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Lunedì, 02 Agosto 2021

S’offende se non vai a piedi la Madonna della Montagna

Si arriva in macchina fino al piazzale della chiesa. Da ogni parte. Sbagliato. Dovevano rimanere i sentieri per capre di una volta, le serpeggianti mulattiere di nuda terra rossastra che scendevano giù dalle alture e costeggiavano i dirupi delle lande Si arriva in macchina fino al piazzale della chiesa. Da ogni parte. Sbagliato. Dovevano rimanere i sentieri per capre di una volta, le serpeggianti mulattiere di nuda terra rossastra che scendevano giù dalle alture e costeggiavano i dirupi delle lande brulle e selvagge del versante ionico dell’Aspromonte, puntando le rustiche case del Santuario di Polsi, lontano miraggio sullo fondo, macchia che scortica la natura.
Non ho inteso giungerci in macchina. M’è parso, se non sacrilegio, scarso rispetto. La Madonna della Montagna pretende un percorso a piedi. Certo, non tutto. Non ho età né fisico allenato per sorbirmi i venti chilometri che dista dal Sanatorio già di don Gelmini, il prete imbrattato di polvere che, davanti a un ministro assieme a lui sul palco, dichiarò, a un pubblico di migliaia di persone, che lì avrebbe realizzato un faro alto da penetrare le nubi, che diventasse faro di luce per le anime smarrite. E che l’avrebbe realizzato a dispetto di qualsiasi diniego, con o senza le autorizzazioni necessarie. E ce ne sarebbero volute di autorizzazioni, eccome.

Santuario della Madonna della Montagna di Polsi Santuario della Madonna della Montagna di Polsi


Lì è la zona 1 a maggior tutela del Parco Nazionale dell’Aspromonte. In più, una fonte luminosa che squarcia la notte è distruttiva per la fauna notturna. Oh, lo ha realizzato. E svetta sui capannoni. A cosa serva poi… Forse era soltanto un modo per esaltare i meriti terreni dell’uomo, che però ha trascinato i giorni radenti al suolo.
Ho oltrepassato il Sanatorio di Zervò, ho preso la strada di cresta che segue il profilo sinuoso del monte. E ho deviato su un’altra più stretta, con la direzione Polsi annotata su un’insegna rustica, un tronco tagliato per metà e con una scritta maldestra, da scuola elementare. S’inerpica rapida. E presto termina l’asfalto. Posteggio tra i faggi, chiudo la macchina e proseguo a piedi con mio figlio, che mi affianca allegro. Che almeno gli ultimi otto chilometri siano di devozione.
Prima di svoltare il tornante, un’ultima occhiata alla macchina. Non l’ho assicurata contro il furto. E lasciata così, solitaria tra i monti, può diventare un’occasione da non sprecare. Confido nella Madonna a cui sto andando incontro.
Andrea sgambetta veloce i suoi passi dodicenni verso la discesa. È incuriosito da tutto. Gli manca il suo coltellino, gliel’ho requisito un anno fa, dimentico che io, alla stessa età, non uscivo mai senza. Chiede di quei terreni seccagni, dei tratti in frana, dei luccichii delle macchine posteggiate in fondo alla vallata. Appena sente i campanacci, gli scorgo uno sguardopreoccupato. Mi domanda del fucile del nonno. Se non fosse stato il caso di portarlo, se ho il porto d’armi. Lo tranquillizzo. Vede le capre. Allarga gli occhi alla meraviglia. Non appartengono ai suoi ricordi. I miei invece li intasano. Ci sono sempre. Da bambini giocavano nel selciato con i cacoccioli, le palline nere che sono i loro escrementi, ce li contendevamo con gli scarafaggi merdaioli.
Ci inchioda il sole delle dieci del mattino. Il suolo è ancora bagnato, per l’acquazzone che s’è abbattuto nella notte consigliandoci di spostare di due ore la partenza. Scendono rare macchine. Le persone a bordo salutano, un paio si offrono di stringersi per un passaggio. Rifiutiamo. Non lo vedo un grande sacrificio percorrere con le nostre gambe quella pista agevole, lo devo alla tradizione, se non alla Madonna. Lo devo a un’altra mia età, più piccola di quella del mio Andrea. A quando mi ci portarono i miei zii, lungo la mulattiera di allora. Con i muli che ciondolavano la testa su e giù ad assecondare l’andatura, i fiati resi fumosi dal freschetto della notte umida. E i cofani caracollanti sul basto, e io dentro uno dei due, a pareggiare con il mio peso le cibarie nell’altro, dove c’era anche la capra, già scuoiata, destinata al calderone sul fuoco, per la scialata con cui celebrare la chiusura della festa.
