Tuesday, 28 September 2021

Don Luigi Ciotti: “Sulla strada, dalla parte degli ultimi”

“Ai calabresi dico che il futuro riparte da tutti noi”: parla Luigi Ciotti. L’annuale “Giornata della memoria e dell’impegno” quest’anno si svolgerà a Firenze il 16 marzo. Alle pendici dei colli Albani, a Frascati, all’interno di un bene confiscato alla “Ai calabresi dico che il futuro riparte da tutti noi”: parla Luigi Ciotti. L’annuale “Giornata della memoria e dell’impegno” quest’anno si svolgerà a Firenze il 16 marzo. Alle pendici dei colli Albani, a Frascati, all’interno di un bene confiscato alla ‘ndrangheta, incontriamo Luigi Ciotti,  una di quelle poche persone che con uno sguardo riescono a scavarti dentro, fino a toccarti l’anima; un uomo che, mattoncino dopo mattoncino, ha contribuito a costruire democrazia e giustizia sociale in un’Italia dall’etica sopita, con il suo stile, la sua semplicità.

Don Luigi Ciotti


Nato a Pieve di Cadore nel ’45, emigra con la famiglia a Torino per la stessa  ragione che nel dopoguerra spinse tanti padri di famiglia ad andare a cercare la speranza e la dignità di un lavoro lontano dalla propria terra.

Sin da piccolo si racconta di un suo carattere deciso e sensibile, ci racconti qualche episodio della sua infanzia?
Frequentavo la prima elementare presso la Michele Coppino di Torino, quando un giorno la maestra mi disse in modo brusco: cosa vuoi, montanaro? Mi sentii umiliato. Allora presi il calamaio da sotto il banco e glielo tirai. La colpì in pieno, e fui espulso subito da scuola. Ricordo ancora la mano del bidello che mi portava a casa mentre piangevo; sapevo di avere sbagliato, ma immaginavo anche la punizione che mi aspettava e mia madre non tradì le previsioni, me la diede sonoramente. Solo anni dopo mi disse: Luigi, io lo sapevo che tu avevi difeso la nostra dignità, però non si fa in quel modo. E poi c’è un altro ricordo  rimasto indelebile nella mia mente. Il regolamento scolastico di allora imponeva a tutti di portare il grembiule. Mia madre andò dalla maestra a dire che non era in grado di comprarmi il grembiule ed il fiocco per quel mese, c’erano pochi soldi e già l’aveva comprato alle mie sorelle. Sai, tu puoi essere povero ma dignitoso, la dignità di andare a dire: guardi, non ce la faccio. Però io ero piccolo e certe cose le coglievo in modo confuso. Mi sentivo diverso, etichettato, al punto che quando qualcuno mi chiedeva dove abitavo, non dicevo che la mia famiglia stava in una baracca dentro il cantiere di costruzione del Politecnico, ma in un palazzo.

Lei definisce  alcune esperienze della sua vita “graffi evidenti”, cosa l’ha  portata a conoscere profondamente gli spaccati dell’umanità più autentica?
Insieme ad alcuni amici avevamo cominciato ad andare sui treni, dove i disperati senza casa cercavano rifugio. Per tre anni ho dormito sui vagoni alla stazione di Porta Nuova con emarginati, drogati, alcolizzati. In quelle gelide notti ho imparato, appena ventenne, ad intercettare le domande mute negli occhi dei miei compagni di viaggio. A volte la mattina eravamo così stanchi che il treno partiva e ci ritrovavamo a Chivasso. Passavano i controllori e ce la davamo a gambe levate, perché sai, se pretendi di parlare “a tavolino” certi mondi non li capisci… E non ti capiscono. Per me e per i miei compagni queste esperienze di vita erano anche una vera e propria scuola: la chiamavamo “l’università della strada”, il nome che ancora oggi portano le iniziative di formazione sui temi sociali promosse dal Gruppo Abele. Fin da allora, si è trattato di un percorso condiviso: da solo non ce l’avrei fatta a portare avanti tante iniziative. Sono sempre stato convinto che non si debba lavorare da soli, ma insieme, perché è solo il “noi” che costruisce il vero cambiamento.

A fianco degli ultimi, le prostitute, i senzatetto, i tossicodipendenti, per le strade e nelle carceri,  si è  trovato davanti al vero volto di Cristo. Da qui nasce la storia del Gruppo Abele e della sua vocazione?
Terminati gli studi presso il seminario di Rivoli, sono stato ordinato sacerdote dal cardinale Michele Pellegrino – il grande vescovo di Torino che si faceva chiamare semplicemente “padre” – in una chiesa zeppa di “mondo di strada”. Al termine di quella celebrazione non si sentiva volare una mosca; lui guardò tutti quei ragazzi e disse: Luigi è nato con voi, è cresciuto con voi e io ve lo lascio, però affido anche a lui una parrocchia: la strada. Il Gruppo Abele era nato qualche anno prima – era il Natale 1965 – proprio sulla strada, per dar voce a chi non l’aveva, nel tentativo di saldare l’accoglienza con la cultura, per contribuire al cambiamento uscendo fuori dai tradizionali recinti del volontariato sociale. Per noi, ancora oggi, sociale significa persone, significa incontrare le storie di chi sta male, ma anche contribuire a costruire una società più giusta per tutti. L’attuale sede del Gruppo è stata ricavata in una ex fabbrica dell’indotto Fiat lasciataci in eredità da Giovanni Agnelli e con tanto sacrificio ristrutturata: la “Fabbrica delle e”. Da lì diamo impulso a una quarantina fra attività e progetti pensati per dare una mano alle persone più fragili – vittime di dipendenze, sfruttamento, prostituzione, giovani e famiglie straniere, gente senza casa, lavoro e riferimenti – e rimuovere ogni forma di disuguaglianza: dai servizi a bassa soglia agli spazi d’ascolto, dai percorsi formativi alla mediazione dei conflitti.

