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Domenica, 19 Settembre 2021

La macchina olearia

Cosimo non ci credeva. Figurarsi se poteva crederci. Fantasticherie che appartenevano ai tempi oscuri. Tuttavia, alimentarle non era male per il piano che gli aveva intasato la mente. Che fosse una bestia d’uomo, un gigante da far smuovere i vermi Cosimo non ci credeva. Figurarsi se poteva crederci. Fantasticherie che appartenevano ai tempi oscuri. Tuttavia, alimentarle non era male per il piano che gli aveva intasato la mente. Che fosse una bestia d’uomo, un gigante da far smuovere i vermi al solo guardarlo, non bastava ormai. Né bastava il passato da ’ndranghetista di sostanza. Appunto perché era passato. E perché i nuovi ’ndranghetisti neppure somigliavano a quelli di una volta, altro stampo, i nuovi prima affondavano il coltello e dopo si domandavano se lo avessero affondato nella pancia giusta. Perciò, sul punto gli conveniva starsene al suo, ormai indebolito dal benessere e dai soldi, che intendeva godersi – ne aveva accumulati tanti da rischiare che provassero altri a strapparglieli con le cattive, la prepotenza sua di quand’era verde lui.
Rise tra sé: sì, era buono che il popolo continuasse a credere agli spiri-ti, ai fantasmi e alle anime malefiche che avevano stabilito dimora, da quasi un secolo, dentro il grande caseggiato, a ridosso dell’alveo della fiumara, già macchina olearia appartenuta alla monaca spogliata. Che poi monaca non era stata e, di conseguenza, nemmeno spogliata, avendo abbandonato il velo prima di prendere i voti definitivi. Nessuno lo ammetteva – si era dentro il terzo millennio, in piena modernità, ci si scornava a confessare certi retaggi antichi – ma continuavano a crederci, allo stesso modo di quando, ragazzini, nelle sere d’inverno inghiottivano avidi, e spaventati di una paura tutta da godere, i racconti dei grandi. Ne erano talmente presi da non curarsi del muco verdastro che colava loro dalle narici e che risucchiavanosu solo se ne avvertivano il sapore dolciastro sulle labbra o asciugavano su giacche già sulle spalle di due, tre generazioni, mentre le donne spogliavano i fagioli dei baccelli e la stanza era appena rischiarata dalla debole luce della brace sottomessa alla cenere, in una penombra che tingeva delle fiamme dell’inferno le storie di spiriti maligni, di magherie, di anime perdute non rassegnate al trapasso, e fuori imperversava la levantina e il vento s’insinuava dalle fessure delle finestre e nelle menti pervase di magia si trasformava nel fiato rancoroso di un dannato che s'era approfittato dell’oscurità e si aggirava lì in mezzo, indeciso su chi ghermire. Da piccolo, quelle fantasticherie Cosimo le aveva scontate nel buio della stanza, le volte che i suoi fratelli si arrendevano al sonno prima di lui lasciandolo solo e indifeso contro i demoni ridestati dai racconti.
Quando s’era messo in testa d’acquistare la proprietà maledetta, Cosi-mo s’era accorto di quanto fossero tenaci simili fantasie: incutevano ancora un timore inconfessabile. I suoi stessi familiari lo sconsigliavano dal comprare la macchina olearia e i tre ettari di uliveto a ridosso proprio per non avere a che fare con la monaca spogliata. Questa, all’alba del fascismo, un decennio dopo aver contratto matrimonio, sacrilego a detta dei più, con un nobilotto, don Lorenzo, uno dal sangue annacquato, sulle tinte del celeste più che del blu, era entrata lì e non ne era uscita, scomparsa nel nulla per sempre. Non si sapeva che fine avesse fatto, non lei, ammazzata di sicuro dal marito, il corpo piuttosto, mai trovato nonostante avessero perforato buchi ovunque. Da allora si diceva, a sussurri come compete all’arcano, che nella grande sala della molitura aleggiasse il suo spirito malefico – per forza malefico, dato che, pur essendosi spogliata prima di prendere i voti, restava che avesse portato l’abito monacale troppo a lungo per aver potuto scansare la scomunica. Che esso era imprigionato là dentro e che, quando la luna era dall'altra parte del mondo e il nuvolo nascondeva le stelle, gli montava la voglia irresistibile di avere per tetto il cielo, ma era impedito dal guardiano, taciturno in una morte che non gli finiva mai, per chissà quali colpe ter-ribili, sempre ondeggiante a mezz'aria, appeso per il collo a una corda non concessa agli occhi e che non aveva a cosa essere agganciata. Cosimo non ci credeva. Non molto. Comunque, per quelle scemenze non avrebbe rinunciato all'occasione di accaparrarsi la macchina olearia, e l’uliveto, sì abbandonato e sepolto sotto una selva dirovi e di spine ma pianeggiante più del palmo di una mano e facile da lustrare, un paio di stagioni e da lì avrebbe spremuto l’olio migliore. Non ci credeva granché ma faceva finta di crederci più degli altri, per spuntare un prezzo migliore, da saldo fallimentare e frettoloso, ora che i discendenti di don Lorenzo avevano calato le ali, per fame le avevano calate – don Lorenzo invece e, dopo di lui, il figlio, don Umberto, se qualcuno si proponeva timido di acquistare, “un nobiluomo non vende. Compra caso mai. Tu hai qualcosa da propormi?” rispondevano alteri e sdegnati.
