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Venerdì, 24 Settembre 2021

S’i fosse Dio

Erano camposantari da tre generazioni. Lui, Cosimino, era la terza. E ultima, dato che l’unico suo figlio maschio – “quel gran fesso”, e uno sputo in terra, quando ne parlava con gli amici – aveva preferito sotto padrone in una Erano camposantari da tre generazioni. Lui, Cosimino, era la terza. E ultima, dato che l’unico suo figlio maschio – “quel gran fesso”, e uno sputo in terra, quando ne parlava con gli amici – aveva preferito sotto padrone in una fabbrica del Nord.
Da nonno Cosimo era cominciata, l’anno ch’era morto quel santo Garibaldi che sempre entrava nelle bestemmie più turpi del Barone, per la colpa di non essersi limitato agli affaracci suoi e averli levati ai Borbone per offrirli all’Italia, più.

Lo scrittore Mimmo Gangemi


Forse camposantari da quattro generazioni, però. Gli pareva d’aver sentito che anche il padre di nonno Cosimo… No, cosa andava storiando? Tre erano. Nonno Cosimo, il padre, non lo aveva avuto. O meglio, lo aveva avuto, tutti hanno un padre, sennò con che strumento lo fa, la femmina, un figlio, con l’immaginazione?, né si nasce per opera e virtù dello Spirito Santo, ma non si sapeva chi fossee, a quanto gli era riuscito di captare, neanche la bisnonna aveva certezza a quale “fetuso e disgraziato” – così, quando, vecchia, consunta e raggrinzita più che i pomodori essic-cati al sole, riandava a quei ricordi faticosi e stantii – addebitare la paternità tra i tanti che le si erano insinuati nelle carni, per fa-me, o per gusto suo, di lei, o per entrambi, sulla paglia di una stalla, al riparo di una siepe o di un ulivo secolare, sul nudo pavimento della chiesa sconsacrata, dove si condiva di più gusto il peccato.
In verità nonno Cosimo era becchino, non camposantaro. Scavava le fosse, calava le casse o faceva scivolare il corpo adagiato sul ripiano in tavole dei poveri, riempiva di nuovo con la terra tolta. Un lavoro degradante, appena uno scalino più su dello spazzino, da non poter aspirare all’onorata società pure ad avere stomaco fermo e niente corna. Portava a casa pochi spiccioli, a malapena di che campare. Lo compensavano con un tanto a seppellimento, nemmeno era pagato a pregio come si conveniva ai lavori al cimitero, perché non c’era pregio nella fatica di pala e di piccone. In più, le regalie che racimolava dalle famiglie di un certo rango, quando capitava un funerale dei loro, di rado perciò, morivano centenari quei cornutazzi figli di madre vedova, non poteva essere altrimenti per gente che mangiava del meglio – defunti e buoni, arrivavano lì con la gotta, per la troppa carne a tavola, facendo invidia persino da trapassati. Dal popolo, niente invece. Il popolo, se riusciva a racimolare le quattro assi di legno su cui trasportare al cimitero il dipartito, con la testa rivolta a guardare il cielo, e a essere visto dal Cielo. Soltanto quelli della Congrega sfilavano dentro una cassa, la stessa per tutti. E con abiti decenti di cui però svestirli al termine della funzione, prima che li inghiottisse la terra: servivano a chi restava del mondo, al prossimo morto di famiglia. I nobili e i ricchi toccava imbucarli nei loculi delle cappelle, loro con scarpe che avrebbero luccicato e ingentilito i passi se le avessero indossate da vivi, con il vestito elegante e nero comprato per tempo per l’ultima occasione giù, con la catena disposta in due archi sul panciotto e che scompariva dentro i taschini, in un’estremità con l’orologio a cipolla, nell’altra con una moneta d’oro. Scarpe, abito, orologio, catena e moneta non occorrevano all’altro mondo, erano anzi lussi con cui non conveniva presentarsi al bivio della destinazione eterna, a-vrebbero potuto pagarli cari e salati, anche