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Domenica, 19 Settembre 2021

Zillastro 8 settembre 1943: l’ultima battaglia

Camminavano fin dal mattino di quel sette settembre 1943. Attraversarono l’abitato di Santa Cristina d’Aspromonte a metà del pomeriggio inchiodato da un sole che arrostivala pelle.
Il paese era un ammasso disordinato di case, pietre su pietre che si ergevano da vicoli angusti, opprimenti. Largheggiava sulla piazza e sul Corso, dove oltraggiavano la miseria dei più i palazzi dei signorotti, tirati su con superbia, a contendersi di rango. Nonostante l’ora, le strade erano deserte di uomini – le sorti della guerra consigliavano di dileguarsi se spuntavano soldati, fossero italiani, tedeschi, nemici. S’imbatterono solo in un vecchio cencioso, sonnecchiante sul sedile a lato di una fontana e che degnò di uno sguardo fugace e avvinazzato gli estranei, militari di un esercito in fuga che trascinavano stanchi e acciaccati i passi. Un cane lanuto abbaiò il disturbo d’essere stato svegliato nel meglio di un sogno da cane. Gli fecero eco altri lontani.
S’inerpicarono verso la cima del monte, puntando un ciuffo di faggi che si stagliava ingombrante a impedire un tratto di cielo. Percorsero un sentiero ripido e accidentato, costeggiato su un lato da burroni da cui scansare lo sguardo tanto sprofondavano. Un filo di levante trascinava fin su lo sciabordio dell’acqua della fiumara che scorreva sul fondo della gola. Gli ulivi, alti e grinzosi delle rughe dei secoli, presto si arresero ai castagni ingioiellati dai ricci chiusi. E venne la volta dei pini, bassi, fitti, deboli di ombre per la luce del giorno che s’era immiserita. Fu montagna quando si ersero i primi faggi. Imbruniva. Il sole era scomparso sotto l’orizzonte montuoso, ma mandava su un bagliore rossastro mentre s’annegava nel Tirreno invisibile. L’aria era diventata frizzantina.
All’improvviso, grossi edifici scorticarono la natura. I soldati rivolsero sguardi allarmati ai due capitani. Che li tranquillizzarono con gesti delle mani e smorfie del viso. Parole niente. Persino l’ordine del silenzio fu muto, apposta non rassicurarono, loro per primi erano preoccupati, essendo corsa voce degli Alleati penetrati in avanguardia. Lessero sulla carta che erano i piani di Zervò e i caseggiati l’ex Sanatorio Vittorio Emanuele III, in abbandono da anni. Scelsero di non passarci davanti e di aggirarlo attraverso il bosco – il nemico poteva averli preceduti e aver messo dimora lì, poi vi erano stati ospitati i tubercolosi, non era detto che l’aria non fosse ancora pregna della malattia. Percorsero un tratto di faggeta e una pineta con alberi alti, dai tronchi diritti, piantati talmente stretti da allontanare il cielo, e scesero lungo la carraia in pietre che conduceva ai piani dello Zillastro. Si ritrovarono sulla Statale 112, a pochi metri dal bivio dove la strada precipitava in discesa, frettolosa di toccare lo Ionio dopo essere partita dalle tinte viole del Tirreno a Bagnara. Non sembrava la Statale che raccontavano le pietre miliari. Era grigia del brecciolino e con due solchi di nuda terra scavati dal passaggio di carri e di rare macchine. S’era fatta sera. Che avvolgeva di ombre sinistre la montagna e di pensieri cupi le menti dei soldati, un centinaio di paracadutisti dell’ottavo battaglione della Nembo – la nuova unità di combattimento sorta dai resti della Folgore con l’accorpamento di forze fresche addestrate alla meno peggio. I pipistrelli s’erano impadroniti del cielo, lo traversavano con veloci serpentine e improvvise giravolte.
Più che i due capitani, li comandava l’istinto. Puntavano a risalire l’Italia, per sfuggire all’VIII armata del generale Montgomery sbarcata nemica dallo Stretto di Messina il 3 di settembre. Erano sbandati, senza ordini, senza certezze, reduci di una guerra che solo l’ostinazione dei fascisti più infervorati non ammetteva perduta. Avevano il solo obiettivo di salvare la vita e restituirsi alla pace delle loro case. Il versante ionico era parso il percorso più sicuro. E là erano diretti.
