Tuesday, 28 September 2021

Una cannata di vino e carne di vitella per Giasone “u mamau…”

A Giasone la zappa era diventata pesante. Lo zappone, figuriamoci, pesava cinque chili più il manico, manco riusciva a sollevarlo. E non aveva lavoro. Non ce n’era granché in quegli anni in cui la guerra era molto più che un A Giasone la zappa era diventata pesante. Lo zappone, figuriamoci, pesava cinque chili più il manico, manco riusciva a sollevarlo. E non aveva lavoro. Non ce n’era granché in quegli anni in cui la guerra era molto più che un faticoso ricordo. Per lui non ce n’era affatto, non riempiva l’occhio, era una canna al vento, uno spettro d’uomo con carne niente e muscoli nemmeno, con i passi acciaccati, il fiato in affanno.
Così, tra la forza che gli difettava e l’indolenza che gli apparteneva da sempre, a poco più di cinquant’anni era diventato civile, di piazza.
africoSi trascinava cadente avanti e indietro lungo le strade del centro, il viso una maschera scheletrita, grinze di pelle vuota come i canali rinsecchiti di mastro Gino sul collo, i suoi per vecchiaia, e gli occhi che, più smagriva, più gli emergevano dalle orbite, più lo allampanavano. Era insomma talmente brutto che lo schivavano alla vista, faceva smuovere i vermi. Finì che le mamme, per invogliare i bimbi a mangiare, minacciavano che a imboccarli avrebbero chiamato Giasone u mamau. Il giorno che aveva avuto certezza d’essere diventato u mamau – abominevole da indurre spavento – se n’era tornato abbacchiato verso casa. Casa… ingiuriavano le case a dire casa la sua, una baracca di legno e lamiere dove d’estate li rosolava il caldo e il tetto in lamiera scricchiolava gemiti contorti e sparava botti e d’inverno vi si insinuava ogni tempo e i fiati non si distinguevano dal fumo delle sigarette con il trinciato, il solo lusso che Giasone si concedeva, quando arrangiava qualche lira, sennò dirottava sulle foglie, secche e sbriciolate, di melanzana o sacrificava il mezzo Toscano di scarto che capitava gli regalasse Turi il tabaccaio, suo sangianni, e che conservava nel taschino della giacca in attesa di un’occasione speciale che meritasse lo spreco o di una voglia impellente. Lungo la strada mortificata del rientro, si specchiò nella vetrina della gioielleria di don Alfonso. E dovette ammettersi che, fosse stato un bambino capriccioso con ritrosie a mangiare, persino la merda si sarebbe affrettato a ingoiare se minacciato di vedersi parato davanti quel figuro allampanato e cadente che il vetro oscurato gli restituiva.
Strana e complicata, tuttavia, la mente umana. Perché Giasone, nonostante gli mancasse solo la falce per incarnare la morte, sempre scovava qualcuno più derelitto e più spaventevole di lui, che se la passava peggio, per fame, per salute cagionevole, per guai che gli friggevano la testa. E ne provava pena. Trovava insomma conforto e riparo nelle disgrazie altrui, fossero vere o inventate da sé per sentirsi meno derelitto. Ne aveva individuati alcuni tra il popolino. Ma quello che più gli tagliava il cuore era il Signorino, un altolocato che poi signorino non era – riverirlo signorino era considerazione di lignaggio – ché aveva moglie e figli. Il Signorino scialacquava abbondanza e mangiava del meglio, pasta di casa, carne bovina e vaccina, tacchini e polli, prelibatezze varie. Beveva, feste comandate e non, vino di Fumoso, una meraviglia che a Giasone era capitato in un’unica occasione – con un’aringa sotto sale s’era scolata un’intera bottiglia. tanto soddisfaceva il palato. Il Signorino, nonostante un’età più giovane della sua, la bella presenza, la pancia prossima a sgravare, il colorito bianco e rosso da anguria matura, aveva pensieri e preoccupazioni intollerabili e che gli fumiavano dal cervello e acciacchi di qualche malattia terribile che, a incapparci, si fa fretta al destino, se, terminato il pranzo, bello o brutto che fosse il tempo delle sue giornate oziose, sedeva sul balcone che affacciava sulla piazza, a muso afflitto, gli occhi dispersi nel vuoto, la mano ciondolata lenta a chi da sotto gli rivolgeva una voce di saluto, un inchino, una levata di coppola, assieme l’inchino e la levata di coppola, grandi tirate dal Toscano la cui nebbia sbuffava dalle gote gonfie verso il Cielo con lui ingrato e, di tanto in tanto, un forno di bocca che richiudeva con uno scatto secco, quasi metallico, simile a un singhiozzo o a uno sbadiglio o a un rutto. Ma non era né singhiozzo né sbadiglio né rutto, Giasone ne aveva certezza: se il Signorino spalancava così le fauci, era per gli spasmi di una sofferenza da sopportare tacendo, per gli acciacchi della malasorte, per il male che gli era germogliato nella pancia. Brutta cosa, chiaro cheera agli ultimi giri, come Mangiasumi che, anni prima, era morto dopo essere stato colto nelle identiche mosse. E negli sbuffi di fumo c’era amarezza per la vita che lo tradiva, c’erano le angustie vorticose e laceranti che non lo lasciavano un attimo, c’era la vana illusione d’espellere i grumi atroci che gli appesantivano i giorni. A chi gli domandava come stesse, “campiamo, percorriamo questa terra finché ce lo concedono da lassù” ribatteva mesto, in quello che sarebbe potuto sembrare uno scongiuro e che invece Giasone riconosceva rassegnazione a un destino vicino a compiersi. Insomma, se a Giasone avessero chiesto di cambiare la sua vita, benché miserevole, con quella del Signorino, agiatezza compresa, cazzi che lo avrebbero fottuto, si teneva la fame, si saziava di borragine e fagioli e pane con farina di carrube piuttosto che gravarsi dei suoi morbi e delle pene che gli popolavano la testa e di cui erano colmi i fiati di fumo. S’impietosì al punto da non passare più dalla piazza nell’ora in cui il Signorino si offriva al balcone e fumava il suo dolore.
