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Domenica, 19 Settembre 2021

Epilogo e cronache da un sequestro di persona

Aveva perso il conto dei giorni. Da quando s’era rassegnato. Perché finiva lì il suo tempo, non c’erano Santi. Lo sotterravano accanto a un faggio e buonanotte ai suonatori. Conveniva ai sequestratori non lasciare testimoni, né tracce in grado di Aveva perso il conto dei giorni. Da quando s’era rassegnato. Perché finiva lì il suo tempo, non c’erano Santi. Lo sotterravano accanto a un faggio e buonanotte ai suonatori. Conveniva ai sequestratori non lasciare testimoni, né tracce in grado di condurre la Legge fino a loro. Erano crudi, con il cuore ricoperto di peli bastevoli a tessere un maglione. Lo ammazzavano appena incassato il riscatto. Sì, va bene, assodato. Purché si sbrigassero però. Non sopportava più l’angustia che gli attanagliava il petto. Non sopportava più quell’agonia che gli allungava un tempo non meritevole d’essere vissuto se destinato a sfociare su una morte vicina. Amaramente considerò che mai prima avrebbe immaginato di poter sentire amica e liberatrice la morte, che vi si sarebbe aggrappato come a un rimedio di salvezza.
Poteva essere ottobre. Dal freddo che avvertiva sulle gambe nude era senz’altro ottobre. Due mesi di prigionia quindi: lo avevano preso ai primi di agosto. No, troppi due mesi. Settembre invece, gli ultimi di settembre. Anche a giudicare dalla barba – di una lunghezza che gli portava prurito – era settembre. Non importava tuttavia. Nulla importava ormai. Questione di poco e lo congedavano dal mondo. Aveva pure smesso di annotare nella mente gli elementi da affidare agli inquirenti appena libero. Tempo sprecato. Né aveva idea di dove lo avessero portato. Capiva soltanto ch’era rintanato in un dirupo. Forse a pochi chilometri da casa. Sebbene il viaggio fosse stato lungo – quasi due ore dal luogo del sequestro – potevano aver girato in tondo, e ad arte, per confonderlo. Anche il percorso a piedi, incappucciato e con due, uno per braccio, a condurgli i passi, era durato un bel po’, con rami che gli sciancavano le gambe e le braccia, l’aria frizzantina della notte, odorosa di muschi, di terra umida, di funghi e per forza di montagna, un silenzio solo infranto dai fiati della natura.
I primi giorni s’era scervellato per capire dove l’avessero nascosto. Inutile. Mai un segno che appartenesse all’uomo, né voci, né macchine, né belati, né rintocchi di campane o di orologi. Solo il vento libero di scorrazzare padrone del cielo, di strusciarsi sugli alberi, d’insinuarsi nella gola a farsi immaginare possente e tempestoso, il pacato sciacquettio di un ruscello poco giù, i versi notturni dei predatori. La coperta sotto cui si accucciava non bastava a ripararlo dal freddo. Una grossa catena gli teneva imprigionato un piede. Era fissata alla parete rocciosa con una zanca cementata. E gli concedeva quattro passi che tracciavano un semicerchio e che lui percorreva di continuo, per sgranchirsi e tenere attivi i muscoli. Quel breve spazio di vita era diventato fango, una terra calpestata, maltrattata dalla pioggia, umida dei bisogni che lì gli toccava fare. Il cattivo odore da giorni s’era arreso all’abitudine e aveva smesso d’infastidirlo. Terribile e insopportabile invece il buio. Sempre notte lì. Per il cappuccio nero che non gli levavano mai. Riconosceva il giorno dal tenue chiarore che filtrava dalla stoffa spessa. Non fosse stato per il calore del sole addosso e dell’aria, non gli sarebbe riuscito di distinguere le ore alte dal fare del mattino o dal tardo pomeriggio. Ma nemmeno questo importava più. Gli premeva solo che finisse presto. E rapidamente. Senza avvisaglie. Un colpo a sorpresa e via, a cancellare tutto. Inutile sperare che lo trovassero. Lo avevano seppellito in un posto sperduto e inaccessibile, lì era già un anticipo dell’Inferno. In tre si alternavano nella guardia. Bisbigliavano nel darsi il cambio. Chi restava gli metteva in mano un trancio di formaggio pecorino e delle fette di pane duro, un po’ salato. Parole, poco o niente. Un calcio nelle costole se insisteva con le domande e i lamenti. I pugni in testa servivano invece a fargli risucchiare le lacrime e i singhiozzi, e i tentativi di urlare al cielo la sua presenza lì.