Il cielo era stellato e con la luna alta, quasi piena. E riuscirono a distinguere il percorso ancora da compiere, le terre brulle e riarse che conducevano all’altro mare, i tratti in frana, i burroni, il passo della Rondinella, il largo alveo di un minuscolo fiume serpeggiante tra grossi massi, case sparse nella campagna, le luci dei paesi della marina. Più che vederla, immaginarono l’acqua che si chiudeva a ricciolo prima di esplodere onda che assaliva e tormentava di schiuma la spiaggia. Erano troppo stanchi per andare avanti. E decisero di fermarsi lì, dentro il bosco, poco oltre la strada, al riparo della pineta.
Il calendario diceva estate. Ma a milleduecento metri di quota l’estate non sa che farsene delle scadenze degli uomini e s’era già arresa all’autunno. L’aria fresca e umida penetrava le ossa, faceva nebbia dei fiati. Il vento giungeva a folate, distanziate di una manciata di secondi una dall’altra. Non era forte. Forte però lo faceva pensare l’impatto frusciante sugli ostacoli della natura: strofinava sugli alberi un soffio fuggevole, scuoteva le cime, strideva le foglie di un lamento metallico e tirava oltre, mentre da lontano s’annunciava una nuova folata.
Si accovacciarono a piccoli gruppi sul terreno soffice, coperto dal tappeto di aghi venuti giù dai pini. Stavano stipati, a trarre calore dal contatto dei corpi. Li assalì il sonno e dormirono pesante. Senza turni di guardia, certi di trovarsi al sicuro.
Fu il capitano Conato a svegliarsi per primo, quando il cielo, dopo aver liquefatto la coltre nera della notte, aveva già perso le tinte violacee e volgeva al giorno, per il sole, partorito dallo Ionio, che affacciava un riverbero tenue dall’orizzonte alto. Si stiracchiò. Per riguadagnare la posizione eretta, soccorse con le mani la schiena indolenzita. E rivolse uno sguardo in su, oltre le cime, scialandosi l’occhio su quell’azzurro intenso, come se lo avessero appena ritinteggiato. Poi si rivolse di là della strada, alle lande pianeggianti coltivate a patate, grano, frumento. E decise ch’era tempo di svegliare la truppa e mettersi in marcia.
Si spostò di una cinquantina di metri e toccò sulla spalla un militare, convinto fosse il suo sergente maggiore. Tirò allarmato un passo indietro appena s’accorse ch’era invece un soldato canadese. E che ce n’erano a centinaia, del reggimento “Nuova Scozia”, giunti nel cuore della notte, disfatti di fatica da non accorgersi che il bosco era già occupato.
E fu ancora guerra.
Il capitano tentò di estrarre la pistola. Ma venne afferrato e bloccato dalle mani nemiche. Ugualmente gridò ai suoi l’ordine di aprire il fuoco. E lì, urla di battaglia e di paura, tramestio, concitazione, spari, i gemiti dei feriti. E morte.
Pochi minuti di furia assassina. Poi i paracadutisti furono accerchiati e dovettero arrendersi. Rimasero al suolo in venti, dodici canadesi e ottoitaliani – tra loro, l’altro capitano, spirato quando già il sole s’era steso sul piano, con l’ultimo sguardo sul terreno di fronte rivoltato dalla vanga, forse sorpreso che non fumasse al primo tepore mattutino.
Quella stessa sera, vincitori e vinti scoprirono assieme che c’era già l’armistizio, stipulato il 3 settembre ma reso noto dagli Americani attraverso Radio Algeri solo alle 18,30 di quell’otto settembre e attraverso l’EIAR, con la voce del generale Badoglio, alle 19,42. Il comunicato alle truppe fu dato alle 19,50 dal generale Carbone.
Nonostante la bellezza della montagna – con un unico colpo d’occhio vi si colgono i due mari – lo Zillastro è rimasto un posto triste. Incute timore. E vi campeggia sempre la nebbia. Forse perché vi hanno campeggiato la morte e la violenza e vi si sono consumate troppe lacrime. Forse perché in quell’otto settembre del ’43 vi ha piantato stabile dimora un destino beffardo e malevolo.