Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Domenica, 19 Settembre 2021

Il macello e le macine del frantoio

Le urla dei maiali sgozzati uscivano dalla porta del macello, percorrevano il vicolo lastricato con pietrame – irregolare da consentire i passi agli uomini e alle bestie, ma non a quelli gommati delle macchine – svoltavano l’angolo della traversa, sfociavano Le urla dei maiali sgozzati uscivano dalla porta del macello, percorrevano il vicolo lastricato con pietrame – irregolare da consentire i passi agli uomini e alle bestie, ma non a quelli gommati delle macchine – svoltavano l’angolo della traversa, sfociavano nel grande spiazzo e penetravano le finestre delle scuole elementari. Dove noi, la classe del ’50, frequentavamo la quinta.
Al sentire le urla, Masi, mio vicino di banco e compagno di scorribande pomeridiane, smaniava. Per lui era meglio del cinema della domenica assistere all’agonia di un maiale con il coltellaccio conficcato in gola e al getto, arcuato e a fontana, del sangue denso e grumoso, che finiva in un catino. Capitava che scappasse al maestro dalla finestra, sordo ai richiami, pur di non mancare lo spettacolo.
Fuori del macello, di piantone c’era sempre Assunta, regina di una casa senza uomini e con una fame che troppo spesso le toccava saziare con l’aroma di cucinato proveniente dalle altre baracche del Borgo – dove non è che se la passassero granché meglio, bolliva sì la pentola ma, dentro l’acqua, erbe annegavano, assieme a patate nei giorni di gran lusso. Assunta non chiedeva. Si limitava a passare uno sguardo inespressivo dal catino colmo agli uomini in attesa che il sangue finisse di colare e di poter tranciare in due la bestia, che poi caricavano in spalla e portavano via. Tanto bastava ad Assunta per guadagnarsi un po’ di frattaglie e una brocca di sangue per farci il sanguinaccio. Bastava, perché non conveniva corrucciarla: non ci metteva sale, lei, a piantare addosso i suoi occhi malevoli, di un azzurro chiaro d’altre genti passate da conquistatori, e a estrarre dalla gola un mugugno a bocca serrata, canoro e incomprensibile. Purgava la sorte così. Più d’uno c’era incappato, con disgrazie giunte più puntuali d’una cambiale.
Di quella generosità forzata godeva pure Masi, ché gli allungavano un bicchiere colmo di quel sangue tiepido e grumoso. Che beveva lì stesso, d’un fiato – dopo aver tirato su il moccolo verdastro che sempre gli faceva capolino dalle narici e che forse era lo stesso da anni, dato che nessuno gli aveva mai visto accostare un fazzoletto al naso. Nel trangugiarlo, roteava nell’aria una mano aperta a cucchiaio o se la passava a lisciarsi la pancia, per apprezzarne il gusto e la bontà. Non so se gli piacesse davvero o se facesse finta. Convinto era però convinto che così avrebbe presto sconfitto l’anemia diagnosticatagli dal medico.
La volta che capitai al macello assieme a lui, toccò un bicchiere anche a me. Mi fece schifo al solo poggiarvi le labbra. E fui a un niente dal vomitare la frittata di pasta avuta per cena la sera precedente. Ma lo bevvi: i dieci anni già mi obbligavano a esibire le prime avvisaglie del diventare adulto, e non fare lo schizzinoso mi sembrava un buon inizio.
Masi continuò ad andarci. Oltre che dal sangue, era attratto dalla morte violenta dei maiali, senza sdegnare quella di vitelli, pecore, capre. Sul sangue però non transigeva: solamente di maiale. Io, dopo l’esperienza patita, mi rifiutavo di seguirlo. E guastammo l’amicizia. Uscendo da scuola e in attesa che si facesse l’orario in cui mio padre chiudeva l’ufficio postale, passavo dal frantoio dei miei zii, fratelli di mia madre, alla periferia del paese. Lo gestivano dacché era rimbambito il nonno, che fino a due anni prima decideva per tutti – i figli cedevano l’uguale lavoro nei campi quando lui avvertiva nella sua stanchezza il tempo che fossero stanchi a loro volta – e che ora lo si teneva riservato in casa, per non mortificarlo, per non appannare i ricordi di un uomo ch’era stato positivo e rispettato.
