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Venerdì, 05 Giugno 2020

Nuovo centrodesta. Parla Gianpaolo Chiappetta

IlConsiglio nazionale, con l’intervento del presidente Silvio Berlusconi, ha sancito la fine del PdL e la conclusione di un progetto politico. Quali le sue considerazioni?

Il consiglio nazionale è stato l'appuntamento conclusivo di un percorso lungo mesi e che ha peraltro subito - nel corso delle ultime settimane - un'accelerazione a volte non del tutto controllata, ragionevole, giustificata; è stato a suo modo un appuntamento cruciale nella storia politica italiana degli ultimi vent'anni e nella storia del centrodestra italiano e di tutte quelle formazioni politiche che legittimamente ambiscono a rappresentare i moderati.
Raramente accade che un unico avvenimento politico sia allo stesso tempo, come una sorta di Giano bifronte, l'epilogo di una storia che fu ed il prologo di quella che verrà; il centrodestra, infatti, lungi dall'aver esaurito la sua forza propulsiva e la sua vocazione maggioritaria assume nuove forme, declina nuovi stili, indica prospettive rinnovate e politicamente al passo con i tempi difficili che stiamo vivendo.
Ci siamo battuti fino all'ultimo e fino allo stremo delle forze in un esercizio che mai è stato vano o non adeguatamente considerato e cioè quello di una ragionevole, possibile, necessaria unità; lo abbiamo fatto nella duplice convinzione di riconoscere il valore, la forza e l'importanza di una storia di impegno politico appassionato ed allo stesso tempo per impedire che questa stessa storia fosse successivamente alterata da una lettura parziale, estremistica, giudiziaria.
Naturalmente questo processo politico - che ha anche avuto passaggi emotivamente dolorosi - non poteva e non può essere valutato senza avere quale prioritaria chiave di lettura le esigenze del Paese, la difficile condizione economica e sociale, lo spettro di una crisi rispetto alla quale solo ora è possibile intravedere timidissimi segnali di ripresa; guai a pensare ed immaginare processi politici e scelte di sistema solo con l'unico metro di giudizio rappresentato dalle alchimie parlamentari piuttosto che dagli equilibrismi tattici di ciascuno e di più parti.
Qui era ed è in gioco il Paese, il suo rapporto con l'Europa e la necessità di ribaltare quel fastidioso stereotipo che vede nell'Italia un paese nel quale il proprio sistema politico è incapace di stabilità e di un comune visione dell'interesse superiore della nazione.
Detto ciò è assolutamente chiaro che le scelte di ognuno sono state e sono legittime, ora si apre una nuova fase ed il centrodestra italiano conta su una nuova formazione politica che porta con se i valori della precedente esperienza ma allo stesso tempo valorizza ed esalta approcci, forme e prospettive di nuova e compiuta responsabilità sociale ed istituzionale.

Lei ha avvertito, per evidenti ragioni di coerenza politica ed istituzionale, di rassegnare le dimissioni  immediate da presidente del gruppo consiliare del PdL. Ritiene  che dopo il Consiglio nazionale potranno verificarsi difficoltà per la presidenza Scopelliti?

Sin da quando ho assunto l'incarico di capogruppo del Pdl ho cercato - e sono certo di esservi riuscito - di mantenere un profilo il più istituzionalmente responsabile: è valso nei confronti delle altre formazioni politiche presenti in Consiglio Regionale, ed è valso innanzitutto nei confronti dei componenti del Gruppo rispetto ai quali ho sempre cercato quella sintesi propria di una grande, responsabile e maggioritaria forza politica. Va da se che nel momento in cui la stessa formazione politica si trova di fronte ad una decisione che in qualche modo ne sancisce la fine con una scomposizione anche numerica era d'obbligo trarne le dovute e ragionevoli conseguenze.
Ho rassegnato le dimissioni prima del Consiglio nazionale perché penso che i tempi abbiano in tal senso una logica intrinseca. Quanto alle conseguenze in Calabria e nello specifico per la Presidenza Scopelliti, vorrei essere sufficientemente chiaro: tutti noi abbiamo sempre ragionato in autonomia da processi politici nazionali ed a conferirci la responsabilità di guidare la Regione, nel tentativo di una necessaria e non più procrastinabile modernizzazione, sono stati i calabresi.
A loro ed a nessun altro, abbiamo l'obbligo di riferirci nei percorsi politici ed amministrativi regionali; dal Pdl sono nate due distinte ma non distanti formazioni politiche: logica, ragionevolezza e rispetto per i calabresi impongono che si continui normalmente a governare la Regione ed a raggiungere tutti quegli obiettivi che ci siamo prefissati.
Uno scenario diverso o eventuali fibrillazioni non avrebbero sensate ragioni e soprattutto non troverebbero la comprensione dei calabresi e dei nostri elettori.

Appare in tutta evidenza che, pur nella prospettiva di una coalizione unitaria,  Forza Italia e Nuovo centro destra, sul territorio si ritroveranno alleati ma anche concorrenti. Come pensate di costruire l’organizzazione del neonato movimento e dentro quali riferimenti nazionali ed europei?

Naturalmente ogni formazione politica, sebbene alleata, concorre nella competizione e si rivolge agli elettori con una propria specifica proposta. Da questo punto di vista, oggi, sono evidenti le ragioni di un percorso comune - d'altro canto fino a ieri eravamo protagonisti di uno stesso partito - in futuro, emergeranno invece quelle qualità specifiche e peculiari che rappresentano il tratto distintivo di una forza politica rispetto ad un'altra. Quanto all'organizzazione vorrei dire qualcosa di chiaro, vero perché già sperimentato e corrispondente ad un metodo.
La scorsa estate abbiamo pensato e realizzato un'iniziativa a suo modo unica nel panorama politico regionale:il Pdl in cento piazze. Siamo stati tra la gente per illustrare scelte e provvedimenti di governo, abbiamo declinato i nostri risultati, ascoltato i cittadini e ci siamo confrontati con una Calabria che, al netto di semplicistiche descrizioni, ha voglia di comprendere, valutare, partecipare.
E' un metodo, e dovrà essere quello del futuro Nuovo Centro Destra con una politica lontana da atteggiamenti autoreferenziali ed intenta a crogiolarsi - nel tempo che gli è dato - nell'ebbrezza del potere. La politica è fatica, ascolto, confronto, responsabilità; è quella che immagino io, una formazione politica popolare, istituzionalmente responsabile, capace di sovvertire i luoghi comuni di una classe dirigente poco incline a condividere i disagi e le difficoltà del momento.
C'è spazio per una prospettiva nuova che recuperi integralmente le parole d'ordine ed i valori del popolarismo italiano ed europeo; e penso che amministratori locali e cittadini se ne accorgeranno condividendo e sostenendo questa prospettiva.