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Lunedì, 02 Agosto 2021

Mai imbrattarli, i ricordi

Umberto rimetteva piede in paese dopo sessantotto anni nel New Jersey, una ventina da emigrato, dieci o giù di lì da italoamericano, il resto da americano, ché tale si riteneva lui e tale lo ritenevano i nativi. Se n’era andato Umberto rimetteva piede in paese dopo sessantotto anni nel New Jersey, una ventina da emigrato, dieci o giù di lì da italoamericano, il resto da americano, ché tale si riteneva lui e tale lo ritenevano i nativi. Se n’era andato undicenne, con la famiglia e con un carico di nostalgia e di lacrime durate la traversata per mare e un lungo tempo nella nuova terra.
Sempre s’era ripromesso di ricongiungersi con le origini. E sempre era capitato un inciampo che rinviava, smorzava l’intento. Ci era tornato ora, da vecchio, quando il traguardo al breve orizzonte e il morbo che lo vinceva avrebbero dovuto piuttosto tagliare il respiro alle frenesie terrene. Gli era parso necessario chiudere il cerchio, ricomparire dove tutto aveva avuto inizio. Appena giunto, s’era però tenuto estraneo, come capitato lì per caso. Girava per le strade del centro porgendo al più gli occhi di un attimo a quanti incontrava. Quelli invece scrutavano incuriositi lui, canuto e attempato, che soccorreva i passi con il bastone, scattava fotografie, e che era indubbiamente americano, perché vestito con l’elegante cattivo gusto tipico degli americani. Nessuno diede segni d’averlo riconosciuto. Ottimo, Umberto ci teneva a restare anonimo, non gli andava d’impattare in facce che scoperchiassero l’infanzia assieme, non avrebbe saputo che dire, né spacciare intimità, né rivangare il passato. Manco ricordava più il dialetto. Ci aveva provato, le parole le aveva impacciate l’inflessione americana. In casa, da decenni non lo parlavano. I figli, due femmine e un maschio, al più storpiavano qualcosa. Né Umberto aveva mai imparato l’italiano, nelle scuole in paese non compariva, la nazione era distante, lo stesso maestro Lecci non era detto lo masticasse o s’era dovuto rassegnare a farsi capire nella lingua di tutti, e in dialetto li ingiuriava mentre li scrollava dalle orecchie, mentre li bacchettava sui dorsi delle mani con una verga spellata d’ulivo, mentre spiegava tenendo tra le gambe il braciere che avrebbe dovuto riscaldare l’intera classe.
Una delusione, il paese. I ricordi non combaciavano con gli attimi imprigionati nella memoria. Era mutato. Troppo. Non in meglio. Nonostante la modernità avesse soffiato pure lì. Già l’asfalto sul Corso era modernità. Non più la ghiaia che le macchine macinavano rumorose. Tre ne circolavano allora. Le possedevano i signorotti. Comprate per esibizione più che per necessità, non avevano dov’altro andare, lì la ricchezza, lì le riverenze, lì padroni in ogni tempo, lì con la cavezza sul popolo, lì con il bastone della bandiera che sventolava più alta. Sedevano accanto all’autista – in divisa, con il cappello dalla visiera rigida e il ’don’, anteposto al nome, che meritava il mestiere – senza avere occhi per nessuno, la mano sventolata piano come per benedire, ombre di cafoni che si tiravano da parte al passaggio più lento d’una processione. Possedevano latifondi di ulivi che si spegnevano a ridosso della Piana e per un tratto confinavano con il mare, lo spicchio che scampava a colline una addosso all’altra e che nei giorni schiariti dalla pioggia si lasciava immaginare un’interminabile distesa d’erba piegata dal vento in un’unica direzione, se era agitato si stendeva lungo sulla spiaggia, birroso come la pozza alla fiumara quando le popolane facevano il bucato grande.
Si scosse dai ricordi. Li aveva conservati soltanto perché migliori riteneva i suoi giorni di allora. Ma era un mondo ingiusto, di padroni e di servi, con pochi a possedere tutto, a decidere la sopravvivenza, e gli stessi destini, e con i poveri che avevano sottomesso la dignità e il decoro alla fame e alla miseria se, passando davanti ai palazzi, si toglievano la coppola e sprofondavano inchini anche a sapere che non c’era nessuno che potesse vedere il gesto. La cattiva sorte aveva battuto pure sulla spalla di Umberto e dei suoi, e dire che avevano contato su un occhio di benevolenza, avendo usato il rispetto d’imporre a lui il nome Umberto, come il Marchese vecchio. Era toccata l’America, ai genitori, a Umberto undicenne, a un fratello e a una sorella più piccoli, e un rimpianto incontenibile del paese, pietre su pietre che discendevano i dorsi della collina, flagellato dalle intemperie, scosso dai venti al punto che la nebbia si ritraeva senza mai riuscire a espandere i suoi umori umidi.
