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Giovedì, 22 Aprile 2021

Poeti contadini e intellettuali senza popolo

Letteratura popolare: cos’è? Ha ancora spazio? Da Gramsci a Vittorini passando per Togliatti e finendo ad Alvaro.  Un’inchiesta sui poeti dialettali (contadini e pastori) della vallata La Verde, con particolare riferimento a quelli di S. Agata del Bianco e Caraffa del Bianco (RC), sollecitata dallo scrittore Saverio Strati che, per primo, aveva intuito l’importanza culturale dei poeti“senza scuola”, pubblicata dalla rivista “Vie Nuove” nel gennaio 1953.

Lo scrittore Saverio Strati - S.Agata 16 agosto 1924


Stigmatizzava con una certa enfasi che “Il problema dello svilup­po di una cultura popolare è un problema non più rinviabile della cultura italiana nel suo complesso: la quale all’origine della crisi che oggi l’attanaglia ha proprio questo distacco fra l’uomo di cultura e la cultura e le esigenze delle masse popolari. Prendete uno scrittore, poeta o narratore che sia. Perché spesso noi lo sentiamo così astratto e i suoi drammi intimi ci sembrano dei vuoti arzigogoli? Perché egli non dà voce ai sentimenti di milioni e milioni che non sono più ai margini della vita nazionale, plebe muta e reietta, chiusa e rassegnata nella sua secolare sofferenza, ma sono una parte attiva, la più vivace e dinamica della nostra società. Gramsci, più di venti anni fa, portava la stessa critica agli scrittori italiani: “[...] non esiste, di fatto, né una popolarità della letteratura artistica, né una produzione paesana di letteratura “po­polare” perché manca un‘identità di concezione del mondo fra “scrittori” e né gli scrittori hanno una funzione “educatrice nazio­nale”, cioè non si sono posti e non si pongono il problema di elaborare i sentimenti popolari dopo averli rivissuti e fatti pro­pri”. Gramsci, a questo proposito, osservava ancora nel 1930 che mentre in molte lingue “nazionale “e “popolare “sono sinonimi, “in Italia il termine “nazionale” ha un significato molto ristretto ideologicamente, e in ogni caso non coincide con “popolare”, perché in Italia gli intellettuali sono ben lontani dal popolo, cioè dalla “na­zione” e sono invece legati ad una tradizione di casta, che non è mai stata fatta da un forte movimento politico popolare o nazionale dal basso: la tradizione è “libresca” e astratta, e l’intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano”.
E il distacco della vita culturale della vita nazionale provoca il crearsi di cri­tiche di “spiriti eletti e concentrati in alcune grandi città”, in cui è difficile, se non impossibile, che riesca ad entrare e ad affer­marsi il maestro, il professore, il medico, l’avvocato della provin­cia. Solo lo sviluppo della cultura popolare può sanare questi mali tradizionali della cultura italiana: dandole un legame diretto con le esigenze e le aspirazioni degli uomini, un più giusto rap­porto fra cultura umanistica e cultura scientifica, facendole supe­rare il distacco fra i ristretti circoli culturali delle grandi città e le masse d’intellettuali minori della provincia. In questo momento, in cui si accentra l’offensiva oscurantistica della classe dirigente, viene opportuno il Congresso nazionale della cultura popolare che si terrà a Bologna dal 9 all’11 gennaio”. (“Vie Nuove”, anno IX, n, 1, 4 gennaio 1953, p. 12).

