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Mercoledì, 23 Settembre 2020

«La politica come professione»: più problema che soluzione

«Vi son due modi di rendere la politica una professione. Si vive “per” la politica, oppure “di” politica. Non si tratta menomamente di un’alternativa. Anzi, di regola si fa l’una e l’altra cosa approfittare del predominio politico anche «Vi son due modi di rendere la politica una professione. Si vive “per” la politica, oppure “di” politica. Non si tratta menomamente di un’alternativa. Anzi, di regola […] si fa l’una e l’altra cosa […] approfittare del predominio politico anche per […] privati interessi economici […] tutte le lotte tra i partiti non avvengono soltanto per fini obiettivi, ma soprattutto per la ripartizione/spartizione degli incarichi […]

il sociologo Max Weber La sua opera più famosa è “L'etica protestante e lo spirito del capitalismo” . Il sociologo Max Weber La sua opera più famosa è “L'etica protestante e lo spirito del capitalismo” .


dal tempo dello Stato costituzionale e soprattutto della democrazia, il “demagogo” è il tipo del capo politico in Occidente […] I seguaci del partito, specie i suoi funzionari ed imprenditori, dalla vittoria del loro capo si attendono evidentemente un compenso personale: impieghi o altri vantaggi […] Essi si ripromettono soprattutto che l’efficacia demagogica della personalità del capo conquisti al partito, nella lotta elettorale, voti e mandati, e perciò potere, aumentando così il più possibile le probabilità dei suoi seguaci di conseguire il premio sperato […] Al di sopra del parlamento vi è quindi il dittatore  sostenuto da un plebiscito di fatto, che trascina dietro di sé le masse per mezzo della “macchina” e per il quale i parlamentari  sono semplicemente della gente che guadagna con la politica e si mette al suo seguito».
Chi scrive? Un grillino? Un esponente di Tsipras? Un intellettuale della minoranza del Pd? No. Come avrà capito subito il lettore più smaliziato e con buona memoria, ho soltanto riportato alcuni frammenti sparsi di una ben più ampia e complessa riflessione di Max Weber sui politici professionali e sul potere carismatico. E Weber scriveva quasi un secolo fa: nel 1919, in un famosissimo saggio chiamato non a caso Politik als Beruf (“La politica come professione”)! Pure, a me sembrano considerazioni di stupefacente attualità – non molto è cambiato da allora – a conferma del fatto che rispolverare i classici serve sempre.
In particolare amareggia il fatto che ancor oggi molte, anzi troppe, persone non vivano “per” la politica, ma proprio e semplicemente “di” politica. Non si tratta dunque di professionisti “prestati alla politica”, ma di professionisti “della politica”. La cosa emerge in modo ancor più evidente nelle elezioni amministrative locali, dove il trasformismo, il trasversalismo e il riciclaggio di persone che vogliono disperatamente essere elette, o rielette, a tutti i costi – magari salendo sul carro del presunto vincitore – lascia interdetti.

/ Il sociologo Max Weber (Erfurt, 21 aprile 1864 – Monaco di Baviera, 14 giugno 1920). Il sociologo Max Weber (Erfurt, 21 aprile 1864 – Monaco di Baviera, 14 giugno 1920).


