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Martedì, 28 Settembre 2021

Quando la madre di Gaspare Pisciotta mi cantava le nenie…

La donna apparve fantasma nel cuore d’una notte fredda e quieta. Era il febbraio del ’51, quando la seconda guerra era troppo fresca per essere un ricordo accettabile e la terza, roba sua, di famiglia, s’era appena consumata, in malo La donna apparve fantasma nel cuore d’una notte fredda e quieta. Era il febbraio del ’51, quando la seconda guerra era troppo fresca per essere un ricordo accettabile e la terza, roba sua, di famiglia, s’era appena consumata, in malo modo. La macchina su cui giunse lacerò il silenzio.

Gaspare Pisciotta nel film di Francesco Rosi; con il tranch bianco Salvatore Giuliano. Gaspare Pisciotta nel film di Francesco Rosi; con il tranch bianco Salvatore Giuliano.


E svegliò i “civili”, per il sonno appiccicato con la saliva di chi ha le ossa riposate, e i travagliatori costretti a oziare il giorno precedente, non avendo spuntato la nobile pacca sulla spalla che concedeva la grazia di una giornata di zappa, di pala e piccone, di potatore. Se ne allarmarono. Non era strada di passaggio, di più da dopo che quella Statale, di collegamento tra il Tirreno e lo Ionio, s’infrangeva brusca su un burrone da cui scansare gli occhi. Macchine ne transitavano poco e niente. E il Corso e la piazza erano talmente sgombre che i ragazzi potevano tirare calci ai palloni arrangiati con pezze vecchie – o a uno vero, di cuoio, se e finché si restava amici del proprietario, complicato di testa. Le tre o quattro automobili dei signorotti locali si esibivano di giorno, avanti e indietro per le vie del centro solo per mostrarsi, l’autista impacciato, per la divisa e il berretto che lo inchiodavano servo, il padrone seduto a lato, altero e con la mano in lenta benedizione su chiunque gli arrivava a portata. Una macchina a un’ora simile, poi… A un’ora simile era più facile imbattersi in dannati trascinati alla catena e in lupi mannari. A un’ora simile il silenzio era infranto soltanto dai versi dei predatori, dalle russate catarrose e dagli scaracchi di gola, forti da oltrepassare i muri incannizzati delle baracche del Borgo, dai rintocchi dell’orologio a ogni quarto e, a venti minuti alle cinque, dal cupo gemito dell'autobus di Labozzetta e dal breve colpo di clacson a beneficio di qualche ritardatario – lì era il capolinea; impiegava quasi cinque ore per giungere a Reggio; rientrava nel tardo pomeriggio, con i finestrini decorati dal vomito di molti, nonostante le mani, a volte l’intero busto, sporti fuori; lo si sentiva arrivare quand’era ancora al ponte Lago, quattro chilometri giù, perché a ogni tornante arrancava e il motore impennava un rantolo, pareva dovesse esalare l'ultimo rombo.
La donna, anziana,pienotta, di media statura, con gli occhiali, scese alla piazzetta, uno spazio triangolare pavimentato con pietre infisse nel terreno, a ridosso della Nazionale che tagliava in due il paese, cosparsa d’uno strato di ghiaia con due solchi sprofondati da svelare la nuda terra, per il passaggio dei carretti trainati dai muli e dagli asini.

La madre di Gaspare Pisciotta. La madre di Gaspare Pisciotta.


Siccome non era orario da bussare alle porte per chiedere informazioni, smontò dalla macchina, si sgranchì, s’intabarrò nel cappotto, prese a passeggiare su e giù. Sedette infine sul sedile in cemento vicino all’angolo dove sciacquettava una fontana in ghisa, a corpo cilindrico e con il fascio littorio impresso sopra. Lesse i versi tracciati sul ripiano, a stampatello e in perfetta geometria:

qui fermati e riposa,
o qual celeste cosa,
tra il dolce mormorio della fontana
e l'austero suon della campana