Faticosa la discesa, sebbene discesa. Grava sulle ginocchia, le acciacca. Temo di dovermi concedere pause per riposarmi, e non mi và, rafforzerebbe in Andrea l’idea che sono vecchio nonostante il fisico asciutto e nonostante l’anagrafe non lo dica ancora. Lui non me lo spiattellebbe mai che mi vede vecchio, cresce bene, sensibile, sempre attento a non ferire. Mi pare però che gli traspaia sul viso, ma è l’impronta di un attimo, e la corregge subito appicicandomi un bacio, passandomi una carezza. Anch’io, quando avevo addosso i suoi stessi anni, vedevo vecchio mio padre. Sonooltre il limite che ha la vecchiaia per un ragazzo.
Diverso quest’altro versante. Senza preavviso. Prima della discesa, c’era un’ombra fitta dentro i boschi, da dover accendere i fari, e profumo di montagna, del muschio sugli alberi, della terra bagnata, del legno marcio. Il verde ha ceduto di colpo a costoni spogli, al più vestiti di arbusti spennacchiati e di solitarie querce che intristiscono gli occhi. Il sole picchia forte adesso, rimbalza luccichii dalle pietre rotolate giù e da quelle in equilibrio precario sui dorsi del monte.
La pista scende frettolosa, inverte direzione con secchi tornanti. È umida della pioggia e segnata dalle impronte delle macchine che sono passate. Ci circondano le alture. Tranne a Nord, dove l’ampio alveo di una fiumara spinge più in là l’orizzonte.
Puntiamo una fossa al fondo valle, annegata nell’ombra, per il sole che si fa attendere, spunta da dietro i monti che è già alto. Se ne andrà presto, scomparendo oltre la cresta che abbiamo appena disceso.
Scorgo un laghetto imprigionato tra due scarpate a petto di colomba. Spiego ad Andrea che è stata una frana, un pezzo di costone rovinato giù, a crearlo, sbarrando l’alveo. E che non durerà molto, il tempo che il fiume trascini massi fino a riempirlo, il tempo che l’acqua di una notte burrascosa abbatta lo sbarramento e se lo trascini via.
Da giù arrivano suoni: il dispiegarsi di un organetto, il lamento di una zampogna, un friggere di voci indistinte. Ce li spinge il vento, il Santuario è ancora lontano.
Andrea ha la fionda. Appena coglie un fruscio di lucertole, la arma di una pietra. Non sferra il colpo. Perché non l’ha vista, dice. Io penso che preferisca non caricarsi dello scrupolo di poterla colpire.
Gli spiego la strada. Gli racconto che una volta a tracciare le piste di montagna impiegavano gli asini. Li liberavano alla base del tratto da scalare e ne seguivano il percorso. Le bestie giungevano in cima seguendo pendenze costanti, le più abbordabili, e invertendo la direzione, e quello diventava il tracciato per l’uomo.
Andrea mi fissa incredulo. Teme lo scherno. Mi vede serio e si tiene dentro le parole.
Proseguiamo. Le case si allargano, concedono i dettagli. Una fila interminabile di macchine brilla sotto i riflessi del sole nella collina opposta: sono quelle dei devoti arrivati da Gambarie, percorso più comodo.
La nostra strada scende in picchiata. Troviamo l’asfalto. E udiamo i canti, e la musica dell’organetto che sommerge i tamburelli. Giungiamo alla fiumara avvistata dall’alto. Ne attraversiamo di pietra in pietra la poca acqua. Oltre, cominciano le case e il vociare si fa assordante. Ora è salita pesante. Ah, benedetta la salita. Non pensavo potesse piacermi tanto. Coinvolge muscoli diversi e lascia in pace quelli martoriati dalla discesa e le ginocchia. Andrea è più agile, fa sport, è una spittija – la scintilla che sfugge alla brace – ed è un ragazzo. Ci inseriamo nella calca. Alcuni già rientrano. Hanno baciato il santo, devozione assolta, può bastare, e non aspettano la Messa, l’uscita della Madonna e la processione.
La salita stanca. Un pezzo va bene, ma è diventata troppa, è ripida, l’uovo fritto lassù inchioda, accalora e appesantisce i passi, lo zainetto a spalla mi pesa un accidenti. Da più su giungono suoni di festa che mi danno nuove energie, un ultimo sforzo e ci siamo. Incontriamo amici, paesani, ci invitano a bere nel bar improvvisato. Rifiuto, sebbene ne abbia gran voglia e sete, perché so che ordinerei una birra – invece mi andrebbe una Coca Cola da due litri, la berrei senza staccarci le labbra. Ordinerei una birra per mostrarmi all’altezza in un posto che ricordo per uomini, per non vedere torcere musi, anche se nessuno me lo rinfaccerebbe.