S.Agata del Bianco la casa natia dello scrittore SaverioStrati


L’inchiesta di “Vie Nuove “fece conoscere ai lettori di que­sta rivista quattro poeti (contadini e pastori), semianalfabeti, pro­babilmente destinare a rimanere sconosciuti. L’iniziativa, soprat­tutto per quegli anni, è da considerarsi lodevole. Ma che fanno adesso i poeti popolari? Ed è ancora oggi loro compito quello assegnato, con una buona dose di zdanovismo, dalla popo­lare rivista comunista? Tuttavia, simili inchieste a sfondo antro­pologico, oltre che letterario, anticipano l’impegno di chi ha in­teso la cultura contadina non “subalterna” alle classi “egemoni”. Pur condividendo le intenzioni di fondo di “Vie Nuove”, non mi ritrovo nel tono eccessivamente di parte (un classismo alla rovescia?) che lo sostiene.
A me pare che ufficio alto di uno scrittore sia quello di narrarsi, non di rappresentare le masse di diseredati, esserne la voce narrante. Nell’ottica di uno scrittore possono convivere la denuncia sociale, lo sdegno per le ingiusti­zie disseminate per il mondo, per le contraddizioni socio-politi­che in cui si dibattono gli uomini, ma ciò non può essere l’ele­mento primario a sostegno dell’essere scrittore. Un artista, infatti, non è un comiziante, un retore, un demagogo, un imbonitore di folle plaudenti. È, semmai, nella non organicità che è possibile produrre libera arte, forse contraddittoria, inutile, astratta, ma comunque libera. Come non dare ragione a Vittorini nella sua famosa polemica con Togliatti svoltasi sulle pagine del “Politecnico” (nn. 33-34 settem­bre-dicembre 1946 e n. 35 gennaio-marzo 1947). E così in replica al segretario generale del Pci: “Suonare il piffero per la rivoluzione, non significa affatto essere rivoluzionari, ma arcadi [...]. Che il pif­fero sia suonato su temi di politica, di scienza o di ideologia civile anziché su temi di ideologia amorosa, non cambia in nulla il carattere arcadico d’una simile musica. Buona parte delle composizioni poe­tiche scritte dagli arcadi italiani del Settecento sono su temi civili. Né chi suona il piffero per una politica rivoluzionaria è meno arcade e pastorello di chi suona per una politica reazionaria o conservatrice. Nel migliore dei casi, se ha temperamento lirico, ci darà del lirismo in luogo di pastorelleria, e sarà, mettiamo, un Majakovskij. Ma non sarà certo il lirismo a rendere rivoluzionario uno scrittore. Rivoluzio­nario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze inter­ne, segrete, recondite dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uo­mo, che è proprio di lui scrittore scorgere, e che è proprio di lui scrittore rivoluzionario, porre, e porre accanto alle esigenze che pone la politica, porre in più delle esigenze che pone la politica. Quando io parlo di sforzi in senso rivoluzionario da parte di noi scrittori, parlo di sforzi rivolti a porre simili esigenze.

S. Agata, anni '30. La Processione della Santa Patrona


E se accuso il timore che i nostri sforzi in senso rivoluzionario non siano riconosciuti come tali dai nostri compagni politici a riconoscere come rivoluzio­naria la letteratura arcadica di chi suona il piffero per la rivoluzione piuttosto che la letteratura in cui simili esigenze sono poste, la let­teratura detta oggi in crisi”. Per Vittorini, dunque, lo scrittore pone esigenze diverse da quelle della politica, e sta sempre “oltre i limiti richiesti dalla società”, perché egli deve essere organico a se stesso e non al partito politico d’appartenenza. Nel 1948 Corrado Alvaro tenta invano di costruire un’alle­anza di scrittori che intervenga sulle grandi tematiche sociali del dopoguerra. Ma la lezione che ne ricava è alquanto triste, al punto da fargli scrivere: “[...] bene segnare qui quali siano le condizioni croniche dell’intellettuale nel nostro paese, perché do­mani, sfogliando i documenti del nostro tempo, qualcuno tremi per una civiltà così teatralmente parata di dignità umana e di libertà, e nell’essenza così avversa alla cultura, ai suoi slanci, ai suoi doveri, ai quali trova motivi di una bassezza che umilia ogni lotta, e che abbassa la nazione intiera come incapace di produrre altro che gente corrotta e corruttibile”. Insiste, allora, la domanda dalla quale abbiamo preso le mosse: che cos’è la “letteratura popolare”?, “la produzione pae­sana di letteratura popolare?”. Sono generi, se così è possibile definirli, portatori di valori autonomi sul piano letterario?, forse che si sorreggono da soli? Va ribadito con fermezza che vi è la letteratura, all’interno della quale fluttuano elementi, aspetti, forme socio-antropologiche anche del mondo popolare, di una data realtà storica, i quali, alla fine, rientrano in un risultato ar­tistico privo di etichette, lasciando lontano la miseria, le angustie del paesanismo di turno. La poesia popolare, le manifestazioni popolari acquistano invece dignità ed autonomia quando non vengono adulterate da interventi che nutrono lo scopo di trasformarli in valori “naziona­li”, ecc.. Essi sono valori in sé. Rappresentano una civiltà che, oltre al sudore, ai torti ed al classismo sociale patito, ha saputo produrre poesia con la lingua dei padri, con il dialetto che, in quanto tale, ha sì una sua dignità, ha sì un suo spessore culturale e letterario. Il sociologo e l’antropologo, come pure il filologo, conoscono bene tale processo, e mai proporrebbero una lingua dialettale come lingua nazionale.

