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Domenica, 19 Settembre 2021

Una mattinata in tribunale

Sezione Penale del Tribunale di… Un giorno preciso, ma uguale agli altri. Un giorno qualunque, quindi.
“Assente, già contumace. Non luogo a procedere per sopravvenuta prescrizione del reato”.
A dirlo, le labbra, di un rosso acceso, del Giudice onorario, una donna sui trenta-cinque, piacente, capelli neri, autorità e padronanza di chi ha abitudine alla toga e al microfono.
Il processo per il quale devo testimoniare, C. Giovanni + 1, riguarda un abuso edi-lizio ed è uno dei trenta nell’elenco affisso alla porta.
L’aula è nuova e moderna, cemento a faccia vista, un perimetro irregolare come solo gli architetti osano. Lo scanno è in alto. E così la gabbia, dopo gradini che immagino faticosi se appesantiti dalle colpe. Lame di sole penetrano dagli oblò del tetto e si stagliano sulle pareti con curiose figure geometriche. Una transenna separa la Giustizia dallo spazio riservato al pubblico.
Ed eccolo il pubblico: io solo.
Alla sinistra del Giudice, una signora – Cancelliere? Segretaria? Tutt’e due? –. Categoria dei mediomassimi, sugli ottantacinque alle operazioni di peso. Annota veloce sentenze velocissime. Sulla destra, una ragazza, lunghi capelli ricci scuri sul capo e, dalla nuca in giù, biondi di una tinta antica, occhi inquieti, con guizzi improvvisi sul pubblico. Che continuo a essere solo io. Ma che ho età, e pelo, molto più sale che pepe, da non crearmi illusioni che una così giovane sia interessata a me. Sospetto piuttosto la cerniera dei pantaloni aperta – controllo, no, per fortuna – o chili di forfora sulla giacca, no, o l’unto sulla cravatta delle linguine ai frutti di mare di ieri sera, nemmeno. Le susciterò curiosità. O le occorre posare gli occhi su qualcuno e basta. Poco importa. Qualunque sia il motivo per cui ogni tanto mi sbircia, non vale la pena approfondirlo. Per quanto belloccia in viso, è pure lei di taglia forte.
“Assente, già contumace. Non luogo a procedere per sopravvenuta prescrizione del reato”. Voce precisa a prima. Il dubbio di un nastro registrato, e che prema un pulsante.
Di fronte a loro e spalle a me, tre scrivanie e due sole presenze. Uno è maschio – cinquantenne, vestito borghese, pelata lucida. Lo scopro Pubblico Ministero per-ché così lo interpella il giudice. L’altra è una signora che veleggia sui cinquanta-cinque, paffutella, capelli mossi, tailleur. Una mamma di famiglia. Di una certa distinzione. Nel salotto di casa però. Fuori posto lì, a fare l’avvocato, ché tale è, me ne accorgo leggendo l’intestazione sulla cartelletta che estrae dalla borsa professionale.
“Assente, già contumace. Non luogo a procedere per sopravvenuta prescrizione del reato”. Eh sì, nastro registrato, pochi dubbi a questo punto. Con giudice in playback, perché le labbra le muove. Rosse, dicevo, le labbra. Lì noi la guardiamo, a quella bocca che dispensa Giustizia.
Entra un uomo. Si avvicina alla signora mamma di famiglia avvocato. Confabula-no. Il sorriso professionale di lei. La soddisfazione di lui. Deve avergli detto che la causa è vinta. Che serve spiegare che non ha dovuto spendere sola parola? Il risul-tato conta.
“Assente, già contumace. Non luogo a procedere per sopravvenuta prescrizione del reato”.
Ancora?
In dieci minuti ha già liquidato quattro cause. Farò un occhio nero al primo che mi parlerà di lentezza della Giustizia.
Avanti. La solita litania del reato prescritto.
Tre quarti d’ora per una variazione dal cliché. Da stappare champagne. “Non v’è prova dell’avvenuta notifica ai testimoni. Si rinvia la causa al 16 aprile…”.
Fascicolo su una pila a lato e pronto uno nuovo.
Subito il reato prescritto. La signora a fianco trascrive. Io sempre lì in attesa del mio C. Giovanni + 1, che tarda. Non mi allarmo però: con questi ritmi ne sarò fuori entro mezz’ora.
Altra variazione dieci minuti dopo. “Assente, già contumace. Assoluzione perché il reato è stato nel frattempo depennato”.
Di nuovo due reati prescritti.
Poi, “non v’è prova dell’avvenuta notifica a …”. Un controllo all’agenda, avanti e indietro. “Si rinvia la causa al 16 aprile… con nuovo avviso ai testimoni”.
