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Domenica, 19 Settembre 2021

Eccola, la vecchiaia

Una ragazza ben educata se si era alzata per cedergli il posto a sedere sulla metro. Quella sua educazione, poteva però cucinarsela a fuoco lento, pensò Alberto, mentrecon un’occhiata al veleno e la mano stizzita e agitata bassa le imponeva Una ragazza ben educata se si era alzata per cedergli il posto a sedere sulla metro. Quella sua educazione, poteva però cucinarsela a fuoco lento, pensò Alberto, mentrecon un’occhiata al veleno e la mano stizzita e agitata bassa le imponeva di rimanere dov’era. E che cazzo, aveva da poco superato i… – nemmeno dentro i pensieri era disposto a comporre il numero – e non li dimostrava, non fosse stato per i capelli, un sale e pepe diventato buonanima da non molto, più sale che pepe ora, si sarebbe potuto spacciare per un gaudente su cui non torcere troppo il muso se colto a insidiare una trentenne. E invece a quella educatina chissà come era sorto l’intento malsano della cortesia all’anziano, scoperchiandogli così l’età, parandolo di fronte a un dato anagrafico difficile da accettare e da mandare giù. Poteva sceglierselo con più attenzione il soggetto per la buona azione quotidiana. Uno acciaccato avrebbe dovuto beneficiare. E lui, Alberto, non lo era. Doveva averlo visto di spalle e s’era fatta ingannare dalla testa lanuta. Sì, senz’altro così, s’accorgeva che la ragazza ci era rimasta male, ch’era tentata di dire qualcosa per riparare. Non le badò. E provò a scrollarsi la sensazione spiacevole. Nulla da fare. Si guardò nel riflesso del vetro. Eh no, quella aveva propriopreso una cantonata, eccolo là, non giovanile però nemmeno avvizzito, fisico asciutto – a parte una pancetta ch’era in grado di eliminare con due saltate di pranzo – alto, e non malvagio d’aspetto, se si vestiva e si pettinava nel modo giusto poteva scalare l’impressione a una cinquantina d’anni portati maluccio. Se ne convinse. Poi dubitò. Il disturbo gli rimase. Appena in superficie, si scrutò nelle vetrine, per consolidare la fragile idea che gli anni su lui non avessero infierito come sui coetanei ma fossero scorsi più lenti e compiacenti. Riguardo i pensieri che gli affollavano la mente invece non aveva dubbi. Erano freschi, vitali, gagliardi, scintillavano, frizzavano bollicine. Non camminavano di pari passo con l’età, piuttosto le arrancavano appresso senza fretta di raggiungerla, da farlo sentire fuori posto nelle chiacchierate con gli amici di sempre, quasi appartenessero a generazioni diverse.

Da lì a meno di un mese un altro colpo secco gliel’aveva inferto il mare. Maggio era stato infelice: un inverno ostinato, incarognito, sembrava si fosse dimenticato d’arrendersi alla primavera. Giugno non era cominciato meglio. Poi, un giorno di bel tempo. Caldo pure. E Alberto era sceso alla spiaggia. Solo. Nel lido. Ombrellone e lettino. Gli piaceva la larga distesa dorata che taceva della confusione e dell’ingombro degli uomini. Gli piaceva il fruscio carezzevole dell’onda, quando si sollevava, si chiudeva a ricciolo, esplodeva e schiumava lunga prima di ritrarsi sconfitta e impattare nella caparbietà di un’altra onda che assaliva a sua volta la riva. Lo metteva di buon umore, lì tornava in pace con il mondo. Pochi gli ombrelloni occupati. In uno, una bella ragazza, sui ventuno, fisico snello, sodo, asciutto. Vezzosa, era consapevole di piacere, di calamitare gli sguardi. Infatti aveva addosso gli occhi dei pochi bagnanti. Alberto non l’aveva mai vista prima. I suoi ricordi sì invece. I suoi ricordi la conoscevano bene. Lì dentro era impressa a caldo con la ceralacca e niente l’avrebbe ormai cancellata. Troppo somigliava a un’altra distante più di tre decenni. Era tornata, era lei, avvenente come in quegli anni di fugace immortalità, sospinta uguale in avanti da un tempo in vena di burle. Disposto a giocarsi la laurea contro un diploma qualsiasi che la giovane veniva figlia al ricordo, e che addosso le friggesse la stessa carne inquieta, glielo suggerivano certi guizzi degli occhi smaliziati. Fu certo ch’era così. E distolse lo sguardo, non stava bene puntare una che poteva essergli figlia, rischiava la figura dell’attempato bavoso.

