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Venerdì, 24 Settembre 2021

Peccato averla rincontrata

Dal paese ci disperse la giovinezza, l'età degli immortali.
Non pretende parole la mia giovinezza. Si consumò. La vissi anch'io, bruciandomi ai suoi ardori, come se non dovesse mai aver fine, come pretese. Io fui immortale, ma essa non fu eterna. Non ho però la forza di tacerla. Seppure dovrei. Ché fa male quando la si scorge già troppo indietro, quando la si ammira in altri che ancora non c’erano in quel nostro tempo.
Un volto si affaccia, e si prende i pensieri: Elena.
Sento di doverla raccontare, sento che spetta a lei planare il rimpianto fino ai giorni di quest’altra età. Forse perché incarnò il sogno ed era lei stessa giovinezza, fragile e provvisoria immortalità. Forse perché addosso a lei soffiarono più a lungo i nostri sospiri. Forse perché si colmava del suo volto l'ultimo pensiero prima di cedere al sonno.
Scorre adesso nei miei ricordi, nitida e presente come allora.
Elena non era del paese. Ci capitava ogni tanto. Ci bastò vederla un’unica volta perché ci si conficcasse nell’anima. Consumammo la strada solo per scorgerla un attimo, il tempo di ammirarla regina, eterea, lontana, irraggiungibile, e di saperla di nessuno, come si conviene a un sogno di tutti.
Elena ci sfiorava appena con lo sguardo, ce lo passava addosso senza vederci. Ma non avremmo voluto altrimenti, Elena apparteneva al cielo. Elena era… Niente, Elena era Elena. Splendeva. Sapeva di mare, profumava d'estate, delle zagare che risalgono dalla marina a prendersi l'aria, del bianco gelsomino di giugno. La sua voce aveva un tocco di porpora, scorreva sottile, in un fiato tenue e dentro un sorriso. Ci imprigionò tutti. E non fu amore, non ci si innamora di un soffio di vento, di un’alba di primavera, di un cielo schiarito dalla pioggia.
D'estate sudavamo su e giù per chilometri di spiaggia, a spiare dentro gli ombrelloni, per vederla e riempirci di lei. D’inverno spingevamo occhi speranzosi alla finestra della casa che di tanto in tanto l’aveva ospite.
Avemmo sue parole solo un paio d’anni dopo, quando un destino di buon umore ci volle amici. E noi tenemmo dentro le nostre, rimase il sogno, amammo gioventù in lei.