Quella mattina, appena il carceriere gli comunicò che lo liberavano, un tremito caldo gli traversò le carni, ne pervase il corpo. Brevi attimi. Prima di convincersi ch’era per tenerlo buono mentre gli prendevano la vita, mentre gli infliggevano una morte che gli restituiva la dignità della vita. Gli calò una quieta rassegnazione.
S’erano però incamminati, lui nel mezzo e due ai lati. Un lungo percorso accidentato, dentro il bosco. Più aumentavano i passi, più gli si rinforzava la speranza, prendeva corpo l’idea che stesse succedendo l’impossibile. Avessero deciso di ammazzarlo, si diceva, avrebbero sbrigato la pratica nel posto della prigionia, senza portarlo in giro, a rischio d’essere sorpresi. Ritrattò: più facile che lo stessero spostando di prigione, era già successo i primi giorni.
Appena al piano, lo fecero sedere in terra e gli intimarono di attendere mezz’ora prima di togliersi il cappuccio. Dopo, avrebbe dovuto incamminarsi fuori dalla faggeta, ché si sarebbe imbattuto in una strada.
Il giovane aveva serrato forte gli occhi in una grinza e accartocciato il collo dentro le spalle, in attesa dello sparo che gli congedava i giorni. Aveva invece sentito passi frettolosi scricchiolare sulle foglie secche e prendere distanza. Tuttavia, libero s’era sentito solo appena tolto il cappuccio, più di mezz’ora dopo, con la luce del giorno a ferirgli gli occhi. Una scoperta, il cielo. Era nuvoloso, di nubi dense e nere che un freddo vento di ponente portava a spasso, liberando brevi tratti d’azzurro. Si slanciò di corsa oltre il bosco. Non lo ressero le gambe e cadde. Arrancò i passi sorreggendoli con un legno raccolto in terra. Arrivò al grigio della strada. Ma si trattenne in cima alla scarpata, senza decidersi a scendere sull’asfalto. Qualcosa che non riusciva a decifrare lo tratteneva lassù, al riparo di una siepe. Lì fermo, lo assalì un freddo più pungente: indossava i pantaloncini da mare del giorno del sequestro. Lì fermo, non gli riusciva di comporre pensieri concreti. Lì fermo, attendeva, non sapeva cosa.
Il tratto di strada su cui era spuntato si spartiva in tre direzioni. Mai stato prima lì. Spaziò gli occhi in tondo: era sconosciuta pure la montagna. Sentì macchine in lontananza. Tirò un respiro lungo, sollevò gli occhi al cielo e scese. Appena dalla curva comparvero due Fiat 500, alzò alto un braccio a fermarle.
Nove studenti universitari. Stipati e allegri nelle due utilitarie. E con l’idea di andare per funghi, stando accorti a non scostarsi troppo dalla Statale, rischioso avventurarsi nell’Aspromonte più impervio se non si è pratici dei luoghi. Annata di lusso in quanto a funghi. Ci si inciampava, ne trovavano anche i non vedenti. La giornata non era delle migliori: sembrava già inverno, con un ponentino che intirizziva, eppure il calendario diceva estate, era il diciotto settembre.
All’incrocio sulla Statale 112 – tre direzioni, una Santa Cristina, da dove arrivavano gli studenti, la seconda Platì e la costa ionica, la terza Trepitò e lo Zomaro – un giovane barbuto e in pantaloncini corti. Se in piena montagna e con un freddo simile riusciva a stare così, era segno che dentro doveva essere ben caldo, come riesce solo a un buon carico di vino. Lo pensarono tutti. Ed “è ubriaco, non ti fermare, tira dritto, tira dritto” se ne allarmò uno. Si fermarono invece. Guardinghi. Appena uno spiraglio di finestrino per sentire cosa volesse e il giovane alla guida che vibrava accelerate a vuoto, pronto a schizzare via, per quanto avrebbe potuto schizzare una 500, al minimo segno di pericolo.
Il barbuto aveva gli occhi straniti, era sporco, con lo sguardo sofferente. Provò a dire qualcosa. Non riuscì a comporre parole, solo suoni incomprensibili. Poi balbettò di un passaggio fino al telefono più vicino, che era importante, urgente. L’ottenne. Per compassione, perché non era parso tipo da averne paura, piuttosto uno sbandato, di sicuro confuso, forse disturbato di mente.