Ed ecco le casette che mai si sono cancellate dai ricordi. Basse, in fila, tutte uguali. E malandate. Il cumulo degli anni non è passato doloroso solo addosso a me. Di nuovo m’invade la mente una scena antica. Di quando ero un fanciullo e giungemmo lì nel cuore della notte – c’erano i miei zii, le zie, mio padre e mia madre, mio fratello – e dormimmo un paio d’ore sulla paglia nel soppalco di una di esse. Non ho certezza di quale fosse. Decido per quella dove intravedo paesani affacciati alla balconata. Lo racconto ad Andrea. Vuole saperne di più. Coloro per lui le scarne immagini trattenute.
Lungo la discesa, una folla compatta. Non quanta avevo fermato nella memoria. O forse sì, l’inganno dell’età ad averla ingigantita. Ci si urta, qualcuno ha fretta e spinge, bambini riescono a correre zigzagando in mezzo. E niente asini e muli. Neanche uno. Soppiantati dalle macchine. Non è giusto, non è come dovrebbe essere per una Madonna che si venera nel cuore dell’Aspromonte. E, nelle casette assegnate ai paesi, scopro esserci i materassi, non più i giacigli arrangiati con la paglia dove una vita addietro adagiammo le ossa dopo aver attraversato l’intera montagna.
A terra, un selciato di pietre irregolari, lo stesso che nel borgo sacrificammo alla pacchiana modernità all’inizio degli anni ’60, nascondendolo sotto un orrido, grigio cemento.
Già, il cemento. C’è ovunque anche qui. È intonaco che copre le facciate, già di una gradevole nudità, è lastricato di strada, è rabbercio sui muri. Non doveva arrivarci. Dovevano rimanere alla vista le pietre legate con la calce. E le tegole invece delle lamiere che scricchiolano sotto il sole cocente.
Delusione negli occhi di Andrea. Chissà cosa s’aspettava. Siamo reduci da una vacanza nelle Marche, assieme mare e le gite in luoghi che hanno saputo conservare il Medioevo. La chiesa non ha nulla di speciale – facciata anonima, minimi i fregi, gli interni meglio, seppure non da esaltarsi. Si porge a una piazza, piccola, e che ricordavo immensa, ancora i pochi anni ad aver storpiato la realtà.
Andrea increspa il muso in smorfie di disappunto. Non gli sta piacendo granché. E non si spiega perché questo vecchio villaggio cresciuto attorno a una chiesa così così susciti tanto interesse, conduca lì tanta gente. Appena gli dico che quella è stata la Madonna della ’ndrangheta e che tale continua a ritenerla l’Italia, senza che lo sia più – da decenni, qui fede e folclore – si irrigidisce per un attimo, mi occhieggia sorpreso, vuole andare a vedere che faccia ha una Madonna della ’ndrangheta. Che non la immagini armata di lupara e con un pugnale tra i denti?
Ci giungono le parole roboanti e acquose delle predica: la Madonna è già uscita e si sta celebrando Messa all’aperto. Andrea è scontento, deluso. Gli torna il sorriso appena lo rassicuro che gli comprerò un coltello multiuso.
Sul piazzale, un fitto cerchio di uomini delimitano lo spazio entro cui danzare. Battono le mani, sibilano, tra labbra, denti, lingua e palato, fischi acuti da pecoraio, esplodono roche urla di incitamento. È la tarantella. Ci avviciniamo. Un uomo dispiega sinuoso, a mò di serpe che si sottrae frettolosa, un organetto, spandendo per l’aria un suono colmo, lamentevole, che s’impenna, cede di ritmo, si cangia, muore e risorge, con lui che si contorce allo stesso ritmo del suono. Ride allegro. La risata e i movimenti assecondanti la musica gli vibrano il corpo molle e grasso. Un altro percuote con il palmo aperto la pelle di pecora del tamburello, in perfetta sintonia con le variazioni del compagno, ritmando i piedi e tenendo alta la testa perché il fumo della sigaretta, rollata con il trinciato e relegata all’angolo della bocca, non gli intasi gli occhi e ne ostacoli l’arte.