Quindi, solita musica di reati prescritti.
Ancora lariccia mi guarda un attimo e fugge gli occhi. Chiaro adesso. Si do-manda cosa ci faccia un superstite tra tanti assenti, contumaci, assolti, testimoni da riconvocare. Debbo apparirle un nullafacente che non ha come passare il tempo. O uno che fa la corte alla giudicessa. O che ha trovato una sedia libera su cui riposare le ossa.
“Non v’è prova dell’avvenuta notifica ai testimoni… Ci sono testimoni?”. Digres-sione notevole, questa. Perché punta me. Io mi giro intorno. Il deserto. Continuo a essere io il pubblico. Allora perché ha parlato di testimoni? Non poteva chie-dermi “lei è testimone in questa causa?”. Niente, più continua così, più mi convinco che è in playback. Torno su di lei: sta guardando me, aspetta una risposta. Scuoto la testa. Riparte: le campane a mortorio sono meno monotone.
Non ho contato. Saranno state una ventina di cause. Quattro le ha liquidate per-ché non più reato, tre rinviate a quel 16 aprile, il resto, reato prescritto. Sul tempo impiegato sono invece certo. Sono entrato alle 9.10 e si sono fatte le 10.45. Però, bella media. Efficienza si chiama. Con un ritmo così, l’arretrato, i milioni di arre-trato, si azzereranno presto.
“Causa numero… C. Giovanni”.
Eccola, finalmente. Scommetto con me stesso sul reato prescritto. Facile. Quota-zioni minime. Perdo invece di brutto. “Non v’è traccia dell’avvenuta notifica ai testimoni. Si rinvia al 16 aprile.…”.
Alzo la mano. “Guardi che io ci sono” faccio.
“Si chiama?”.
Lo dico.
Allarga le braccia perplessa. Ricontrolla. Mi gela: ho sbagliato causa, non risulto tra i testimoni.
La riccia abbondante mi squadra. Ora forse mi considera anche fesso. La grassona sussurra qualcosa all’orecchio del giudice, l’avvocatessa mi rivolge un sorriso cal-do da mamma, il Pubblico Ministero mi guarda da Pubblico Ministero e torna a grattarsi la pelata, là dove ha portato a zero i pochi peli superstiti, su nuca e tem-pie che immagino gli prudano come prude a me la barba di cinque, sei giorni quando mi spunta l’idea di crescerla.
“Controlli gli elenchi nelle altre aule” mi suggerisce l’Onoraria. Gentile. Comprensiva.
“Già fatto” le dico.
Inarca le spalle. Mi scrolla dai pensieri. Riattacca.
Mentre esco, un altro reato prescritto. Sarà ciak venti.
Negli elenchi nessun C. Giovanni + 1. C’è solo un C. Rocco, senza + 1. Chiedo a un amico avvocato. Svelato il mistero. Il C. Rocco è il mio processo. Il numero corrisponde. Hanno sbagliato il nome sull’elenco. La causa è già stata discussa e, immagino, liquidata in un soffio. Mi consiglia di parlarne con il magistrato, per-ché mattinata in cui mena multe pesanti addosso ai testimoni assenti.
Aula affollata. Giudice maschio, quarantenne. Non indossa la toga. Forse perché un giudice vero, con tanto di concorso vinto. Non vorrei prendere la multa. Mesi fa me n’è toccata una di 200 euro – non la pago manco se scende il Padreterno in persona a consigliarmelo – per aver saltato una testimonianza il cui avviso era stato notificato a mia madre più che novantenne, in paese, dove non vivo da trent’anni e passa.
Lo bisbiglio, per non disturbare la Giustizia. Alla segretaria. Una scorfana di pro-fondità oceanica, brutta, ma brutta brutta. Di fuori, però questo lo vedrebbe pure un cieco, e di dentro, per gli occhi al veleno con cui mi trafigge. La inquadro il tipo che sente le spalle appesantite dalla toga: presume di dispensare Giustizia a sua volta, quella che le resta impigliata tra le mani nel passare le carte. Succede. Più sono cacate di mosca, più si sentono merde di Papa. Le spiego il disguido.
“Non v’è prova dell’avvenuta notifica. Si rinvia al 16 aprile…”.
Allora è musica. Pure lui rinvia, pure lui al 16 aprile. Che ci sia qualcosa, inti-mità, con l’Onoraria di là? Che facciano combaciare le date per incontrarsi?