Sant'Agata del Bianco- Scorcio panoramico


Era, all’epoca, una particolare classe intellettuale che in Russia fomentava l’urgenza di avvici­nare gli intellettuali (gli artisti) al popolo, cioè alla “nazione”, senza capire che tutti gli scrittori russi degli ultimi due secoli quando hanno trattato della terra, degli umiliati ed offesi, delle plebi rustiche, hanno prodotto i più grandi archetipi umani, perché hanno impastato con maestria la loro argilla letteraria, dove anche il popolo recita la sua parte, ed alla grande, ma non ne diventa, per fortuna, vessillo, strumento per produrre “guerre sante”. E quindi non per forza gli scrittori devo­no assolvere ad una funzione “educatrice nazionale”, impegnan­dosi nell’elaborazione dei “sentimenti popolari dopo averli vissu­ti e fatti propri”. Semmai il vero problema è se una classe sociale, come quella delle plebi rustiche – a esempio – era/é possibile narrarla per mezzo della lingua ufficiale oppure per mezzo dell’idioma locale (il dialetto), o, ancora meglio, se tale classe socia­le può assurgere a protagonista della vicenda letteraria, e dunque dell’impegno, in quanto espressione di una lingua popolare viva ed autentica. Dico questo perché si chiede allo scrittore di rappre­sentare il mondo dei poveri, dei vinti, degli oppressi, e spero lo si cerchi mediante l’utilizzo della propria (dello scrittore) lingua e non necessariamente del dialetto, nobile in sé – come già detto –, rappresentante di una particolare fase storico-sociale. Chi scrive conosce sufficientemente ilproprio dialetto, lo coltiva con passione e pudore, ma non sa “pensare” in dialetto, che è poi il sistema psicologico ottimale (forse unico!) per pro­durre in tale lingua. Il problema di fondo non è scrivere in dia­letto, ma pensare in dialetto. E non è una cosa di poco conto. Sta in questo il nocciolo della querelle. Il problema dunque, nel 1953, era che bisognava dare di­gnità letteraria alla poesia popolare. E ciò è cosa buona è giusta, allora ed oggi. Ma evitando di incolpare gli scrittori di avere tradito la cultura popolare in nome di una lingua adulterata e non corrispondente alle esigenze delle masse (sic!).

Michele Strati (U ddia)- S. Agata 1889-1967- bracciante. Ritratto nella copertina di Vie Nuove, anno IX, n. 1, 4 gennaio 1953, p.12).
Bracciante analfabeta, con una famiglia numerosa da man­tenere, Michele Strati ha sofferto difficoltà che avrebbero annien­tato chiunque. Si è difeso con la lotta politica e la poesia. La guerra (1915-‘18) lo rese quasi sordo, e, per tale motivo, era solito ricordare che la belligeranza portava solo lutti e disgrazie, che bisognava adoperarsi perché simili tragedie non avvenissero più. Con suoi versi, pregni di sdegno e tensione rivendicativa, egli è riuscito a portare su di un piano alto di scansione dramma­tica la dura esperienza del bracciantato meridionale.

A vita d’u jornataru

 Non fannu attru sti cani assassini, ogni jornu nta chiazza a passijari. Pe primu discursu si mèntunu a diri: “U bassu populu ndavimu a scacciari”. Ndannu i so’ vigni ch’i loro giardini e tutti quanti li vonnu zzappari, e si votanu cu inganni e cu rrisi: “U bassu populu ndavimu a ‘vvisari”. U garzoni u sentimu chiamari: “Eu vi salutu, compari Micheli; u patroni v’aspetta domani”. Eu si domandu pe paga e pe spisa. “Non sacciu nenti, veniti a zzappari”. Partu a matina c’ò zappa ntè mani E li me figghi ciangendu li dassu: morti di fami su’ nudi e sciancati: vegnu a la sira ciangendu li trovu: considerati chi cori e chi pensu”. Eu partu e vaju nta chisti signori, si vonnu pagari i me’ ffritti jornati. Ffaccia la serva, rispundi e mi dici: “Ha fattu viaggiu, tornati domani”. Tornu a matina cu randi premura, pemmu mi paga i me ‘ffritti jornati. “Ffaccia la serva, rispundi e mi dici: “Tornati stasira ca l’avi a scangiari”. Vaju la sira c’u cori ntè mani. Ffaccia la serva e di novu mi dici: “Fermàti nu pocu ca ndavi a mangiari”.