Fu nel tragitto verso Trepitò, dove c’era un bar con il telefono, che rivelò d’essere il sequestrato che le forze dell’ordine cercavano da giorni setacciando però un’altra montagna, a Nord. E ch’era stato rilasciato un’ora prima.
Gli studenti invertirono marcia e si diressero verso il loro paese.
In macchina, domande a raffica. Rispondeva telegrafico, di malavoglia, con un soffio di voce stanca. Teneva gli occhi grinzati stretti, a volte li chiudeva per un po’, forse per il disturbo della luce, forse per focalizzare meglio i pensieri e convincersi lui stesso d’essere riemerso dall’incubo. Li riapriva con guizzi improvvisi. E li vagava senza posarli su niente.
Gli studenti ne coglievano la paura, la sfinitezza. Intuivano il senso d’abbandono – doveva essergli stato atroce compagno e ancora non se l’era scrollato di dosso – e ch’era impreparato alla libertà, giunta forse quando non ci sperava più, dopo averci messo una croce sopra.
A casa di uno dei giovani fu più loquace. Rivelò che da mangiare aveva avuto sempre e solo formaggio pecorino e pane. E che non andava di corpo da venti giorni. Nulla invece di ciò che gli si era agitato nell’animo, delle sofferenze, della violenza, dei disagi, delle angosce, dei dubbi, della solitudine, dei giorni scanditi dal martellante terrore di una morte da cui poter essere afferrato – o da afferrare per scelta – in qualsiasi momento, dell’aggrapparsi al minimo appiglio per sopportare e sopravvivere. Pensieri e sensazioni che appartengono all’intimo, da relegare profondi, da estirpare alla mente. Ognuno li immaginò però, glieli leggeva sul volto, ne avvertiva l’eco dentro i silenzi.
Il giovane poi ebbe solo voglia di tornare a casa.
Lo consegnarono ai carabinieri della caserma alle quattro del pomeriggio. Era il 1971. Fu trasferito di gran fretta nella sua città.
Un’ora dopo, il giornale radio – il “comunicato”, così ancora lo chiamavano i vecchi – annunciò ch’era stato rilasciato dai sequestratori in Aspromonte e lì trovato da alcuni studenti universitari.
Nella conferenza stampa che seguì, l’Italia appurò ch’era stato invece liberato dopo un conflitto a fuoco con i carabinieri in una montagna distante più di cento chilometri dal bivio in cima all’Aspromonte, che non era stato pagato alcun riscatto e che i sequestratori, un paio rimasti feriti nello scontro, erano riusciti a sottrarsi alla cattura.
Il “comunicato” successivo si allineò alla nuova versione. E il Tg della sera strombazzò la brillante operazione dei militari, che avevano individuato la prigione e stretto in una morsa i delinquenti, ingaggiandoli in un’aspra battaglia e costringendoli a liberarsi dell’ostaggio. Ancora di più e peggio, i giornali del giorno dopo: due intere pagine e la copertina della prima piene dell’atto di puro eroismo delle forze dell’ordine. Il quotidiano locale riportava la foto con tre ufficiali dei carabinieri che esibivano una grossa busta contenente le mazzette di denaro, il riscatto non pagato. Fioccarono onorificenze, cittadinanze onorarie, promozioni. Gli “eroi” sfacciatamente accettarono.
Tempi andati, incrostati di polvere. Io, un giovane studente al secondo anno d’ingegneria. Uno di quei nove.
Il giovane sequestrato non smentì mai. Né sentì di doverci contattare. Lo capisco. Giorni da cancellare. Gli occorreva ripartire azzerandoquel tempo infelice. E noi ne eravamo parte. Non assolvo però la farsa di allora. Né la giustifico se mi dico che allo Stato occorreva mostrarsi per appannare i tanti insuccessi, che le forze dell’ordine dovevano ricostruirsi credibilità e un’idea di efficienza, che conveniva oscurare la magra figura d’aver accerchiato in quei giorni, con centinaia e centinaia di militari, tutt’altra zona.
Negli anni a seguire imbrogliarono e imbrogliarono ancora, guadagnandosi gli applausi dell’Italia ignara, ma togliendo allo Stato un altro po’ di credibilità là dove i segreti non sanno durare a lungo e la verità si fa strada insinuandosi tra gli sbuffi del levante, là dove essa occorreva più del pane, allora come oggi, per togliere consenso alla malapianta che tutto andava infettando, e che non smette d’infettare.