In fondo, nulla di particolare. Solo la vecchiaia che provava a mostrarsi dopo che a lungo gli era riuscito di tenerla relegata ai bordi della mente, di non lasciarla affiorare nei pensieri, di bacchettarla a sangue se solo ci provava. Due episodi che sarebbero scivolativia come l’acqua piovana sui vetri, se da lì a pochi giorni non lo avesse atteso al varco… al varco, cosa? Niente, solo la nuda verità, per il destino di cattivo umore, beffardo, cinico, che non s’era fatto scrupoli a spogliargli l’anima, a scorticargliela a sangue. Aveva utilizzato una sconosciuta senza nome, in fila due passi dietro a lui. Avrà avuto trentasette anni. Forse qualcuno in più, quattro o cinque dava l’impressione di averli saputi camuffare con gli accorgimenti in cui le donne hanno maestria. Non era appariscente, carina sì, curata nel vestire pure. Be’, fu un caso e nulla più che fosse toccato a lei, al sorriso che gli porse, impersonale, di circostanza, dovuto all’uomo maturo infastidito dalla lentezza della fila, svegliare la vecchiaia sonnecchiante a cui fin lì non era importato d’essere ignorata, sospinta indietro. Perché fu lì l’esatto momento in cui Alberto avvertì addosso i primi sintomi, con quel grido da dentro, “eccola”, inaspettato, assordante, feroce, che gli traversò doloroso le carni. Era stata l’anima a estrarlo. Prima di ritrarsi con un broncio soddisfatto. Quell’unica parola, dopo un’eternità che se ne stava acquattata chissà dove, muta e ombrosa, che ce l’aveva con lui per colpe imprecisate e aveva scelto il castigo di un silenzio incazzato, di non dargli confidenza. Sarebbe potuta rimanere muta e ombrosa, non era necessario parlarsi di nuovo, non si mancavano, meglio se si fossero ignorati fino al fondo, quando si sarebbero separati, il corpo giù, carne e ossa pasto per i vermi, e l’anima su, sospiro d’uomo diretto verso un vuoto infinito, o verso il cielo, finalmente libera dall’involucro che la tratteneva prigioniera sofferente. Invece quel “eccola”, tradimentoso, perfido, che gli aveva scombussolato le viscere, e messo paura. Cosa poi intendesse con quel “eccola”… Preferiva non saperlo, non mettere a fuoco, non consentire all’embrione di diventare un pensiero compiuto. Ma dovette arrendersi: inutile nasconderselo, intendeva la vecchiaia, che gli si apriva da lì in poi. E la sconosciuta? Solo un’estranea a cui era toccato di scandire l’esatto momento della presa di coscienza di una condizione non più ignorabile, una con l’unica colpa d’aver porto a un anziano uno sguardo ancora giovane, intristito dalle pieghe involontarie della commiserazione. Apposta era spuntato quel “eccola”. Che stava per “eccola, la vecchiaia”: all’anima non era bastato il coraggio di dirla intera.
“Eri incazzata, ce l’avevi con me? Non ti bastava avermi condannato ad ascoltare il tuo silenzio? Dovevi guastarmi i giorni?” sbraitava tra sé Alberto, rivolto all’anima rintanata. Che non rispondeva, che di nuovo opponeva la difesa e la condanna del silenzio. E che avrebbe dovuto continuare a tacere.
Vide la sconosciuta andar via. Evitò di volgerle gli occhi, per non impattare sullo stesso sguardo di prima, non lo avrebbe retto. Non riuscì però d’impedire ai pensieri di scorrere liberi: quel “eccola” erano anche gli anni immortali e perduti per sempre, la fragilità di un’età ormai acciaccata, e a cui non era più concesso d’inciampare su un rigurgito di gioventù. Quant’era che aveva scollinato. E gli si era parata davanti la discesa. Ripida, che si consumava frettolosa. Appena ieri cinquanta, un soffio ed ecco i sessanta, un altro soffio e… Solo i pensieri, tignosa gramigna, non intendevano arrendersi, non avanzavano con la stessa cadenza degli anni. Non smettevano le bollicine, i pensieri. Era stata l’occhiata di una donna anonima, il vento, la folata secca e forte che li spingeva da dietro a riguadagnare la distanza perduta.
Gli sfilarono nella mente i suoi giorni migliori. Goduti, esagerati, irrequieti, dannati, ora ricordi impressi per sempre, levigati dal tempo, senza le amarezze che li sferzarono impietose.
Alberto scosse forte la testa, quasi che così potesse espellere le immagini del passato, ché fanno male i ricordi ingialliti. S’incamminò in avanti. C’era nebbia. Vi si trovò immerso. Non era fitta, più una dissolvenza se consentiva agli occhi di spaziare oltre mentre vi si immergeva, passo lento dopo passo lento. Ne fu avvolto, gli gravò addosso. Si sentì soffocare, quell’involucro bianco lo opprimeva. Assecondò l’istinto di tornare indietro, al punto dove l’aveva penetrata. E si voltò. Si ritrovò di fronte il candore di una parete ora solida, imperforabile, e nulla più del tratto di strada percorso, mentre dalla parte opposta la vista spaziava, perforava gli umori dell’aria e concedeva altri passi, gli alberi, le case, le ombre. Non gli rimase che proseguire.