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Mercoledì, 23 Settembre 2020

Cresce la ricchezza ma non la qualità della vita. L’indice di felicità che il “Pil” ignora

E’ ora di smetterla di considerare l’importanza di un Paese, di una Regione o in genere di una comunità sociale, semplicemente sulla base del PIL: il prodotto interno lordo. Per immaginare gerarchie e stilaregraduatorie, il PIL – e quindi la forza economica – è certamente uno dei fattori da prendere in considerazione, ma non l’unico per capire la bontà di un modello sociale.

Nella foto del primo piano Napoleone Bonaparte e la disastrosa campagna di Russia del 1812. Nella foto del primo piano Napoleone Bonaparte e la disastrosa campagna di Russia del 1812.


In questo senso, nella valutazione comune dell’importanza di un Paese, v’è un nesso – una sorta di analogia nell’errore – fra potenza economica e potenza militare. Come per il PIL, ordinariamente “si misura” la potenza militare di un Paese sulla base di dati meramente quantitativi, non senza cadere talvolta nel surreale, anzi nel grottesco: per esempio, ai tempi della “guerra fredda” gli USA erano considerati più forti dell’URSS perché – pur avendo all’epoca, entrambi gli Stati, armi nucleari sufficienti a distruggere più volte il mondo – gli americani ne possedevano “di più”. Oggi, dopo l’attentato alle torri gemelle di New York del 2011 e la drammatica presa d’atto di un nuovo tipo di guerra (c.d. asimmetrica) legata al terrorismo, ben pochi commetterebbero lo stesso errore. Come ormai ben sanno gli esperti di geo-strategia, certo non è il solo il possesso di armi NBC (nucleari, batteriologiche, chimiche) a fare la differenza. Del resto, le esperienze belliche più recenti confermano il dato: si pensi alla grandeur francese messa in ginocchio nel 1954 a Dien Ben Phu dai poveri contadini dell’Indocina o, per restare in Vietnam, alla stessa sconfitta americana (1973), o da ultimo e nel lungo periodo, alla sostanziale inanità delle più importanti forze armate occidentali – pur dotate dei più sofisticati armamenti – nei conflitti in Iraq (dal 2004 ad oggi) e in Afghanistan ai giorni nostri. Senza indugiare su chi avesse ragione e chi torto, colpisce il fatto che tutti i potenti della terra hanno solo vittorie iniziali (basti pensare a Napoleone che trionfalmente arriva alle porte di Mosca…prima della tragica ritirata): c.d. “vittorie di Pirro”. Si conferma invece che, nel lungo periodo e contro ogni previsione, alla fine – diciamo così – Davide vince su Golia.
Bisognerebbe quindi riflettere sulla relatività del tradizionale concetto di potenza militare e infatti i più saggi, a cominciare da Gandhi, hanno molto insistito sulla priorità delle tecniche non violente di resistenza individuale e sociale. E le esperienze “non violente” del Mahatma in India (nel 1947), del popolo danese durante l’occupazione nazista (1940-45), di di Solidarno?? e Lech Wa??sa in Polonia (1980-89), di Corazon Aquino nelle Filippine (1986), di Nelson Mandela in SudAfrica (1991), della rivoluzione del gelsomino in Tunisia (2011), ecc. confermano che le tecniche non violente sono le migliori.
Considerazioni non dissimili a quelle sulla forza militare possono farsi sulla forza economica: anche in questo caso le forme tradizionali di “misurazioni”, da cui discendono le solite graduatorie di importanza, a un’analisi appena più approfondita chiaramente si sono rivelate insufficienti.

Davide con la testa di Golia è un dipinto a olio sutela (125x100 cm) realizzato tra il 1609 ed il 1610 dal pittore italiano Michelangelo Merisi da Caravaggio. Davide con la testa di Golia è un dipinto a olio su tela (125x100 cm) realizzato tra il 1609 ed il 1610 dal pittore italiano Michelangelo Merisi da Caravaggio.


