Tuesday, 28 September 2021

Al “porto dei misteri” il treno da Gioia Tauro non è mai partito. Storia di un Grande Inganno…

"Se fai partire un solo treno da Gioia Tauro ti caccio!". Il ministro dei Trasporti di cognome fa Burlando, ma la sua non è una burla: è una minaccia. Destinatario il presidente delle Ferrovie dello Stato, Lorenzo Necci, che la "Se fai partire un solo treno da Gioia Tauro ti caccio!". Il ministro dei Trasporti di cognome fa Burlando, ma la sua non è una burla: è una minaccia. Destinatario il presidente delle Ferrovie dello Stato, Lorenzo Necci, che la rivelerà dopo essere caduto in disgrazia. Necci sa che il ministro, messo sotto pressione dai camalli genovesi, non ci penserà un minuto a sollevarlo. E così esegue l'ordine. Quei treni non devono partire e non partiranno. Di più: per non correre rischi, meglio smantellare la stazione di Eranova, appena costruita. Oplà. Detto, fatto. Il gerundio chiamato ministro (detentore, per inciso, del record di incidenti ferroviari) è stato accontentato, i camalli - che temono la concorrenza dello scalo calabrese - si placano e Necci conserva il suo posto. La ferita mortale inferta al porto di Gioia? Chi se ne importa.