Nel centro del cerchio, ballano due anziani, muovendo piccoli passi di danza, schermeggiando con rapidi affondi delle mani aperte, come fossero coltelli. Uno poggia un ginocchio in terra, l’altro gli volteggia intorno, tenendo larghi, con le dita a pinza, i lembi della rustica giacca. Una bella scena. Il mastro da ballo invita uno dal cerchio, si tira da parte, dopo un po’ “fuori il primo” ordina  e rientra a riprendersi il ruolo. A lungo così, con tanti che vengono invitati a esibirsi. Seppure si sia a Polsi e si stiano mimando gesti d’ominità, non è ’ndrangheta, spiego ad Andrea. È piuttosto folclore di ’ndrangheta, nonostante il mastro da ballo abbia le parate, i modi e le mosse di chi un tempo forse apparteneva all’onorata società, un malandrino con un prestigio antico, se ha titolo per dirigere il ballo in un cerchio affollato di soli uomini e con facce non troppo battezzate. È folclore di ’ndrangheta nonostante il suo sguardo sanguigno e penetrante, il viso con una smorfia rude, la coppola piegata di traverso, sulle due meno venti, minuto più minuto meno, che toglie per il saluto di un attimo su ogni nuovo entrato. È folclore di ’ndrangheta perché da decenni gli ’ndranghetisti veri disertano, evitano da quando la Legge ha visto in Polsi il posto maledetto dove si decide e si sbroglia la matassa.
Più in là nella piazza, un altro cerchio. Ancora tarantella. Diversa, ché vi si esibiscono pure donne. È lecita a tutti, non ha rigidità, né gerarchie, né regole a cui sottostare.
Andrea guarda incantato. Di tanto in tanto mi scruta indagatore, perché non mi scivoli via l’impegno del coltello.
Ci avviamo verso le bancarelle, fendendo la moltitudine, stipata da poter spremere olio, che ascolta la Messa all’aperto e guarda e prega verso la Madonna della Montagna dagli occhi incerti, che non ti lasciano mai qualunque sia l’angolazione da cui la osservi. Scruto la gente. Nessuno con il tirabaci, né le basette a mezzaluna, né il camuffo, giusto un paio con la barritta girata di traverso, e nemmeno tanto.
Lungo la strada, un bar tirato su alla meno peggio. È affollato, ma niente paesani né conoscenti. Il posto adatto per bersi una Coca.
Dentro, la sorpresa d’una tarantella accompagnata, oltre che da organetto e tamburello, dalle ceramelle, una specie di cornamusa realizzata con la pelle d’una pecora scuoiata intera. Un uomo dalla pancia settimina vi soffia dentro fiati rancidi di vino. Ne estrae un suono monotono però gradevole. Qualcuno balla, in tranquillità, da cittadino. Uno filma, alcuni scattano foto. Mi ci aggiungo anch’io, ché qui è spasso, libertà.
Dopo, andiamo per il coltello di Andrea.
“È svizzero. La vedi questa croce rossa?” dico.
“Se è Svizzero, è meglio. Vero, papà?” ribatte.
“Sì” rispondo, tanto per assecondarlo. Poi ci ragiono su: sì, se è svizzero è davvero meglio.
Ne compro uno pure per me. Non so perché.
Torniamo indietro. Ripassiamo davanti al bar di prima. L’uomo con le ceramelle si sta concedendo sui gradini una pausa di riposo. E di vino. Lo beve da un otre di terracotta – di quelli con l’ugello che lo spande parco e a cupola – adagiandolo sul dorso della mano, all’uso degli zappatori a giornata per sciacquarsi la bocca, togliersi l’acre sapore della polvere.
È un pezzo d’antico. Finalmente. Una piacevole eccezione dove tutto avrebbe dovuto rimanere immutabile invece di piegarsi alla modernità.
Ripassiamo davanti alla folla dei devoti. Si va sciogliendo, la Messa e terminata. E hanno fretta di salire in macchina e affrontare in avanguardia il ritorno, per non arrancare appresso ai più lenti, agli autobus, ai camion. E per raggiungere la cresta, accendere un fuoco in mezzo alla faggeta, piazzarci treppiedi e pentolone, annegare la capra squartata e chiudere in bellezza la devozione.
Noi siamo a piedi. E sono troppi otto chilometri di quella discesa che sarà dura salita. Così, accettiamo il passaggio di un paesano. Ci lascia in cima, dove ho posteggiato la macchina. Che c’è ancora. Da lì, di nuovo al Sanatorio, in un trattoria che sarà anche una bettola – e bettola la dicono le pareti e il tetto, di lamiere arrugginite – ma la cuoca sa preparare tagliatelle ai funghi e costate d’agnello che squagliano in bocca.
Mentre pranziamo, chiedo ad Andrea se l’esperienza gli è piaciuta.
Risponde sì per farmi contento. Poi, “puzzava” ritratta.
Sorrido. Il puzzo, io non l’ho avvertito. Lo hanno sovrastato i ricordi di quando più soddisfacenti erano i miei giorni e più compiacenti gli anni, e la mia famiglia di ragazzino sedeva tutta intera al tavolo della cena.
“Il miglior posto della gita resta sempre il ristorante” aggiunge Andrea, ripetendo il cliché abituale di ogni nostra escursione.
Sorrido, gli arruffo i capelli, inforchetto tagliatelle con un profumo e un gusto da poter risuscitare i morti.