In alto, la chiesa protopapale proiettava un’ombra che faceva più scura la notte. Poco discosto, un vicolo, in discesa, ristretto tra la scarpata degradante da un orto e una casa dalla facciata ingentilita da un rifascio con sculture di putti.
A venti alle cinque, la corriera. E ottennero l’indirizzo che cercavano. E che era proprio alla fine del vicolo. La donna lo percorse seguita dall’autista che portava in spalla un grosso baule. La viuzza restringeva a imbuto – due asini con i cofani laterali avrebbero dovuto darsi il passo. Una trentina di metri e furono in un piccolo spiazzo su cui si fronteggiavano una casa a due piani e con la terrazza e un’altra a uno, misera, stretta, i muri in pietrame e senza il lusso e lo spreco dell’intonaco, la copertura in coppi, gli infissi malandati, e che era la locanda dove sapeva di dover essere ospitata finché fosse parso giusto a chi l’aveva esiliata in quello sperduto paesino ai primi rialzi dell'Aspromonte.
Aprì una donna già negli anni, grassottella, bassina, i capelli raccolti a coroncina dietro la nuca, gli occhi svelti e smaliziati. Mostrò il muso arcigno e mugugnò una protesta, per essere stata svegliata a un’ora offensiva. Ma capì subito chi aveva di fronte e tramutò le smorfie in sorrisi e le parole in cerimonie esagerate.
La nuova arrivata congedò l’autista – che se ne andava con la macchina – e dormì lì. Si svegliò quando dai dirimpettai già esalava l’odore di cucinato. Si presentò a quella famiglia, padre impiegato alla posta, madre casalinga e due figli maschi, di venti e quattro mesi.
Il nome, Rosalia Lombardo, non destò interesse, non portò sorpresa. Non le chiesero cosa fosse venuta a fare in un posto con nulla che potesse attrarre. E accettarono senza indagare che si sarebbe fermata a lungo.

La foto è tratta dal film Salvatore Giuliano del regista Francesco Rosi (1962), Pisciotta è il primo a destra. La foto è tratta dal film Salvatore Giuliano del regista Francesco Rosi (1962), Pisciotta è il primo a destra.


Tre, quattro giorni e il paese già si passava la novità, a sussurri: la sorpresa notturna da sposata faceva Pisciotta e veniva madre a Gaspare, detenuto in carcere a Palermo, cugino, luogotenente, traditore e forse assassino di Salvatore Giuliano. Era stata spedita lì al confino, per toglierla da Montelepre e dalla Sicilia.
Rosalia, da subito ’onna Rosalia per tutti, non si lamentava dei disagi della casetta su cui infierivano le levantine – pareva che dovessero sradicarla, a ogni folata si contorceva in gemiti. Era garbata, di muso dolce, con un sorriso bonario. Fece amicizia con quanti gravitavano attorno al vicolo: ’Ntonino, colono nella campagna sottostante, un vecchietto curvo come una falce – le gambe, il manico, e il busto, l’arco – che accompagnava i passi con un bastone, utile più a non farlo ribaltare in avanti che a sostenerlo; le orfanelle dell’orfanotrofio della Marchesa, loro, di età tra i sei anni e le prime penne dell’adolescenza, le vedeva nell’orto di sopra, e ci parlava, quando accudivano alle piante di fagioli, di pomodori, di melanzane, e mai applicate nei giochi dovuti ai pochi anni e di cui forse nemmeno avevano valìa, dopo che la carità pelosa le aveva costrette a raccogliere olive per l’intera giornata, otto ore a culo a ponte finché non sbrigavano il cottimo, quattro misure le grandicelle, due le piccole, e dopo che al ritorno cucivano corredi destinati al futuro di altre.
Passeggiava dallo spiazzo fino alla curva del vicolo, dove un fico aveva trovato vita impensabile affondando le radici tra la pavimentazione e lo spiccato di un muretto, senza mai riuscire a portare a maturazione i frutti, che restavano scartagnoli, piccoli, duri e con il latte.
Due volte al mese, rimbombava lo stesso motore che l’aveva condotta lì. Arrivo notturno e partenza notturna. La macchina si fermava alla piazzetta e ne scendeva un uomo distinto, con una borsa di pelle, e un vestito di grande eleganza, a maggior ragione perché lì i più ne avevano uno solo mezzo decente, che tenevano caro per le due occasioni mondane della vita: il matrimonio e la morte. Chi ne spiò la venuta lo classificò avvocato. Così immaginava gli avvocati.