Il porto di Gioia Tauro Il porto di Gioia Tauro


Occhio alle date. Siamo nella seconda metà degli Anni Novanta. Non è passato molto tempo da quando a Palazzo Chigi (1994) è stato sottoscritto l'Accordo di Programma che, nei piani, dovrebbe affiancare all'investimento privato una serie di interventi pubblici indispensabili per assicurare la polifunzionalità della megastruttura. E' chiaro a tutti, infatti, che un porto di dimensioni gigantesche al centro del Mediterraneo non può vivere di solo transhipment, ma ha bisogno di avere attorno un sistema complesso, a cominciare dai collegamenti viari, ferroviari e autostradali. Ma tutti gli impegni, uno dopo l'altro, vengono traditi. E quella telefonata di Burlando a Necci è la madre di tutti i tradimenti.
Una beffa atroce. Ma non c'è da meravigliarsi. In quegli anni, Gioia Tauro porta già addosso come una maledizione i segni profondi di solenni promesse non mantenute. Non per caso un illuminato dirigente delPci, meridionale e meridionalista, il senatore Gerardo Chiaramonte (presidente, tra l'altro, della Commissione parlamentare antimafia), grida - solitario e inascoltato - allo "Scandalo Gioia Tauro" per la lunga scia di menzogne lasciata dai governi sul deserto della Lamia nell'arco di un quarto di secolo.
La storia comincia nel 1971. Dal luglio dell'anno precedente, a Reggio divampa la Rivolta per il capoluogo, che rischia di incendiare anche il territorio extraurbano. Una rivolta di popolo bollata come fascista dalla classe politica dominante e dalla grande stampa padana. Per domarla, il governo Colombo manda i carri armati, facendoli seguire dalla promessa caritatevole di decine di migliaia di posti di lavoro nell'industria e in altri settori produttivi. Il solo Quinto Centro siderurgico, che dovrà sorgere a Gioia Tauro, assorbe ben 7.500 addetti. Per fare posto all'insediamento vengono distrutti gli agrumeti della Lamia, che si perdono a vista d'occhio, e rasa al suolo l'intera frazione di Eranova, trasferendone gli abitanti a chilometri di distanza, in località Mazzagatti.
Il 25 Aprile 1975 è una data storica. Per i cittadini della Piana lo è doppiamente: la Festa della Liberazione coincide con la posa della prima pietra per la costruzione del porto al servizio del Centro siderurgico. Nasce il sogno della grande industria. La giornata è solenne e, per l'inaugurazione dell'opera, arriva il ministro del Mezzogiorno Giulio Andreotti. "Sarebbe ben poca cosa - afferma con enfasi per lui insolita - aver dato ai giovani la libertà, se ad essa non si accompagnasse una prospettiva di lavoro".
Sembra il sorgere di una nuova alba per l'esercito dei disoccupati del comprensorio pianigiano, invece è l'inizio del Grande Inganno. Che ufficialmente si materializza nel 1977, quando è lo stesso Andreotti, nel frattempo diventato presidente del Consiglio, ad annunciare la morte del "feto" incontrando una delegazione di amministratori, politici e sindacalisti calabresi guidata dal presidente della Regione Aldo Ferrara, ma che in realtà viene da più lontano. Le vicende internazionali hanno cambiato il panorama della siderurgia fin dal 1973 con la Guerra del Kippur arabo-israeliana, la chiusura del Canale di Suez e la crisi dell'acciaio. I calabresi, che non sono stupidi, giungono nella capitale preparati all'infausto evento. Tanto da portarsi appresso, nella memorabile "Marcia dei trentamila", una gigantografia riproducente la Prima Pietra con la scritta "Andreotti, te la restituiamo". Il tentativo di consegnarla nelle mani del premier fallisce, ma i lavoratori riescono ad affidarla al Commissariato più vicino, pretendendo che venga messa a verbale.
porto gioia tauro primo pianoCrollato il "Patto d'acciaio", il governo ci riprova: laminatoio a freddo, fabbrica del tondino, polo manufatturiero... tutte chiacchiere. Gioia Tauro sembra il Triangole delle Bermude: non si fa in tempo ad avvistare un'industria che è già scomparsa. Nel deserto della Lamia resta solo una forte puzza di bruciato. Ricordate la celebre battuta di Alberto Sordi? "A me m'ha rovinato la guerra!". A noi pure la pace. E' paradossale ma è così. A un certo punto, l'unica iniziativa che sta per concretizzarsi, in piena tensione Usa-Urss sulle basi missilistiche, è una fabbrica di armi, la Oto Breda Sud, nata dalla fusione tra Oto Melara e Breda. All'improvviso, però, tra le due superpotenze scoppia la pace e, naturalmente, la fabbrica non serve più. Grazie al Cielo, intendiamoci. Ma, quando si dice le coincidenze...
Non è finita. Spinto dal fabbisogno energetico, il governo si è fissato con il carbone. Vuole fare una centrale da 2.400 megawatt. Il territorio si divide, e anche la politica. Il ministro calabrese Riccardo Misasi è favorevole ("C'è qualcosa che è più nera del carbone, ed è la fame"), ma le voci contrarie si fanno sentire, eccome. Si tenta allora di cambiare rotta, passando da carbone a multicombustibile. E poco dopo si procede alla recinzione dell'area interessata. A questo punto, però, interviene la procura di Palmi e sequestra il cantiere. L'Enelfa ricorso in Cassazione e lo vince, ma ormai i dirigenti dell'Ente elettrico di Stato, con il presidente Corbellini in testa, hanno una fifa blu della magistratura e il progetto viene abbandonato. Parce sepulto.
Ma che succede, intanto, al porto? Succede che i lavori vanno avanti a prescindere e, quasi a tempo di record, vengono completati. Un'opera maestosa, con caratteristiche uniche in Italia. Per dirne una, gli alti fondali permettono l'attracco delle navi transoceaniche. Il problema è che non si sa più che farne.
Ed ecco la svolta. "Il sogno di Angelo Ravano". La leggenda narra che, appreso dell'esistenza di questa meraviglia, una bella mattina Ravano, proprietario di Contship, colosso mondiale nel settore del transhipment, spunta in incognito a Gioia Tauro e, alla vista dell'opera, ne resta incantato. E così sogna di trasformarla in oro. La versione più realistica racconta invece che Ravano, durante il "sogno", non era solo. A sognare erano almeno in due. Comunque sia andata, sta di fatto che l'uomo del destino avvia le procedure per ottenere la concessione, trovando nei ministeri porte aperte e tappeti rossi. Bruciando tutte le tappe, riceve in regalo il porto per la bellezza di 49 anni.
Gioia Tauro diventa subito uno scalo di primo livello nel Mediterraneo. L'attività va a gonfie vele e gli affari pure.  Di anno in anno, i bilanci pubblicati dimostrano l'ottimo stato di salute di Contship. Tuttavia, mentre il privato va a trecento all'ora, facendo legittimamente lauti profitti, la parte pubblica rimane a guardare, continuando il suo slalom tra una bugia e l'altra. Il risultato è che sul territorio non entra uno spillo.
Negli anni successivi, nuovo cambio di scena. Ad Enrico Ravano, che dopo la morte del padre ha preso per un breve periodo le redini della società facendo saltare il tappo del "sogno a due", subentra il potente Eckelmann. Il porto cambia padrone e a gestirlo adesso è Medcenter container terminal (Mct), con alla guida la moglie di Eckelmann, Cecilia Battistello. La versione tedesca, però, non fila via liscia. Malgrado il monopolio assoluto, i bilanci perdono colpi e, alla fine, Medcenter decide di disfarsi di quattrocento dipendenti, innescando una vera e proprio bomba sociale. Quattrocento persone che rischiano di essere gettate sul lastrico con le loro famiglie. Mentre partono le lettere di licenziamento, il governo tenta di tamponare l'emergenza con la creazione dell'Agenzia del Lavoro. I tavoli  romani si susseguono e i sindacati stanno cercando di evitare il precipizio. Una vicenda drammatica, totalmente ignorata dall'informazione nazionale. Da seguire col fiato sospeso.
Al Porto dei misteri, il treno da Gioia Tauro non è mai partito. E' la dura replica della Storia. La storia di un Grande Inganno.