Non fanno altro questi cani assassini- che passeggiano ogni giorno in piazza, – per prima cosa incomincino a dire – “il basso popolo dobbiamo schiacciare”. – Hanno le loro vigne, i loro giar­dini – e li vogliono coltivare tutti; – ammiccando tra di loro con risa di scherno: – il basso popolo dobbiamo avvisare. – Il garzone lo sentiamo chiamare: – “Io vi saluto, compare Michele: – il padrone vi attende domani”. – Io gli domando per la paga e per la spesa. – “Ma non so niente, venire a zappare”. – Il giorno dopo parto con la zappa in mano – e lascio a casa i bimbi che piango­no: – Sono morti di fame, nudi, laceri: – ritorno la sera e li trovo che piangono: – considerate il mio cuore, i miei pensieri. – Parto e vado da questi signori: – se voglio pagare le mie afflitte gior­nate. – Affaccia la serva, risponde e mi dice:” il padrone è in viaggio, tornate domani”: – Torno la mattina dopo con grande premura – perché mi paghi le afflitte giornate. – Affaccia la ser­va, risponde e mi dice” –”Tornate stasera, che deve cambiare”. – Vado la sera con il cuore un mano, -affaccia la serva con il cuore in mano, affaccia la serva e di nuovo mi dice: –”Fermate un poco che deve mangiare”.-

Rocco Domenico Pulitanò (pastore/ poeta) Casignana 1866- Caraffa 1955.
Per la sua carnagione bianchis­sima era detto “U jancu”. Nacque a Casignana ma visse a Caraf­fa, dove si sposò giovanissimo, facendo il pastore e componendo versi. Aveva una voce magnifica e cantava lui stesso le sue can­zoni, accompagnato dal suono delle ciaramelle; era, come si dice oggi, un cantautore.  Era conosciuto semplicemente come “u poeta”. Abitava in una capanna ricavata nella pietra della montagna, assai distante dal paese. Il suo letto era un giaciglio per terra, accanto alla mangiatoia dell’asino. La sua unica ricchezza erano due capre. Massaru Rocco era analfabeta, nondimeno riusciva a custodire nella sua memoria migliaia di versi, che sgorgavano improvvisi dal suo cuore e in qualsiasi momento era pronto a recitarle. Gli argomenti della sua poesia sono quelli della tradizione popolare, l’amore vario e contrastante per la bella, lo sdegno per il rivale, la gelosia, il lamento. Egli era dell’idea che ogni canto non do­veva essere più lungo di due “piedi” per complessivi otto versi. Pare che fosse sconveniente superare tale misura, quasi che si mancasse di rispetto verso chi stava ad ascoltarlo. È incalcolabile il numero di versi che questo grande poeta senza scuola ha composto e quindi trascritto nella sua mente in tanti anni di vita (è morto all’età di 90 anni).

Non pensu morti

Giojùzza, lu mê cori si dispera, volìa pammi ti vìju ‘n tutti l’uri. Non pensu morti e non pensu galera, pensu sulu di tia mi sû patroni. Pensu stâ vita, ca se a vostra leva, lu pozzu diri ca levu lu hjùri, cà di li belli siti la bandera, cû vcui nô ppatta nô ssuli a nô lluna.

Mi jevi preparando li viscati

Donna chjna di inganni e tradimenti, a mmia jevi parando li viscati? Cercavi ntâ ‘na caggia mî mi menti e mî mi privi di la libertati! Non sugnu i chigli rcegli chi tu pensi, chi pê lu civu rèstanu mbiglàti! Eu sugnu ‘nu rcegliuzzu assai valenti, tiru lu civu e li dassu parati.

Vincenzo Stranieri


Cultore di Etnologia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università della Calabria dove partecipa alle iniziative del Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo diretto dal Prof. Vito Teti. Collabora da tempo ad alcune riviste a sfondo culturale. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni inerenti temi letterari, antropologici e storico-demografici.

Vincenzo Stranieri