“E’ stato un Giuda e un Caino!”, grida la madre del bandito Giuliano a Gaspare Pisciotta, uccisore di suo figlio, in una drammatica udienza del processo per la strage di Portella delle Ginestre (Disegno Walter Molino).


Peraltro, gli guidava la macchina un autista e lui sedeva dietro. Poi, era normale occorresse un avvocato alla madre di Gaspare Pisciotta. Si trattenevano un paio d’ore alla locanda per sbrigare incombenze di cui non era dato sapere, per poi dileguarsi furtivi dentro la stessa notte che li aveva partoriti.
Il paese fantasticava sulle visite, e sulla borsa dell’avvocato certo piena di soldi da poter spesare uno sposalizio di lusso, senza che a nessuno sorgesse l’intenzione di un colpo di destrezza per sottrargliela: di mezzo c’era la madre di un bandito che aveva fatto tremare le vene all’Italia. Mai chiesero a ’onna Rosalia di quelle visite. Né lei vi fece cenno. Si manteneva riservata e usciva dallo spiazzo solo per recarsi alla messa del mattino e alla benedizione della sera.
S’era rivelata garbata di modi e di lingua, mai una parola di troppo, mai un gesto alterato – e il paese la attorniava di attenzioni. Aveva legato con la famiglia di fronte. Accudiva il bambino di pochi mesi, facendogli il bagnetto, baliandolo al suono mugugnato di canzoni siciliane e con un dondolio tra le braccia che gli troncava il pianto e lo conduceva al sonno.
Fu in quel tempo che scoppiò la rivolta per la parrocchia, tra chi dei due preti dovesse tenerla – se il reggente che s'era conquistato la benevolenza e fu affiancato dal popolo o il vincitore delconcorso, inviso perché i più s'erano affezionati al primo. Comparvero armi, boicottarono le funzioni religiose. E sprangarono le porte della chiesa. Le aprirono solo per ’onna Rosalia, la volta che avanzò vecchina e mesta e disse ch’era bisognosa di recitare una preghiera per il figlio carcerato.
L’avvocato continuò ad arrivare due volte al mese, con la borsa, la macchina e l’autista. ’Onna Rosalia Lombardo sposata Pisciotta rimase in paese quasi un anno. Dopo che se ne andò, di lei non si seppe più niente.
Eccomi qua: io il bimbo di pochi mesi che ’onna Rosalia accudiva e quietava cantandogli nenie. Non ho trattenuto immagini di quel tempo. Le ho costruite attraverso i ricordi di mia madre.
Mi sono imbattuto in Salvatore Giuliano jr quando avevo appena superato l’ultimo esame d’ingegneria e stavo preparando la tesi di laurea. Stringemmo amicizia. Aveva saputo da poco d’essere figlio del bandito – “patriota siciliano” correggeva lui a bocca piena. Era nato dopo che avevano assassinato il padre e si mormorava fosse stato cresciuto da Frank Costello, in America. Sebbene fresco nella famiglia Giuliano, se ne era infervorato, sentiva addosso il lascito di tenerne alto il nome. Mi tacitò brusco appena attaccai a raccontargli di sua zia che mi era stata balia durante il confino. E la sprezzò con un vibrare di labbra, in uno sputo senza saliva. Poi, mi rivelò delle donne che si contendevano la sua nascita, in tre asserivano d’averlo partorito – novità strabiliante, questa della madre incerta e del padre su cui invece non c’erano dubbi. Due delle aspiranti genitrici erano contadine, la terza una contessa.
“Salvatore, ma tu lo sai chi delle tre è tua mamma?” gli chiesi.
“La contessa. E chi sennò?” rispose, in un’ovvietà senza incertezze.
E ti pareva…