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Mercoledì, 23 Settembre 2020

Per favore: più “fatti”, meno parole

Qualche anno fa – mentre con altri colleghi eravamo faticosamente impegnati, con accese discussioni, nella redazione della bozza dello Statuto della Università Mediterranea – girava fra alcuni di noi, in forme piuttosto clandestine, la seguente tabella intitolata significativamente ed emblematicamente Qualche anno fa – mentre con altri colleghi eravamo faticosamente impegnati, con accese discussioni, nella redazione della bozza dello Statuto della Università Mediterranea – girava fra alcuni di noi, in forme piuttosto clandestine, la seguente tabella intitolata significativamente ed emblematicamente “Proporzioni”:







































Teorema di Pitagora 24 parole
Padre Nostro 66 parole
Principio di Archimede 67 parole
Dieci Comandamenti 179 parole
Dichiarazione di Indipendenza USA 1.300 parole
Costituzione USA (con emendamenti) 7.818 parole
Costituzione italiana (con disp. trans. e  fin.) 10.145 parole
Nuovo Statuto dell’Università Mediterranea 15.431 parole
Regolamento Usa sulla vendita del cavolo verza 26.911 parole

Mosè   consegna al popolo d’Israele i Dieci Comandamenti che sono contenuti in 179 parole  mentre il Regolamento Usa sulla vendita del cavolo verza ha avuto bisogno di 26.911 parole. Mosè consegna al popolo d’Israele i Dieci Comandamenti che sono contenuti in 179 parole mentre il Regolamento Usa sulla vendita del cavolo verza ha avuto bisogno di 26.911 parole.


Che dire? E’ a dir poco emblematico che manifestazioni alte del pensiero, e quindi del linguaggio umano, anche ispirato – come il Teorema di Pitagora e il Padre nostro, sulla cui importanza non possono sorgere dubbi – contino solo 24 e 66 parole, mentre il Regolamento Usa sulla vendita del cavolo verza comporti lo “sbrodolamento” di ben 26.911 parole, al pari del resto di gran parte dei regolamenti e delle direttive dell’Unione Europea. Poco consolante, all’epoca, era il fatto che noi della Mediterranea, nella redazione della nostra piccola carta fondamentale, fossimo solo penultimi in questa singolare graduatoria.
Al di là di ogni facile ironia, e auto-ironia, la questione cui qui si accenna è ancor più strana se si pensa che, questo, non solo è il tempo della comunicazione “abbreviata” (sms, internet e twitter), ma anche dell’uso di sofisticate tecniche comunicative, fino alla manipolazione tipica della propaganda di guerra: informazione, contro-informazione (smentita) e… persino disinformazione, in tutte le sue forme (dal silenzio stampa alla diffusione di notizie false, ma potenzialmente utili).
In realtà, anche di fronte agli argomenti più complessi e più tecnici, chi veramente li padroneggia quasi sempre, ove occorra è anche in grado di esporli con semplicità e in modo divulgativo, senza tecnicismi, prolissità e verbosità.

Per il suo Teorema, Pitagora ( il busto in   bronzo della foto è una  copia romana di un originale greco del IV secolo a.C., Napoli, Museo Archeologico Nazionale)  ebbe bisogno di 24 parole. Per il suo Teorema, Pitagora ( il busto in bronzo della foto è una copia romana di un originale greco del IV secolo a.C., Napoli, Museo Archeologico Nazionale) ebbe bisogno di 24 parole.


Paradossalmente potrebbe dirsi che la capacità di sintesi (non di semplificazione) è propria solo di chi conosce davvero bene la materia.
Di più: la chiarezza di un’idea sembra inversamente proporzionale alla quantità di parole usate per spiegarla, per cui chi ha le idee chiare, di solito scrive e parla chiaro (e viceversa), senza disperdersi in inutili profluvi di parole.
Il principio vale sempre, anche in campo religioso. I quattro Evangeli non sono lunghi e comunque Gesù – che certo non difettava di profondità –  era chiaro, diretto e semplice («la vostra parola sia si, si; no, no»). Non a caso parlava in parabole. E preferiva i fatti alle semplici chiacchiere («Non chi dice: Signore, Signore, entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre Mio ecc.»). I documenti del magistero ecclesiastico, invece, sono spesso complicati, prolissi e caratterizzati da un linguaggio specialistico (c.d. ecclesialese). Non è un caso che l’attuale successo di Papa Francesco risieda anche nella sua scelta di parlarepoco e con il linguaggio dei semplici, perché in fondo l’essenza del messaggio che deve trasmettere (Buona Novella) è semplice.
Cambiando “campo linguistico” – da quello religioso a quello giuridico – la necessità di evitare prolissità e verbosità non cambia.  E’ paradossale che, per esempio, forse non sappiamo nemmeno quante esattamente siano le leggi italiane, almeno quelle realmente vigenti ed effettive (osservate), visto il profluvio di norme e disposizioni che si accavallano giornalmente, senza contare le fonti comunitarie, internazionali e regionali. Soprattutto le leggi italiane, specialmente quelle regionali, e in particolare delle Regioni meridionali, sono spesso “astruse”, veramente di difficile comprensione, in qualche caso – debbo confessare – anche per gli addetti ai lavori. Ciò accade, di solito, proprio quando non v’è chiarezza negli obiettivi da raggiungere o, peggio e all’opposto, v’è l’intento di occultare – fra molte disposizioni normative secondarie –  il vero scopo della legge, su cui è bene non indugiare, celando indicibili interessi privati o comunque di parte.