Il suo  percorso è la parola del Vangelo che si traduce in opere, il potere dei segni che vale più di mille parole. Dal Centro Droga alle comunità, dalla cooperazione internazionale passando per la Lega italiana per la lotta contro l'AIDS (Lila)…Com’è nata Libera?
Già a partire dagli anni 80 avevamo avviato una riflessione sul ruolo della criminalità organizzata. Ci siamo chiesti:  noi continuiamo a dare una mano ai giovani vittime delle dipendenze, alle ragazze sfruttate nella prostituzione, ma chi c’è dietro tutto questo? Dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, insieme agli amici del Gruppo Abele e ad altri, abbiamo sentito il bisogno di dare continuità e progetto all’ondata di ribellione e sdegno che stava attraversando l’Italia. Ecco quindi prima “Narcomafie”, il mensile di approfondimento sui temi della lotta all’illegalità, e poi “Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, nata il 25 marzo del 1995, una storia meravigliosa partita dal basso. Oggi è un coordinamento che riunisce oltre 1600 realtà che in tutta Italia, quotidianamente, combattono la criminalità organizzata e la corruzione attraverso iniziative volte a costruire consapevolezza e corresponsabilità. Perché le mafie si sconfiggono, è vero, con le inchieste e i processi, ma anche con l’istruzione, i diritti e  una maggiore giustizia sociale. Da qui l’impegno per promuovere la legge sull'uso sociale dei beni confiscati alle mafie (legge 109-96), sulla scorta dell’insegnamento di Pio La Torre, l'educazione alla partecipazione democratica, i percorsi sulla legalità nelle scuole e nelle università, il sostegno concreto ai famigliari delle vittime di mafia e l’annuale “Giornata della memoria e dell’impegno”, che quest’anno si svolgerà a Firenze il 16 marzo. E ancora le attività antiusura, le cooperative “Libera Terra” nate sui terreni confiscati ai boss, l’investimento sulla ricerca e l’informazione, attraverso l’Osservatorio “LiberaInformazione” e Narcomafie, l’attenzione alla dimensione internazionale con la rete di Flare – Freedom, legality and rights in Europe. Sono alcuni dei concreti impegni di Libera, che nel 2008 è stata riconosciuta dall'Eurispes tra le eccellenze italiane, e nel  2012 è stata inserita dal “The Global Journal” nella classifica delle cento migliori Ong del mondo.

Dal bene confiscato al bene comune; può darne la definizione?

Molto spesso si ha la tentazione di considerare “di nessuno” ciò che invece è “di tutti”. L’idea di bene comune vuole affermare il principio che quanto appartiene alla collettività va difeso e garantito. I beni confiscati, detenuti illegalmente da pochi, grazie a una legge intelligente e all’impegno dei cittadini tornano “pubblici”, sono restituiti alla gente, è un bellissimo esempio che ripaga del maltolto. Così come la speranza, un “bene comune” o è davvero a disposizione di tutti, oppure perde il suo significato. Ma proprio perché comune, questo bene – bene materiale o immateriale: la giustizia, i diritti, l’ambiente – è affidato ad ognuno di noi. È un impegno attraverso il quale passa l’affermazione della nostra libertà. Ogni coscienza attenta deve essere sentinella di libertà, dare il suo contributo per liberare chi ancora libero non è. Si può essere liberi solo insieme agli altri. Dobbiamo “liberare la libertà” e ciò è possibile solo attraverso un atto di corresponsabilità, senza delegare, senza rassegnarsi. Lo stare dalla cosiddetta “parte giusta” implica che ciascun cittadino si prenda la propria quota di responsabilità nell’impegno comune contro ogni sopraffazione.

A Rizziconi, in un campetto di calcio, insieme a Prandelli ed agli Azzurri, ha avuto modo di dire: “la speranza è un piccolo paesino della Calabria”. Cosa si senti di dire ai giovani calabresi che vogliono vivere nella loro terra?

Ai calabresi, e in particolare ai giovani, voglio dire che il futuro riparte da tutti noi, dalla nostra capacità di presidiare il territorio come cittadini responsabili. La Calabria è una terra meravigliosa, che sta cercando di smarcarsi dalle logiche di violenza e sopruso che troppo a lungo hanno bloccato il suo sviluppo, e questo grazie all’impegno di tante persone oneste: amministratori, imprenditori, educatori, esponenti del sindacato, dell’associazionismo, delle chiese. In quel campetto di Rizziconi, poco più di un anno fa, anche la nazionale guidata da Prandelli ha voluto dare simbolicamente un gran calcio alla ‘ndrangheta, allenandosi su un bene confiscato fatto oggetto di minacce e vandalismi: quel giorno, di fronte a più di mille giovani, abbiamo dimostrato una volta di più quanto valga il potere dei segni contro i segni del potere mafioso. Senza regole il calcio non esiste, e altrettanto accade per la società civile. Dobbiamo avere amore per le regole democratiche che, anche se impongono dei doveri, sono volte a tutelare i nostri diritti. E proprio i diritti, le politiche sociali, l’investimento sull’istruzione e sul lavoro, sono il primo strumento di lotta all’illegalità e alle mafie.