Fateci caso: naturalmente i nostri politici hanno tutti, o quasi, qualche vago titolo di studio, o del tutto spacciato/inventato (è successo, ma lo scandalo è durato poco), o racimolato/comprato in fantomatiche e improbabili università straniere (è successo, senza vero scandalo), se va bene preso presso università telematiche (è successo, ma purtroppo la cosa proprio non fa scandalo), o infine anche acquisito regolarmente. Tuttavia al titolo – dott., sindacalista, giornalista, avvocato, ecc. – assai di rado corrisponde una reale attività professionale, ossia consolidata, seria, continuativa e quindi davvero remunerativa, del politico.
Sembrerà forse demagogico, ma davvero penso che per molti politici italiani, non più solo meridionali, ci sia semplicemente il problema di “sbarcare il lunario” e la politica si riveli uno sbocco allettante e relativamente facile. Perché? Perché, al di là degli stipendi (e dei vitalizi), comunque permette di accedere al danaro pubblico, di trarne temporanei ma cospicui vantaggi anche per i tempi in cui non si sarà rieletti e dunque non si potrà più vivere “di” politica (ma si vivrà di rendite derivanti dall’impegno politico).
In un momento come questo – di crisi economica profonda e quindi di altissimi tassi di disoccupazione – l’idea che alcuni furbescamente risolvano il problema della disoccupazione arrangiandosi grazie (e attraverso) la politica, non fa che allontanare la gente comune dai partiti, dalla stessa politica fino, a lungo andare, persino minare la credibilità delle istituzioni dove la politica è di casa.
Per ovviare al fenomeno piuttosto diffuso cui qui si accenna – tristemente noto (ancor prima del saggio di Weber) e che chiamerei icasticamente del parassitismo politico – per disperazione si è pensato anche di ripristinare l’antichissima idea di chiamare ad incarichi politico-istituzionali semplici cittadini “estratti a sorte”. Ma certo il sorteggio, per la sua natura non democratica, non è la soluzione.
Max Weber la politica come professione copertina libroNemmeno è una soluzione scavalcare gli (ormai pressoché inesistenti) apparati dei partiti, affidandosi direttamente al leader carismatico: in tal modo si svolgono elezioni democratiche, ma esse si riducono a un plebiscito personale per questo o per quello, come del resto è accaduto, e sta accadendo, in Italia negli ultimi decenni. L’effetto, paradossalmente, è appunto quello di rafforzare una classe politica fatta di “truppe cammellate”, elette per svolgere le funzioni di servi-funzionari del leader, non conta che sia imprenditore/proprietario – o vincitore delle primarie – del partito. Il netto orientamento volto a cancellare il voto di preferenza, che pure presenta aspetti positivi (riducendo corruzione e clientelismo), ratifica proprio questo status quo.
Che fare? Potrei rispondere comodamente come tecnico, da giurista: occorre tagliare tutte le spese inutili della politica (e sono molte),ridurre al minimo indispensabile i poteri della classe politica (lasciando alla società civile, in nome del principio di sussidiarietà, il più ampio spazio), tagliare le remunerazioni dei politici (spropositate), mettere un tetto ai mandati elettorali (per impedire incrostazioni di potere), estendere le cause di incandidabilità, ineleggibilità e incompatibilità, ecc.
Si tratta ovviamente di cose indispensabili, e in minima parte già in corso, ma non bastano, se non sono “sentite” come giuste, ossia se non diventano comportamenti virtuosi diffusi (best practice).
Non è quindi ingenuo, ma solo intellettualmente onesto, dire che occorre anche recuperare/riscoprire l’idea classica di politica, quindi la sua originaria funzione spirituale di servizio, legata ai concetti di interesse generale e altruismo. Del resto, “ministro” significa servitore: l’incarico (onore) ha un senso solo se comporta l’assunzione un carico (onere). Ciò significa che, esattamente al contrario di quanto si pensa, la politica non è una vocazione per chiunque, dunque per molti, ma solo per pochi, presupponendo un alto senso civico, il quale a sua volta esige lunghissimi processi formativi di massa, affinché i governati scelgano oculatamente, e non demagogicamente, i governanti. In questo senso, e solo in questo senso, la politica è una “professione” per pochi, nell’accezione latina di “vocazione” (professio). Insomma, chi intende dedicarsi alla politica dovrebbe farlo non per necessità (avendo già un mestiere, un lavoro, e quindi un minimo di competenze), ma per autentica vocazione alla “cosa pubblica”.
Si tratta poi di prendere le distanze dal cinico pessimismo di Machiavelli – secondo cui vanno lodati i cittadini  che «pongono la grandezza della loro città più in alto della salute della loro anima» – ma anche di rigettare il cupo realismo dello stesso Max Weber il quale, analogamente, ritiene che «il mondo è governato da demoni e chi si immischia nella politica, ossia si serve della potenza e della violenza, stringe un patto con potenze diaboliche […] non è vero che soltanto il bene possa derivare dal bene e il male dal male, bensì molto spesso il contrario».
Invece, diversamente da quanto sostengono i due grandi pensatori: 1) la violenza in re ipsa è bandita dalla democrazia parlamentare (dove appunto “si parla”); 2) il principio che “il fine giustifica i mezzi” è, per ciò stesso, inaccettabile in uno Stato costituzionale (dove il fine supremo è sempre la dignità della persona umana); 3) chi si dedica alla politica dovrebbe farlo “solo se” non ha interessi privati da difendere (pena il c.d. conflitto di interessi, ossia il venir meno della stessa politica, chiamata a tutelare gli interessi pubblici). Non comprendere questi principi semplici, elementari, quasi banali, di ogni etica pubblica costituzionale è la causa di tutti i nostri mali attuali.
Per questo la «politica come professione» continua ad essere il problema e non la soluzione.