Quando Antonio Segni diede incarico a Moro (foto) di costituire il Governo  (1963/1964),  quest’ultimo elaborò un  programma  vasto a tal punto che  il presidente del Senato Cesare Merzagora lo  ribattezzò, parafrasando Gramsci,  “Brevi cenni sull'universo”, considerato che l’intento di Moro era quello di occuparsi di tutti e che ogni questione era definita prioritaria. Quando Antonio Segni diede incarico a Moro (foto) di costituire il Governo (1963/1964), quest’ultimo elaborò un programma vasto a tal punto che il presidente del Senato Cesare Merzagora lo ribattezzò, parafrasando Gramsci, “Brevi cenni sull'universo”, considerato che l’intento di Moro era quello di occuparsi di tutti e che ogni questione era definita prioritaria.


Per questo spesso risultano viziate di illegittimità costituzionale proprio le leggi più lunghe, quasi sempre anche le più contorte o meno chiare.
È la classica questione del c.d. drafting legislativo.
Ma non dissimile è, in fondo, lo stesso linguaggio della politica e quindi dei politici. In passato A. Forlani, e poi il suo delfino P.F. Casini, si “vantavano” di potere parlare «per ore con i giornalisti senza dire nulla». In effetti, il linguaggio di buona parte della classe politica troppo spesso è, tuttora, approssimativo e semplificatorio, ma anche e contestualmente verboso, prolisso e inconcludente, quando addirittura non è sgrammaticato. Gli esempi sono così numerosi che c’è solo l’imbarazzo della scelta: da ultimo penso all’on. A. Razzi (che sembra abbia proprio difficoltà a parlare semplicemente in italiano) e a un giovane deputato del M5S (che ha iniziato un suo discorso profferendo le seguenti parole: «Sarò breve e circonciso…»). Insomma, siamo all’inverosimile e al grottesco. Pure è così.
Fortunatamente è finito il tempo in cui i segretari dei grandi partiti politici potevano permettersi il lusso di leggere colte relazioni congressuale di centinaia e centinaia di pagine, per ore e ore, magari nel caldo di un’aula sovraffollata: i «brevi cenni sull’universo» di gramsciana memoria. Oggi l’elettorato tende a giudicare la classe politica non per quel che “dice”, ma per quel che “fa” (e giudica anche come e quando lo fa… se lo fa). Insomma, per quanto la politica-spettacolo e la propaganda imperversino, i politici sono e saranno sempre più giudicati dai fatti, non dalle parole.
Per la verità alcuni politici più giovani e smaliziati (M. Renzi in particolare) sembra che abbiano capito, almeno in parte, l’antifona e – pur non riuscendo sempre ad esser sintetici – almeno cercano di parlare in modo semplice e comprensibile ai più, non esitando persino a proporre temerari crono-programmi. Al di là del vantaggio politico-elettorale, si tratta di una preoccupazione corretta, potendosi considerare ispirata ai principi di democraticità e responsabilità politica.
mafaldaIn genere ciascun operatore sociale – il politico (in conclusione della presentazione di un disegno di legge o comunque di un atto normativo), il docente universitario (alla fine della stesura di un saggio o di una lezione), l’ecclesiastico (dopo un sermone o la redazione di un documento magisteriale), il giornalista (prima di consegnare il pezzo per la stampa), ecc. – dovrebbe porsi un paio di domande: 1) avrei potuto fare – invece di dire – qualcosa di più?; 2) comunque avrei potuto dire/scrivere le stesse cose “meglio”, in modo più semplice e comprensibile, con meno parole e quindi senza inutili prolissità? Se la risposta è si, ci sono ancora margini per cercare di porre rimedio al problema, nel futuro. Chi scrive, per esempio, ne è dolorosamente consapevole. Se la risposta è no, visto che invece tutto si può sempre migliorare, purtroppo la malattia è inguaribile.
Alla fine, la richiesta è la stessa per tutti: «per favore, più “fatti” e meno parole!».