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Sabato, 23 Ottobre 2021

Tre amici nella cantina di 'onna Peppa

“Il dovere chiama. Vado all’ufficio”, così ognuno dei tre amici a quanti li incontravano lungo il percorso. L’ufficio era la cantina di ’onna Peppa, un appuntamento fisso, da ufficio appunto, con l’orario anch’esso fisso, da metà pomeriggio a quando l’orologio “Il dovere chiama. Vado all’ufficio”, così ognuno dei tre amici a quanti li incontravano lungo il percorso. L’ufficio era la cantina di ’onna Peppa, un appuntamento fisso, da ufficio appunto, con l’orario anch’esso fisso, da metà pomeriggio a quando l’orologio della torre scandiva i rintocchi delle otto e ’onna Peppa, svizzera in questo, batteva impaziente il piede in terra – parole niente – per significare ch’era per lei momento di chiudere e di appartarsi con la famiglia.tre amici
Antoni, Masi e Peppino ci arrivavano uno alla volta. Neanche se percorrevano gli stessi passi a breve distanza, s’affiancavano per quel tratto di strada assieme. Chi giungeva per primo per cominciare a bere usava il garbo d’attendere gli altri. Non erano stati amici, il vino assieme li aveva affiatati.
Antoni ci andava dopo la giornata di zappa. Non passava da casa per mangiare qualcosa. Casa… una baracca alla Timpa ch’era ostaggio di ogni tempo. D’inverno infierivano il levante e la pioggia, insinuandosi dagli spifferi delle finestre e dal tetto in tegole. D’estate, era avvolta da una calura asfissiante come nelle profondità di un forno a legna. Non passava da casa per non sprecare minuti di goduria, tanto aveva accontentato lo stomaco con il companatico portato nella gavetta – un carro di pane scavato della mollica e, dentro, peperoni che pretendevano bestemmie, per il bruciore. Del litro di vino pattuito con il padrone di turno non ne beveva granché – non avrebbe giovato al lavoro, a rendere poco non sarebbe stato più chiamato a giornata. Lo metteva nella cortara, di quelle con l’ugello a spanderlo largo, e si limitava a piccoli sorsi, giusto per bagnarsi la bocca e togliersi il sapore acre della polvere. Quello che gli rimaneva lo teneva da parte per le necessità, sia mai gli capitasse di svegliarsi nella notte con arsura da spegnere.
Masi arrivava con le ossa riposate. Era bisticciato con la fatica, e non c’era possibilità di aggiustarla, mai aveva lavorato. Quando Rosario “perché non te lo coltivi tu l’orto del medico?” gli aveva proposto, in presenza del medico, Masi aveva considerato l’idea, s’era fatto pensieroso, lisciandosi a lungo il mento con la barba ispida, aveva battuto il capo ad annuire su quell’appezzamento di terreno vicino al paese e lasciato dal colono emigrato in Germania e “sì” aveva concesso, per poi aggiungere, già imprenditore: “ma chi me lo zappa?”. Questo, perché non aveva un bisogno pressante, gli era capitata la fortuna di perdere una gamba nella guerra e con quella gamba campava, con la pensione che gli era derivata. Ci campava lui, di meno la famiglia, dato che in una giornata consumava più vino della benzina di cui il Barone ubriacava la Millecento, sempre in giro nei paesi della Piana.
Peppino era lavoratore in proprio. Possedeva un piccolo appezzamento di ulivi e un orto sottratto alla fiumara e che con la fiumara si contendeva, non saltava inverno senza che essa se ne riappropriasse e senza che lui non la spingesse di nuovo fuori. In più, poteva mettere le mani sui pochi soldi della pensione del padre rimbambito. Se non bastavano, si caricava di pagherò che non pagava mai. Tranne che a ’onna Peppa. Là non si fagliava, ’onna Peppa era buona e cara, però sui soldi non transigeva, a non saldare il dovuto gli avrebbe tolto la comodità, il tavolo riservato, il vino della botte migliore – le prime cannate almeno – le gustosità di accompagno al bere: patate con la buccia arrostite nella cenere, biscotto di pane bagnato nell’acqua e condito con olio e origano, fave fresche di stagioneo abbrustolite, castagne, noci di palazzo, alici sotto sale, lupini, tranci di pecorino con i vermi.
Se era inverno, sedevano nell’ampio locale interno, appestato dal tanfo di vino e avvolto dal crepuscolo, per la scarsa luce che penetrava da fuori e per la lampadina tenuta al risparmio. I giorni di pioggia i più soddisfacenti: più il cielo mandava acqua, più il vino scivolava piacevole in gola.
Se era buon tempo, da metà primavera a tutto ottobre, preferivano un tavolino fuori, sotto l’ombra del salice piangente che li privava alla vista e alle maldicenze.
Principiavano con una cannata di cerasuolo da un litro e mezzo. Colmavano i bicchieri, li stagliavano contro il cielo ad apprezzarne il colore ambrato, tintinnavano e li scolavano con un unico sorso. Li riempivano di nuovo. Ma li lasciavano a riposare. Meglio lenti, i primi. A berli di fretta, finisci uno e attacca l’altro, si perdevano lo sfizio e il piacere della compagnia, perché si ubriacavano troppo presto. A intervalli regolari, l’appoggio allo stomaco con le attenzioni della “casa” – ’onna Peppa aveva chiaro quand’era tempo dell’entrata in scena. E vino e chiacchiere assieme, con le frasi che via via s’increspavano, diventavano insensate, poi poco più che mugugni, grugniti incomprensibili infine.