per questo nonno Cosimo non consentiva che superassero la dogana terrena, per questo e per l’idea che tornassero più utili al bisogno di una casa, la sua, con troppe bocche bramanti. Così, li spogliava di ogni co-sa, nudi in carne li lasciava, a parte il cappotto di legno che era la cassa e a parte la muratura del loculo. Roba che non poteva indossare però: avrebbe fatto ridere, addosso a uno come lui si addicevano cenci con i rattoppi, e si sarebbe scoperto il trucco. Apposta li dava da vendere a Gioia Tauro allo stesso negoziante da cui ci si riforniva degli abiti per la dimora oscura e giurava che più d’una volta gli era capitato di vedere un defunto agghindato con un vestito ch’era già stato indosso a un altro in partenza. Per cipolla, moneta e catena, un lungo mercanteggiare, a tira e molla, abbandoni stizzosi della bottega e ritorni “solo per non guastare l’amicizia”, con una specie di orologiaio, in città. Nel raccontarlo, il nonno ridacchiava una specie di ghigno malevolo e soddisfatto. Se era imbalsamato di vino – più le volte che lo era che quelle no – andava oltre e inveiva sboccato contro don Umberto, che lo aveva fregato, dato che la catena ad arco sul panciotto del padre defunto non s’era rivelata d’oro né sfociava sulla cipolla e sulla moneta, ma su due punti di cucitura interni ai taschini.
Gli artigiani di pregio, che erano la classe di mezzo e si sentivano molto più affini ai nobili che ai cafoni, ci tenevano a non sfigurare. Le loro sepolture differivano da quelle di gran parata solo per la catena, l’orologio e la moneta, non erano tanto in salute di soldi da sprecare un ben di Dio addosso al morto. Il resto – cassa in noce, scarpe, vestito, gilet, camicia con il colletto e cravatta – era d’ordinanza. Inquei casi il nonno stava però accorto. A parte che spesso erano i parenti a lasciarli coperti di sola pelle, di nascosto, c’era che erano smaliziati: s’erano scostati dalla miseria da una o due generazioni, facile perciò che sospettassero e che andassero a dissotterrare per verificare. E poi…
Scomparso il nonno, il posto era toccato a Rocco, il figlio maggiore, e padre di Cosimino. Ch’era riuscito a elevarsi nel mestiere: agli sgoccioli dell’impegno, già anziano, aveva ottenuto dal Podestà di diventare dipendente del Comune, d’infimo ordine però dipendente del Comune. Con tanto di paga fissa. A lui i passi erano sì luccicati. E un po’ di vestiti, quelli meno eleganti, li aveva potuti indossare, perché venne un tempo in cui anche i defunti poveri pretesero di presentarsi dignitosi almeno nella morte ed ebbero addosso abiti comprati solo a quello scopo e mai portati in vita e scarpe sì di cartone pressato ma di un luccichio… Tuttavia, essendo sempre troppo allicchettato, Rocco, qualche sospetto, se lo attirò, senza mai prove certe. In più rispetto a nonno Cosimo, ebbe l’occasione dei denti d’oro – li portavano solo i benestanti, agli sventurati, se cadevano, addio per sempre e mesta rassegnazione, troppo costoso per le tasche, toccava loro arrangiarsi con i rimanenti, finché ne rimanevano, sennò, pane cotto e lattuga lessa. Rocco aveva sviluppato un’arte nell’estrarre i denti che nemmeno un dentista di lungo corso. Fosse stato vivo, il trapassato, non avrebbe sentito il minimo dolore, con la tenaglia del carpentiere e con l’arte che Rocco si ritrovava, i denti sfilavano lisci ch’era una bellezza.
Quand’era giunto il suo turno, lui, Cosimino con l’idea di diventare don Cosimino, non aveva avuto bisogno di abbassarsi a tanto. Aveva un mensile che al nonno era mancato e che il padre aveva spuntato solo all’ultimo. E aveva le regalie in denaro. Che non accettava da tutti, ci mancava, solamente da chi stava più su della sua famiglia da tante generazioni da non serbarne ricordo.
