemente di ausilio sia alla PESCO (Cooperazione Strutturata Permanente nel settore della Difesa) che alla NATO volto a dar vita a una rapida “forza d’intervento comune”: l’EI2 (European Intervention Initiative), cui aderiscono 13 Paesi UE (compresi UK e, da poco, l’Italia). In questa direzione vanno gli impegni assunti anche dall’attuale Presidente della Commissione europea Ursula von Der Leyen. Va rimarcato che cifre già così imponenti (20 miliardi di euro per la difesa) sono facilmente destinate a raddoppiarsi, in quanto al momento sono solo prodromiche a quelle successive, non meno cospicue, di “acquisto” – da parte degli Stati beneficiari dei finanziamenti – del materiale bellico frutto della ricerca militare promossa.  

Si tratta, mi pare, di una precisa scelta politica” ben poco coerente con gli impegni prima enfaticamente assunti, sempre in sede UE, su altri fronti ed in particolare in tema di Welfare e di PEDS. Non è demagogico chiedersi: come giustificare quest’impegno finanziario così gravoso di fronte alla necessità, prima segnalata e non meno impellente, di costruire case popolari, scuole e ospedali, fruibili a tutti i cittadini europei (a maggior ragione delle aree depresse) a prezzi accessibili? Purtroppo, o per fortuna, le attuali disponibilità finanziarie dell’UE non bastano per far tutto.  

Spesso si dice che l’UE è un gigante economico/commerciale, ma un nano politico-militare. In parte è vero ed è quindi comprensibile che essa voglia garantirsi un’autonoma capacità di difesa anche rispetto al potente alleato americano, sempre più distaccato e impegnato in guerre commerciali con il resto del mondo, Europa compresa. Maalmeno ad avviso di chi scriveper essere grande l’Unione Europea (16/18 trilioni di dollari di PIL potenziale, contro i 20 degli USA e i 12 della Cina) non ha bisogno di diventare un “super Stato”, né una “potenza militare”. 

Di conseguenza, se davvero l’UE volesse perseguire una svolta politica più chiaramente federale, perseguendo entrambi gli obiettivi, dovrebbe subito aumentare le risorse del proprio bilancio, al momento ridicole rispetto al peso economico dei 27/28 Paesi membri. 

Se non avrà questo coraggio, bisognerà che l’UE rinunci a promuovere "know how" militare e invece allenti i vincoli nazionali di pareggio di bilancio a favore (non delle spese militari, ma) degli investimenti sociali nazionali. In tal modo, almeno, cercherà di valorizzare welfare e diritti sociali, non perdendo la sua "anima" e proponendo al mondo il c.d. modello sociale europeo, intrinsecamente alternativo alla politica “muscolare” degli altri poli/attori geo-politici mondiali (USA, Cina, Russia…)