Scorse il tempo. Qualcuno di noi fece rientro in paese. Il vicolo dei nostri giochi era intristito di solitudine, la morte si era portato via i volti che ci avevano popolato l’infanzia. Gli anni avevano creato nuovi vecchi. Il vento di levante scendeva ancora dalla cima del monte a fustigare le case del Borgo e le viuzze. E lo scirocco insisteva a rammentarci le origini trascinandosi la terra rossa del deserto d'Africa, a volte colorando il cielo di una luce irreale. Altri erano giovani e immortali al posto nostro.
Elena non era più tornata. L'ultima immagine che avevo di lei era terrena, di quando frantumò il sogno, di quando la sorpresi in uno sfiorarsi di labbra che me la disse perduta per sempre.
La rividi otto anni dopo.
Mi si ghiacciò il cuore, perché ancora la pretendevo regina.
Pensai a quanto fosse fragile e ingannevole la vita, ai fili che la sostengono, al niente che può bastare a recider¬li. Mi tornò in mente l'uomo buono dannato dall’occasione causatagli da un vino per lui inusuale. Pensai al vento che in paese, giorni prima, aveva cancellato d’un col¬po lo spettacolo mirabile che offrivano i castagni ravvivati dai colori dell'autunno, immiserendoli a un ammasso di rami nodosi e nudi che pungevano il cielo. Pensai che non siamo padroni del nostro tempo, che ad altri è dato di tracciarci la strada, che a deviarci può bastare un’inezia: uno sfiorarsi di vite, ombre che incontri e fanno più scura la notte, passi svogliati che non hai guidato e che non portano da nessuna parte, un momento in agguato, un giorno incattivito dalle ali di un destino annoiato.
Pensai che nulla sappiamo degli altri, che sono solo sconosciuti con cui ci diciamo parole.
Elena era sotto i portici, di primo mattino, accucciata per terra, in un angolo.
"Te la ricordi?" mi chiese Gianni, mostrandomela da lontano dentro un groviglio di uomini e donne stipati a trarre calore dal contatto e dall'unica coperta che li copriva.
Io, certo che me la ricordai. L’avevo riconosciuta subito nella donna che si tirava addosso un pizzo di coperta e si portava con mano incerta una sigaretta alla bocca. Tremava e girava occhi inquieti tutt’intorno. Li passò pure su di noi. Per un attimo temet¬ti mi avesse riconosciuto. Poi li spaziò e io fui solo un ostacolo che le impediva di rovistare nella piazza, a non cercare niente, a non aspettare nessuno.
"Te la ricordi?" mi chiese di nuovo Gianni.
"No" risposi con rabbia. E lo stratto¬nai per toglierci prima possibile da lì, per non offrirmi ancora a occhi che non volevano vedere, né essere vi¬sti.
Peccato averla rincontrata. Mi sarebbe piaciuto conservare l’altra Elena, quella di sempre. Non questa, non così. Mi difesi convincendomi che non era lei, che non po¬teva essere Elena quel ranocchio infreddolito che boccheggiava, che annaspava vita, che tremolava mani di vecchia. Che era un'altra con le sue vaghe sembianze, una che s'era camuffata di lei.
La rividi giorni dopo. Attraversava la piazza trascinan¬dosi stancamente una carrozzella con un bambino. Non era più la donna del portico. Aveva sì le borse nere sotto gli occhi e il volto più grinzoso dei suoi anni, si intuiva il veleno che le percorreva le vene e le affannava i giorni, però riusciva a ingannare, così ben vestita. Era domenica pure per lei.
"Ma quella è Elena" feci al gruppo di paesani con cui sta¬zionavamo nella piazza fredda e forestiera.
"Anche l'altra" mi rispose Gianni.
"Sei pazzo, dove vai? Lasciala perdere" provò a fermarmi Mario appena mi vide prendere la sua direzione.
Si tirò indietro spaventata quando mi parai davanti. Poi mi riconobbe. Inspirò un fiato profondo che restituì lento, batté amara la testa su e giù, tirò un sospiro e per un attimo le tornò il sorriso con cui ci imprigionava. Mi accorsi del rimpianto per la vita perduta mentre mi chiedeva degli altri, uno a uno, di tutti quelli che l'amammo. Gli occhi le si persero lontano e den¬tro le luccicarono lacrime stantie. Tenne a lungo la mia mano dentro le sue. Fui io a sfilarla.
Quel giorno l'amai ancora. Avrei però preferito non averla incontrata: il sogno s’era imbrattato di terra, qualcuno aveva sporcato il cielo.
Tenni per me quell'Elena. Fui geloso custode di un incontro che segnò l’esatto momen¬to in cui si dispersero al vento le ultime ceneri della mia gioventù.

L’ho rivista. Sotto un sole d’estate, in una piazza deserta. Conduceva al guinzaglio un vecchio cane. Si somigliavano, lanuti uguali, bianco e scomposto il pelo della bestia, brizzolato, come cosparso di polvere, il suo. Quasi trent’anni dall’ultima volta. Gesticolava all’aria, parlava concitata con qualcuno che s’era rintanato dentro la sua testa, che le ragionava pensieri che non le piacevano. Ci passammo accanto. Fui per lei un estraneo, tutti le erano estranei ormai, non aveva ricordi, persone, fantasie a cui aggrappare gli ultimi cenci di una deriva inarrestabile. Era imprigionata alla terra, solo in attesa che le spuntassero ali con cui scalare il cielo, libera finalmente.
Tirai oltre.

Rieccomi a casa, dentro un rassicurante vociare di famiglia. Va tutto bene qui, anche i miei anni, il fiato corto, i capelli bianchi, il vestito e la cravatta, la barba da dover rasare ogni mattina, va bene persino questo vago pensiero d’incompiuto e di morte.
Ed Elena? Niente ormai. Se non un tenue riflesso che s’allunga lento sotto un sole già basso, una sbiadita ombra di un altro tempo, migliore forse, ma solo perché migliori erano i miei giorni.