La segretaria mi sbuffa addosso il suo fastidio. Rischio di restarci secco, ha due sorci morti in bocca – battuta di Alberto Sordi, in non so quale film, che calza a pennello. Poi, quasi si poggia di labbra sull’orecchio del giudice e gli parla come al prete nel confessionale. Quello avrà uno stomaco foderato d’amianto se sopporta così vicini i due sorci. La miss mi fa cenno di aspettare lì.
Aspetto. Un po’ vergognoso. L’aula è gremita, avvocati di qua della transenna, il pubblico di là, gente che entra ed esce in continuazione. E io impalato sul lato corto dello scranno.
“Potrei sedermi là in fondo. Mi chiama lei” propongo alla segretaria.
“Si fermi qui, tra poco parla con il Giudice” mi gela. Ma non m’ha fregato: ho tirato indietro la testa e scansato i due sorci morti. Chiude con uno schiattoso “uh” di gola a labbra serrate. Noto che non ha fede al dito. Non è per allergia, disposto a giocarmi la pergamena di laurea. È zitella. Già a trent’anni, ché di più non ne ha. Chi si arrischierebbe a mettere assieme la vita con una così? Poi, con quel fiato trasformerebbe la “capanna” in una camera a gas.
Quindici minuti di supplizio, parato lì. E mi sento ridicolo.
Mi chino. Le bisbiglio di nuovo che preferirei aspettare tra il pubblico.
Mi fulmina con uno sguardo da secondino di colonia penale.
Il giudice ha sentito e “due minuti” mi fa, anche con le dita.
Ne passano dieci.
“Non v’è traccia di avvenuta notifica a… Si rinvia la causa al 16 aprile…”. E ti pareva… L’anticamera del reato prescritto. “… Mi ritiro” aggiunge.
Aspetto e spero – non sarà apologia? – che si giri verso di me. Niente. Forse la cervicale. Forse se ne fotte di me. Scompare dietro una porta laterale. Lascia lì la zitella. Protesto. “Devono finirla di sentirsi principi di Spagna” mi scappa.
“Si rivolga al Pubblico Ministero”, la zitella, con voce stridula da zitella.
“Non mi rivolgo a nessuno, me ne vado” ribatto. E me ne vado davvero.
Prima di uscire, domando il nome del magistrato. Me lo rivela una giovane avvocatessa. Graziosa. Con un sorriso che rappacifica con il mondo. È un cognome già noto. Importante. Figlio di papà importante. Capisco un mare di cose.
Be’, dove trenta, trentuno. Visto che sono in tribunale, tanto vale informarmi su una pratica tecnica che seguo a un mio familiare: ha denunciato abusi edilizi su un fabbricato costruito davanti casa sua e che intendono tirar su di un altro piano, con l’idea di lasciargli per panorama un tetto al posto della città e del mare in fon-do. Ha ragione da vendere e da poter esportare.
Chiedo. Delusione: pratica archiviata da quasi un anno. Reato prescritto, tanto per cambiare.
Giornata nata male. Cornuto e mazziato, direbbero a Napoli. Sopra l’ernia, carbon-chio, diciamo qui da noi.
Vado a parlarne con il giudice che ha disposto l’archiviazione. Ci conosciamo. Mi riceve.
Ammette l’errore del collega da cui ha ereditato la pratica. Si è preoccupato solo dell’abuso d’ufficio e ha trascurato la componente urbanistica, che non si pre-scrive mai.
Faccio timidamente presente che non ho visto la Giustizia, che è tutta la matti-nata che non vedo la Giustizia dentro il tribunale.
Temo che si interrompa il fragile rapporto.
Trovo invece comprensione. E una rabbia che assomiglia alla mia.
“Fa bene a dirlo. I cittadini devono imparare a protestare” si accalora. E picchia un pugno sul ripiano della scrivania.
Strano che si sia d’accordo, lui è un giudice, io un cittadino qualsiasi.
Mi spiega – me lo cala con il cucchiaino – che alcuni reati penali sono stati ridotti di pena e si prescrivono in un tempo minore, entro cui è pressoché impossibile sbrigare i tre gradi di giudizio. In pratica non esistono più.I nostri più sentiti complimenti. Un amaro in bocca…
“Lei questo deve dirlo. Lei che scrive deve dirlo più forte degli altri” mi incita.
E io lo dico. Forte lo dico. Lo urlo. Lo scrivo da spuntare il pennino. Metafora: non uso il pennino. Picchio forte sulla tastiera del computer, ecco.
Non ci sto.
Chiunque sia il responsabile, ha preso una cantonata, bella grossa. Larimetta a posto, la cantonata. Pietra su pietra. E ci restituisca la Giustizia. Presto, subito.
Io. Sì, sì, io. Sono proprio io quello che sbraita, gesticola e impreca sporgendosi da in mezzo a una folla muta.