Comunque, non scavava più: il camposantaro non si sporca le mani, sovrintende ai lavori degli altri, impartisce ordini se s’accorge di qualcosa di storto. Aveva anche un ufficietto, adiacente alla sala mortuaria dove sostavano i defunti in attesa della fossa, o del medico legale che li squartasse per l’autopsia se erano morti con le scarpe ai piedi, non nel letto di casa dopo un’onesta malattia cioè, ma per strada, sparati, accoltellati.
Non avendo grandi incombenze da svolgere, Cosimino trascorreva il tempo in un ozio deprimente. Poi ampliarono il cimitero. E si ritrovò un mare di spazio vergine e disponibile, spartito in aiuole rettangolari, delimitate dai vialetti. Gli s’insinuò un’idea che lo entusiasmò da subito: perché non anticipare già lì la destinazione che toccava lassù al fresco defunto? In paese si conoscevano tutti e tutti sapevano tutto degli altri, facile perciò per uno come lui decidere, in base alla vita condotta – ma anche alle chiacchiere sentite e all’annuso personale – se sarebbe toccato il paradiso, il purgatorio o l’inferno; se era inferno, la destinazione dei più, Cosimino si sentiva in grado di azzeccare il girone con una certezza quasi assoluta; il paradiso era pronosticabile per pochi: sua madre, sua sorella grande, la piccola no, s’era approfittata del rimbambimento del padre e fatto intestare l’orto, la signora Amelia che s’era ricordata di lui nel testamento, un paio di altri. Da qui a determinare di alloggiarli già in terra secondo il posto che sarebbe loro toccato in Cielo, il passo fu breve. E via via compose veri e propri scomparti, a mo’ di gironi, destinando un riquadro ai cattivi di cuore, uno agli avari, uno ai lussuriosi – femmine qui per lo più, quelle su cui c’erano prove concrete di una carne debole e quelle su cui, la carne debole, l’aveva fiutata lui – uno ai cornuti, sezionato tra cornuti ignari e cornuti contenti e che si esaurì presto, uno ai ladri e ai profittatori, uno agli uomini di malaffare, unoai malandrini, eccetera. Così, quando annotava sulla mappa, con una “x” di lunga meditazione, il lotto, per Cosimino fu come se quell’assegnazione nella terra contasse per decidere il destino dell’anima in Cielo. Dava insomma un aiuto già da giù. Era un supporto, un risparmio di tempo e di fatica, a chi di là doveva pesare la vita, i patimenti e il dolore, i lussi e la lussuria, le buone azioni e le nefandezze. Sempre più convinto che era lui a dare la prima pesature, con le indicazioni buone per regolarsi nei casi controversi.
All’inizio s’era immaginato Caronte – gliel’aveva spiegato il professor Marro, guadagnandosi il purgatorio al posto dell’inferno, che era stato il traghettatore verso gli inferi – poi gli era parso più consono al lavoro svolto assimilarsi a una sorta di aiutante di san Pietro. Quando fu in pensione e arrancava passi acciaccati e sorretti dal bastone e spalle curve e cadenti, non rinunciò ad andare al cimitero per saziarsi gli occhi del suo capolavoro, per godere la perfezione del lavoro preparatorio con cui aveva sgravato l’impegno del Cielo. E lì lo colpì presto il pensiero che, se non San Pietro, era la sua reincarnazione.
Sfiorò il secolo di vita, Cosimino. Per anni la gente non si era capacitata dove e come riuscisse a trovare la forza che al mattino lo rinvigoriva alla vita dopo che la sera precedente era piombato in un sonno doloroso da cui non sembrava potesse riemergere. Subito prima di arrendersi, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” gli sentirono uscire di bocca, dentro l’ultimo fiato rantoloso e morente.