Però, venne il giorno che male stette Giasone, non il Signorino, appena dopo aver coniato il pensiero che il Signorino, se avesse superato i caldi, non sarebbe giunto ad assaporare l’autunno. Era giugno, con un venticello che strappava la grana agli ulivi e la svolazzava farfalla bianca nell’aria. Gli si piegarono le gambe, rovinò in terra e non ebbe più forza per tirarsi su. Lo dovettero portare di peso a casa. Dove gli toccò il letto: un tavolato con un ruvido lenzuolo imbottito di paglia scomoda e pungente.
Non lo avrebbero portato dal medico – pretendeva pagato il medico, se non con denaro, con roba di casa – se non fosse stato che, nel vicolo, Santuzza stilettò: “cinquant’anni ha e lo lasciano a morire così”.
Si rivolsero a don Gaspare, che masticava di tutto e aveva amicizie.
Don Gaspare diede un’occhiata a Masino e “qua altro che il medico paesano, qua ci vuole un luminare” decise.
Né la moglie di Giasone né le due figlie avevano capito quel “luminare”. Di luminare, le luminarie della festa di paese conoscevano. Però, se lo aveva detto don Gaspare… Aveva le scuole, don Gaspare, la quinta elementare l’aveva passata una bellezza.
“Conosco un professorone a Reggio” riprese don Gaspare. “Ero morto. M’ha risuscitato da un malattia brutta assai, manco la nomino, a scanso che risorge e infetta qualcuno”.
Così, a Reggio con la corriera andarono Giasone a cui occorse soccorrere i passi, le gambe non lo reggevano, la moglie e la figlia più grande, e Masino, uomo di fiducia di don Gaspare che un po’ d’esperienza di mondo la aveva.
Appena lì, aggiunsero la spesa di una carrozza, con un mulo a trainarla, costava meno. E furono da quello delle luminarie. Che era un medico grandioso lo capirono dal cipiglio serio e dall’imponenza, alto e robusto.
Dopo che lo visitò, chiese alle donne se mangiasse e cosa mangiasse.
“Che volete, popolani siamo, erbe e patate, fagioli, peperoni, un po’ di pane, cibo da poveri”.
“Denutrizione da indigenza” diagnosticò.
Non capirono. E toccò a Masino spiegarla la parola “indigenza”: “indigestione, gli ha fatto male qualcosa, s’è guastato lo stomaco”.
“È debolezza. Non si nutre bene” lo corresse disturbato il medico.
“E che medicina ci vuole?”, la moglie.
“Qua sotto c’è una trattoria. Si accomoda là e si sazia del meglio, quello che gli piace di più. Saranno soldi ben spesi”. Li congedò senza manco pagarsi la visita.
A mezzogiorno in punto, Giasone occupò un tavolo e, siccome era la cura ordinata da un professorone, non lesinò: pastasciutta al ragù, carne di vitella, stocco, un po’ quello crudo e tanto di arrostito, formaggio e salame, una cannata di vino che presto tornò a vetro. Solo il contorno di pomodori schifò. S’abbuffò che gli scoppiava la pancia. E, se prima stentava i passi per le ginocchia cedevoli, ora per l’ingombro da sazietà.
Sedette su una sedia là davanti. La mano gli andò al trinciato, dopo una mangiata di quella portata ci voleva una sigaretta. Si ricordò del mezzo Toscano nel taschino, tenuto per le grandi occasioni. Quale migliore di questa? Mai gliene sarebbe capitata un’altra, poco o assai che gli rimanesse da vivere. Lo accese e attaccò a fumarlo. Una goduria. Aspirava grandi boccate e le mandava soddisfatto al cielo. E gli salivano rutti. Li sganciava da un forno di bocca che richiudeva con uno scatto secco, quasi metallico. E stava bene, anni che non stava bene così. Né aveva preoccupazioni. Né brutti pensieri. Uno solo, anzi: quel ben di Dio, entro uno o due giorni al massimo, lo avrebbe mandato di corpo.
Fece caso ch’erano le stesse mosse osservate e commiserate al Signorino sul balcone. E, “ah, cazzo, questo era! Apposta sbuffava fumo e allargava un forno di bocca il Signorino” esplose forte.
Rise. Aspirò una boccata più robusta. E la inviò a cielo con uno sbuffo, certo che così alleggeriva i pensieri e che con quel canale di nebbia volavano altrove un po’ di preoccupazioni.
Gli scappò un rutto. Si sentì la pancia più libera, se la lisciò compiaciuto e “il Signorino è sempre il Signorino” gli scappò dalla mente per via di bocca.