La bontà di un “modello sociale” dipende anche da molti altri fattori: per esempio dall’assetto giuridico-politico (ordinamento costituzionale liberaldemocratico o regimi illiberali), dal ridotto tasso di squilibri sociali (giustizia sociale), dalle potenzialità di inventiva (brevetti internazionali ), dalla disponibilità di cibo, acqua ed aria non inquinati (equilibrio eco-sostenibile), dall’efficienza dei servizi sociali (welfare), ecc. Insomma, il dato quantitativo della pura crescita economica non basta: occorre soprattutto valutare la qualità della vita.
Per intenderci, al solito porto qualche esempio: dopo una sorprendente e vertiginosa rincorsa economica durata vent’anni, la Repubblica popolare cinese sta ora per superare il PIL degli Stati Uniti, ma chi di noi preferirebbe vivere e lavorare in Cina (uno dei Paesi più inquinati del mondo, con una dittatura a partito unico, senza diritti sindacali)? Così pure, sarebbe lecito chiedersi quanti di noi preferirebbero vivere nel piccolo, ma sereno, Stato centro-americano del Costarica (che ha meravigliosi parchi naturali ed è l’unico Stato al mondo senza Forze armate) e quanti invece nella grande e potente, in senso economico e militare, Russia di Putin (che però ha una stampa imbavagliata, una corruzione diffusa e un regime “muscolare”, come confermano la distruzione di Groznyj, i massacri in Cecenia e ora l’annessione della Crimea a danno dell’Ucraina).
Proprio per l’insufficienza del PIL (e della potenza militare) nella valutazione della bontà di un modello sociale, ormai da molti anni l’ONU e gli studiosi stanno cercando di correre ai ripari, proponendo altre “scale di valutazione”, legate piuttosto alla qualità della vita e quindi all’effettivo benessere – welfare – della gente: GNH (Gross National Happiness), NHI (National Happiness Indicator), HLY (Happy Life Years). Per semplificazione, comodità – e con un pizzico di provocazione – mi piace qui parlare genericamente di scala IF: dell’Indice di Felicità di una comunità sociale.
Naturalmente la valutazione della felicità (felicitas) di un popolo è quanto di più difficile si possa immaginare. Si tratta di un esame dai risultati sempre intrinsecamente relativi: tutto dipende dal “contesto” particolare. Al solito qualche esempio, in questo caso su scala individuale, ce lo fa comprendere subito: un semplice impiegato esecutivo che da 1.100 euro al mese passa, per una promozione, a 1600 euro mensili, presumibilmente è più felice di un alto dirigente amministrativo che si vede decurtato lo stipendio da 12.000 a 10.000 euro mensili. Così un miliardario, vecchio e malato, presumibilmente è meno felice di un povero, che sia però giovane e sano. La valutazione della condizione psicologica di felicità, di un individuo e a maggior ragione di un popolo, è quindi ardua, ma non del tutto impossibile ed è su questa strada che, a mio avviso, dobbiamo avviarci.

Gesù e il discorso della Montagna (Matteo). Gesù e il discorso della Montagna (Matteo).


In breve, al di là del PIL, bisognerebbe riflettere anche sul concetto più generale di Welfare o, meglio, di “benessere di una comunità”, tentando di indicizzare l’unica cosa che poi realmente conta nella vita di ogni persona: non l’astratta potenza economica, ma la concreta qualità della vita. Quest’ultima andrebbe presa in considerazione in un senso ancora più profondo di quanto fin qui accennato: tale qualità, infatti, non è data solo dal possesso di servizi e beni materiali, ma soprattutto dalla natura delle relazioni umane, dalle possibilità di accesso alla conoscenza del bene, dalla pace, dalla serenità e dall’equilibrio interiore. Anzi, di fronte ai valori dello spirito, la ricchezza – intesa quale forma di eccessivo attaccamento ai beni – può costituire addirittura un ostacolo al conseguimento della vera felicità (beatitudo).
Ciò emerge con chiarezza cristallina dal costante insegnamento di Gesù («Beati i poveri perché di essi è il regno dei cieli»), di S. Paolo («nihil habentes et omnia possidentes»), di S. Francesco (che ha sposato «sorella povertà»), di Buddha (che combatte il «desiderio» e l’attaccamento ai beni) e di tanti altri maestri dello spirito.
Alla gran parte di noi uomini invece succede spesso, quasi inavvertitamente, di invertire le priorità: abbiamo bisogno, e diciamo di volere, la felicità – che solo dai beni dello spirito, in teoria accessibili a tutti – ci può venire, ma poi ci disperdiamo nella ricerca di beni e soddisfazioni materiali, che sono invece in numero sempre limitato e di difficile accesso, con connessi e inevitabili conflitti sociali. Quando va bene (c’è di peggio), per esempio accade che i più giovani tendano a “vivere per lavorare” piuttosto che “lavorare per vivere” e i più vecchi si riducano a “vivere per mangiare” piuttosto che “mangiare per vivere”. Finiamo così con l’inseguire falsi obiettivi, che qualche volta otteniamo, ma – al di là di qualche effimera e minore soddisfazione (successo, cibo, sesso, droghe, ecc.) – più spesso manteniamo una diffusa inquietudine e insoddisfazione: ci scopriamo quindi alienati e restiamo infelici. Non è un caso che, non sempre ma di frequente, Paesi piuttosto poveri (nei quali, però, c’è molta solidarietà e la gente si accontenta di poco) paradossalmente siano anche molto felici – è il caso del Costa Rica o di Panama – mentre Paesi molto ricchi siano si debbano confrontare spesso con preoccupanti forme di infelicità, per la presenza diffusa di malesseri, depressioni, suicidi, ecc.
Del resto, è noto che – superata la soglia dell’indigenza e raggiunto un certo punto di reddito (che a me piace considerare e definire di “sobrietà”) – alla crescita della ricchezza non corrisponde la crescita della felicità, che anzi diminuisce, come evidenzia lo schema che segue.

rapporto tra reddito e felicità


In fondo, è l’esperienza comune della gente quando afferma che «il danaro non fa la felicità». Parimenti, Platone diceva: «non è povero chi ha poco, ma chi desidera molto». Non si tratta, con ciò, di avere obiettivi modesti («chi s’accontenta gode»), ma semmai di perseguire obiettivi veri e alti. Sicché, invece di desiderare e inseguire il possesso di molti beni, di cui spesso nemmeno abbiamo reale bisogno, dovremmo imparare a ricercare e godere di buone relazioni umane, che sole ci possono dare gioia e quiete.
Insomma: affannarsi a produrre e consumare non basta per vivere bene (PIL). Si finisce così per dimenticare la cosa più importante della vita: vivere davvero, ossia cercare di essere felici e di far felici gli altri (IF).