La prima cannata era di un gusto… La assaporavano roteando la mano aperta ad apprezzare l’aroma e il sapore, mentre si raccontavano la giornata, dissertavano sul mondo.
Alla seconda, già le parole s’inceppavano. Appena la portavano a vetro, Antoni si ritrovava con gli occhi del sonno, Peppino indirizzava sulla sputacchiera scaracchi da cecchino, la centrava da qualsiasi distanza, Masi fantasticava sulle battaglie in Cirenaica e sui suoi atti d’eroismo, sul capitano che gli batteva una pacca sulle spalle dicendogli: “bastavano cento come te per vincere la guerra”. Antoni emergeva dalla sonnolenza e blaterava di malandrineria, essendo che, da giovane, lo avevano ammesso nella società, salvo espellerlo quando non s’era ripreso con il sangue l’onore smarrito appresso a una sorella che allargava le cosce al minimo respiro caldo che le alitavano addosso.
Alla terza, da metà in giù, s’affliggevano in un’ubriacatura triste, commuovendosi di niente – ad Antoni scappava un lacrimuccio. E si consolavano a vicenda di un dolore scovato nel vino e di cui, appena sobri, non rimaneva traccia. A fine cannata, diventava stizzosa. E pretendevano vendetta i dolori all’inizio piagnucolosi e ora torti subiti. Ed era come se l’abitudine a bare assieme avesse indotto un sincronismo di umori tra loro, tristi assieme, arrabbiati assieme, allegri assieme.
Alla quarta, la lingua stentava da non districare nulla, era più la salivache sputariavano. Ancora sollevavano il bicchiere ad apprezzare il colore ambrato, che ambrato non era più, per ’onna Peppa che aveva cambiato il vino con uno di scarto, quello combinato con onesta acqua di fonte, polverina e un bastone che mescolasse bene, lo spillava dalla botte tenuta a portata di vista, per ingannare meglio, con loro comunque non più in grado di notare la differenza, avrebbe anche potuto essere birra senza che se ne accorgessero.
Già un decennio d’ufficio, da subito dopo la guerra, solito orario, solita quantità di cerasuolo, solita obbedienza all’orologio e al piede impaziente di ’onna Peppa. Dopo, ognuno per proprio conto, strascicando i passi, sbandando peggio della mula di Gargiazza quando la caricava più del camion di Geso, sbattendo sugli ostacoli che la nebbia del vino impediva agli occhi. E diretti a casa. Dove non sempre arrivavano. Capitava infatti che il muro su cui si strusciavano per riuscire a procedere decidesse di spostarsi più in là e che cadessero. E cadere diventava una resa definitiva. Non avevano forza per tirarsi su, si lasciavano vincere dal torpore e diventavano letto una cunetta, l’incavo d’un portone, il selciato della via, uno scalino, la bocca di un cunicolo della fogna. Alla luce indecisa del giorno, li sorprendevano lì i due spazzini. Provavano a svegliarli strusciando sulla faccia le scope di erica, mentre si tappavano la bocca a trattenere le risate, e a evitarne i fiati, ci si ubriacava a respirarli. Se mugugnavano stizzosi, li lasciavano in abbandono. E loro, sazi di quel sonno scomodo, si ridestavano assieme al paese e si volgevano intorno straniti, la bocca impastata, la testa che friggeva, le membra indolenzite. Masi ancora andava in cerca di chi lo aveva piazzato con il culo dentro lo zampillo della fontana. Giurava e sacramentava che, a scoprirlo, lo avrebbe trasformato in carne da imbuto. Ché, per quanto ubriaco da non riconoscersi davanti allo specchio, non gli veniva da credere fosse stato lui stesso a scegliere quel posto per passare la notte afosa, come tutti gli assicuravano. Non impressionava nessuno, era gravido di smargiassate ma non di violenza, non da lucido almeno, nel vino… nel vino poteva capitargli, finora però non gli era capitato.
Masi cadde sul lavoro, in ’ufficio’, un tardo pomeriggio di maggio, nel mezzo della quarta cannata, dopo ch’erano appena passati dalla fase dell’ubriacatura stizzosa a quella allegra. Dacché tracannò d’un fiato il vino non più cerasuolo e poggiò il bicchiere sul ripiano, liberando il solito “ah” di soddisfazione, a che reclinò la testa sul tavolo, al rallentatore, urtando la cannata che Antoni s’affrettò a tenere prima che diventasse spreco. Lo strattonavano perché si svegliasse. E ridevano, ridevano. Non smisero di ridere neanche mentre mani caritatevoli sollevavano Masi e lo portavano via. Qualcosa tuttavia intuirono, perché ogni nuovo bicchiere che conducevano al muso lo brindavano a Masi. Dopo, il tragitto verso casa strusciandosi sui muri. Nessuno dei due riuscì a giungerci. L’alba colse Antoni abbracciato al tronco di un platano della piazza, come morto. E Peppino disteso lungo nell’aiuola del monumento ai caduti. Appena svegli, il sapore del fiele in bocca e nella testa la sensazione di qualcosa mutato per sempre. Poi, improvviso, il pensiero assurdo, che chissà come aveva penetrato la mente, che non avrebbero più avuto Masi compagno al tavolo.
Quando appurarono, piansero lacrime disperate.
“Ha fatto la morte migliore” si consolò Antoni, adattando al vino quella di monta successa a Rimedio, trovato senza vita in campagna, nudo in carne, crollato addosso a una femmina di cui mai s’era scoperto il nome.
Peppino ne convenne con un lento assentire.
Non andarono più da ’onna Peppa. Non c’era gusto in due, sempre ci sarebbe stata l’ombra di Masi nel posto vuoto e il vino non avrebbe varcato saporoso la gola.