Cosimo, per assecondare il piano, “manco se me li regalano, macchina olearia e terreno” sbottava a chi gli consigliava di far valere la priorità dovuta al confinante e di acquistare, ora che la proprietà era passata al figlio di don Umberto, Renzino, un cinquantenne mezzo ribusciato – solo mezzo perché l’altro mezzo era scemo –  che nel frattempo aveva perso il don e smaniava per liberarsene e andarsene in città a scialacquare il ricavato, finché durava, poi… vedendo e facendo… come estremo rimedio, una pistola in bocca, non certo la giornata a paga da chi li aveva visti signori e padroni riveriti.
Se insistevano, “io? Comprarlo? E che ero uscito, pazzo? Io rimango con la pace della mia casa” opponeva Cosimo, mettendo assieme il segno della Croce e scongiuri vari, popolani e laici questi. Ai più tenaci, che non si rassegnavano alla risposta su cui s’infrangeva la discussione, “se cedessero solo l’uliveto, senza la maledizione della macchina olearia, allora… forse… un pensierino… Ma con quella disgrazia amara e con tutte gli spiriti malefici che alloggiano là dentro… No, non se ne parla. Se poi trovano il modo di sgombrare gli inquilini… io qua sono” ribatteva, ridacchiando e subito facendosi percorrere da un brivido come se si fosse preso di freddo. Invece, ci teneva a comprare, anche perché sarebbe stato come appropriarsi di un po’ del privilegio di chi ne aveva avuto il possesso. Poi, ci fossero state davvero le anime dei dannati, ci avrebbe pensato lui a sloggiarle, dai vivi ci si deve guardare, i morti sono morti, si diceva, ma per confortarsi, per provare ad accantonare il disagio che avvertiva e che assomigliava alla paura.
Non smise di alimentare le dicerie, perché abbattevano il prezzo e allontanavano la concorrenza degli altri confinanti – Rocco un pensierino se l’era fatto e Rocco era un pericolo serio, soldi ne aveva, guadagnati senza il minimo dolore di schiena, c’era chi li piangeva insomma, e non essendogli costati fatica e sudore, li scialacquava facile, Cosimo ce lo vedeva a farsi avanti con un’offerta che avrebbe alzato per sempre il costo. Apposta aveva sguinzagliato il fido Saro a rinverdire le dicerie della maledizione gravante sulla proprietà. Saro in testa non è che avesse molti più ingranaggi d’un melone d’acqua, però le storie sapeva raccontarle una bellezza e piccoli e grandi gli pendevano dalle labbra. Attaccò a spargere d’aver visto con i suoi occhi ombre solide, gelatinose e nere, che traversavano il frantoio da una parte all’altra, volando a mezz’aria, ad altezze diverse, schegge velocissime che si spiaccicavano sul muro di fronte e vi si appiattivano, prima di riacquistare pian piano forma, ricompattarsi e schizzare all’incontrario, senza posa e senza fine. A ogni impatto di un’ombra sul muro si sollevava un grido doloroso, di donna, simile a quello del porco appena gli conficcano il coltellaccio in gola, stridulo e acuto da lasciare un buco nell’aria che attraversava: non c’era dubbio che appartenesse alla monaca spogliata.