Umberto certe immagini le aveva trattenute quasi fossero reliquie, con il Borgo dalle case accatastate a sorreggersi l’un l’altra, i muri in pietrame e nudi d’intonaco, i tetti in tegole, le viuzze lastricate con tagli di pietre di fiumara e talmente strette che gli asini e i muli caricati con i cofani dovevano darsiil passo. Il vento s’incanalava tra i vicoli con folate che trascinavano le voci dei trapassati, il frastuono di catene delle anime dannate, le bestemmie degli sventurati che sopravvivevano nei gironi più infimi. I lupi mannari s’impossessavano delle notti tempestose. Le levantine spingevano rabbiose le raffiche, con la pioggia che mutava brusca la direzione, come uno stormo di fringuelli. Le folaghe, nere e sinistre, salivano dal mare e i cacciatori s’affrettavano ad abbatterle per scongiurare le disgrazie.
Il paese s’era spopolato, e imbruttito, marchiato dalle lamiere e dal cemento. Nel Borgo, molte case s’erano stancate disostenersi e adagiate a terra, immiserendosi a pietre, di altre rimanevano spezzoni di murature, tratti di tetti dalle tegole muschiate d’antico, finestre che il levante penetrava vagando libero all’interno. I vicoli erano pavimentati di un calcestruzzo reso scivoloso da una patina di verde, per i passi che vi mancavano. Erbe erano cresciute lungo lo spiccato dei muri.
Umberto non se la sentiva di entrare nel vicolo dov’era la sua casa, due stanze a pelo di strada – e per cesso gli orinali. In una vivevano le giornate, con la cucina a legna d’inverno una goduria, d’estate le profondità dell’inferno, lì dove la brace scottava di più – ché cucinare si doveva – nell’altra, le notti, i genitori in un angolo reso intimo da una tenda, loro tre in lettini riempiti di batuffoli di lana di pecora per contrastare il freddo e di foglie secche di granturco, più fresche, nella bella stagione.
Capiva ch’era restio ad andarci per non infrangere il passato sulla nuova desolazione. Un deserto, il paese – gli stessi palazzi dei signorotti erano decadenti, in abbandono. Erano più i fantasmi. Mancavano le voci popolane, le liti a sciancarsi i capelli, tra urla da lutto giovane in famiglia, che si ricomponevano con la stessa rapidità con cui s’erano accese, alla prima occasione di bisogno. Mancavano i ragazzini per strada, i vecchi sugli usci, inabili alla campagna e con gli occhi vigili sui più piccoli. Mancavano le donne in nero, sedute sugli scalini, che separavano i fagioli dai baccelli, i chicchi dalle spighe, e sezionavano i capelli alle ragazzine per scovare pidocchi che poi schiacciavano tra le unghie dei pollici. Mancavano le stalle con gli asini e i muli, e i loro odori, che non erano puzza a quel tempo. Mancava Antoni attorniato da uno sciame di mosche più d’un bue soggiogato all’aratro in agosto. Mancava la vita, insomma. E questo a Umberto acciaccava i ricordi, glieli sbiadiva, li ingrigiva. Le immagini di quel mondo in rovina si sarebbero sovrapposte fino a sciancare le impronte degli anni immortali, conservate nitide fin lì, rinverdite spesso perché non si disperdessero. E non voleva che succedesse, erano tutto ciò che gli rimaneva di quell’altra esistenza più breve, delle radici, di un’età spensierata che avrebbe rivoluto indietro e ch’era stata rifugio ogni volta che la vita altrove chiedeva il conto, si accaniva.
Doveva però darci un’occhiata, per riannodare la continuità, per non disattendere la promessa al fratello e alla sorella di riportare indietro scatti della casa e del piccolo spazio davanti dove giocavano felici, per fare le veci dei genitori, mancati da vent’anni e che sempre avevano programmato e sempre rinviato di tornare in paese – quest’anno no, meglio il prossimo, un altro ancora – finché la morte li aveva sorpresi incompiuti. Inspirò forte, rimandò fuori il fiato con uno sbuffo dalle gote, gonfie come per un ascesso ai denti, e vi si diresse. Temeva il peggio. Non la delusione per una povertà che lo avrebbe mortificato, l’aveva conservata intatta quella povertà, piuttosto di non trovare più nulla da imprigionare nell’attimo di una foto.
Fu così: la casa non c’era più. Ora il Borgo lì largheggiava in una specie di piazzetta. Dov’era scorsa la loro infanzia c’erano panchine in ferro, con segni di ruggine, e una palma nel mezzo, secchi i rami bassi, da anni non vi si abbatteva l’accetta. Una delle panchine era vicina al muro in comune con l’abitazione dei vicini, a occhio nel posto dove c’era stata la cucina a legna. Non gli rimaneva che fotografare il muro, apparteneva anche alla sua casa, quello era scampato e quello avrebbe mostrato ai suoi.
Se ne pentì, inquadrò invece la casa accanto e scattò la foto. Li avrebbe ingannati ch’era ancora lì, che l’aveva atteso.
Ritornò verso la macchina e partì, il cuore nero per i ricordi che non sarebbero più stati gli stessi. Mai imbrattarli, i ricordi.