Il frantoio era per me come il macello per Masi. Mi estasiavo già prima di arrivarci, per gli odori che mi raggiungevano lungo la Statale: dell’olio appena spremuto, di quello più penetrante della morga, delle olive in attesa, della sansa ammucchiata.
Mi stagliavo sulla porta e adattavo gli occhi alla penombra di dentro. A quell’ora coglievo i miei zii e gli operai intenti a mangiare, mentre le macine giravano squittendo, la pressa liberava gemiti contorti nello spremere le sportine caricate della pasta tra i dischi d’acciaio inseriti nel perno, l’olio colava come acqua da una fontana a zampilli e a più vasche e finiva nelle cisterne a livello del pavimento.
Mi accoglievano cerimoniosi. Un cugino già anziano, con cui avevo tanta familiarità da chiamarlo zio, porgeva vino ai miei pochi anni, nel misurino, un bicchiere arcuato, appena più grande di quelli per il rosolio e contenente lagiusta quantità che gli adultisi calavano d’un fiato. Lo tintinnavo sul vetro di tutti, illudendomi così d’anticiparmi giovanottino.
Sedevo con loro sulla panca, tra il muro in pietra e calce, nudo d’intonaco, e il bordo della vasca con le macine.
Mangiavano peperoni da doverne scontare il bruciore a furia di bestemmie. Io accoglievo il carro di pane che mi porgevano – scavato della mollica e riempito nella fossa con i peperoni – e nel mangiarne m’industriavo per dissimulare il bruciore, provavo ad alleviarlo pressando la lingua sul palato. Mi tradivo – questo però lo capisco solo ora – per il rossore che m’infiammava la faccia e per il fuoco alle orecchie. Facevano finta di non accorgersene.
Compare Rosario lavorava più d’un mulo, senza cedere un attimo di parlare – a tutti, a nessuno, forse solo a se stesso – della poca galera toccatagli da giovane, degli amici di là dentro, del rispetto che s’era guadagnato, dei duelli al coltello mimati con le mani aperte, dell’onorata società. Pareva avesse nostalgia degli anni da carcerato.
Vincenzo ridacchiava ai racconti strampalati di Rosario, i miei zii stuzzicavano allegri, il padrone delle olive messe a macinare partecipava con un occhio solo – l’altro gli occorreva per controllare che tutto fosse fatto ad arte – e collaborava al lavoro, perché si usava così e perché la fiducia era bisticciata con le ristrettezze di ogni giorno.
Mi rimangono nitide nella mente, ingiallite dal tempo, le immagini di allora, con gli uomini imbrattati, l’oro giallo nelle vasche, i ragazzini – con la spacca nei pantaloni per facilitarne i bisogni corporali – che entravano e si piantavano senza dire niente, in attesa della fetta di pane condita con l’olio appena spremuto e che valeva un pranzo.
I personaggi dei miei ricordi sono trapassati. Tranne due. Con cui mai rivanghiamo il passato. Ugualmente, a ogni incontro, tra noi si stende un filo che ripristina la continuità, che ci ricongiunge a quel tempo antico, duro e faticoso, migliore però, perché la vita non aveva aggiunto nuovi castighi a quelli già patiti e perché le tavole bandite di miseria non le aveva ancora svuotate la morte.
Oggi, più di cinquant’anni dopo, Masi è un primario chirurgo molto apprezzato e non l’assassino seriale che ho temuto potesse diventare. Sì, squarta gli uomini, ma per ripararli. Ed è una professione che arriva da lontano, dai maiali con il coltellaccio conficcato in gola, da un catino colmo di sangue.