Saro assicurava d’aver assistito alla scena più volte, sbirciando da una finestra, all’imbrunire, all’orario in cui don Lorenzo doveva aver squartato la consorte, forse per corna su cui non si avevano notizie timbrabili a cera-lacca, forse per un morbo di gelosia, forse per una rabbia incontrollata, forse perché era sballato di testa. Forse perché se ne era stufato e sapeva che non gli sarebbe toccato un solo giorno di carcere. Infatti, era rimasto impunito. Dagli uomini però. Ché lassù avevano deciso di fargli scomputare il peccato con una pazzia cupa e ombrosa, gli ultimi anni gli erano toccati in un letto di dolore, con la morte che non si decideva a prenderselo, accudito da una serva arcigna e senza mai ricevere visite dai figli e dai nipoti, che sapevano e facevano il tifo per il dolore, che fosse il più atroce possibile.
Saro si compenetrava a tal punto in quanto raccontava che finiva con il crederci lui stesso. Rientrava in casa con il cuore in tumulto.
Così, ripresero vigore le stranezze di quel posto. Gli adulti si sparava-no grandi risate, però di notte nessuno ci passava davanti, e pure di giorno affrettavano i passi sul viottolo e tenevano gli occhi bassi e mai sul grande caseggiato.
Il prezzo, già misero, s’immiserì di più. Rocco, impavido con gli uomini e vile con ciò che non era del mondo, rinunciò all’affare e Cosimo fu invitato a comprare lui. Fece il suo prezzo di miseria, accolse con una scrollata di spalle il rifiuto secco e si ritrasse. Con la mano sulla maniglia del portone, “un favore vi facevo, di cui m’ero già pentito. Chi volete che ve lo compri quel posto maledetto?” sbottò addosso a Renzino.
“E per voi non sarebbe maledetto?” obiettò Renzino.
“Per me, no. Perché io, il fondo, lo brucio e faccio terra piana.E la macchina olearia la rado al suolo. Di modo che, anche se è vero quello che dicono, chi alloggia là prende strada, senza più la comodità del caseggiato. Perciò vale il prezzo del terreno spoglio. E io quello vi ho offerto”.
La spuntò un paio di mesi dopo, quando Renzino assodò che non avrebbe ricevuto altre offerte.
Per prenderne possesso, Cosimo ci andò accompagnato dai familiari, nel pieno di un giorno assolato.
Non bruciò l’uliveto né rase al suolo la macchina olearia, mai erano state queste le sue intenzioni. Nemmeno però si decideva a sistemare eliminando rovi e sterpaglie che toglievano vita agli alberi. E nella grande costruzione metteva piede solo se era indispensabile, circospetto e non dopo l’incupirsi del cielo.
Passando il tempo senza che si manifestassero presenze oscure, acqui-stò coraggio. Entrava e si tratteneva, confortandosi che non accadesse nulla delle fantasticherie trascinate fin lì da lontano e ogni volta allungando la durata dello stazionare dentro. Finché, rassicurato, si convinse a rimettere a nuovo l’edificio e il sistema di molitura.
Un tardo pomeriggio che era solo e tranquillo, e intento sulla ruota porziana lambita dall’acqua, lo sorprese l’imbrunire. Era stato talmente assorto nell’impegno di aggiustarla che non s’era accorto della scuria. Fece per andarsene frettoloso. Improvvise, le ombre, masse solide, cangianti di forma, gelatinose, assieme alle urla strazianti di una donna morente. Ebbe il tempo di pensare ch’era esattamente come raccontava Saro. Ebbe il tempo di obiettare a se stesso, a quel pensiero, ch’erano invenzioni messe da lui sulla bocca di Saro. Ebbe il tempo di realizzare che quei mostri erano stati loro due a materializzarli, dando forma e sostanza al maleficio e alle anime dannate che lì trascinavano i giorni. Poi non ebbe tempo per nulla.
Cosimo non fu più visto. La stessa sorte della monaca spogliata: era entrato e non ne era uscito; all’interno non c’era traccia; il corpo non fu mai trovato, nonostante avessero bucato ovunque.
Ridiventarono desolati, il fondo e il caseggiato. E presto si diffuse la voce che ora, di notte, s’intrecciassero due voci dolorose, una di donna, quella di sempre, e una di uomo, nuova e più straziante, e che un’ombra gelatinosa, cangiante di forma e più voluminosa delle altre attraversasse veloce l’aria e si spiaccicasse nel muro, riprendesse sostanza e ripartisse con un sibilo.
Renzino ci ghigna sopra di continuo.