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Venerdì, 24 Settembre 2021

I ragazzi della pozza d’acqua scomparsa

Il mare non è lontano. Lo si scorge dal Puntone del Re, alla periferia alta del paese, siamo già alle prime pendici dell'Aspromonte, dove gli ulivi secolari si arrendono ai castagni. Se la pioggia della notte ha schiarito l’aria, esso Il mare non è lontano. Lo si scorge dal Puntone del Re, alla periferia alta del paese, siamo già alle prime pendici dell'Aspromonte, dove gli ulivi secolari si arrendono ai castagni. Se la pioggia della notte ha schiarito l’aria, esso macchia lo sfondo, fin dove curva il mondo, una distesa azzurra che è un tutt’uno con il cielo, uno spicchio d’acqua e di sabbia dorata scampato all’accavallarsi delle colline e stretto tra Capo Vaticano e il Sant’Elia. Si coglie persino lo schiumare delle onde. Non è lontano ma, all’inizio degli anni ’60, restava un incontro irrealizzato per i più. Ci avevano affondato i piedi solo quanti portavano, con carretti al traino di muli, l'olio per venderlo all'ammasso. Non tutti, perché parecchi evitavano, una qualche ragione doveva esserci se Sarina ’a magica, una che guastava e aggiustava destini, ripeteva a cantilena che, a incontrarsi gente di montagna e quel lacco ostile, non ne sarebbe venuto nulla di buono. Non ci credevano sul serio, Sarina tirava da campare storiando fantasie. Ma, siccome non stava scritto da nessuna parte che non potesse essere così e siccome non l’aveva ordinato il medico di farci conoscenza diretta…
Mario, dodici anni, una bocca larga e vantalora e una famiglia dove si consumavano stabilmente pranzo e cena, primo, secondo e frutta, e la domenica il ragù e il dolce, guastava il sangue e la giornata ai coetanei raccontando meraviglie delle escursioni giornaliere al mare – in luglio e agosto scendeva con i suoi, in macchina, una Millecento bianca, a prendere il bagno alla Tonnara. Mario, non si tollerava per quanto bavanziava. Ma non c’erano rimedi da opporre. A Pasco, il caposquadra manesco dei bagni di tutti alla fiumara, usciva fumo dalle narici per il nervoso, l’istinto lo spingeva a consumarlo di botte, la ragione gli intimava di desistere, il padre lavorava a giornata per il padre di Mario, quando sceglieva lui e non altri tra le fila del bisogno. Così, durante la stagione balneare nella pozza grande della fiumara, toccava sopportare tacendo – al massimo sbuffando – i dettagli dei bagni di Mario nell’acqua del mare, “salata che non vi dico”, i tuffi dallo scoglio “per ora mi butto da un’altezza di tre metri ma state certi che,prima della fine d’agosto, mi lancio dalla cima, sono dodici metri, e mi lancio a pesce, mica a bomba con i piedi”, che nuotava “a stile libero, e non a cagnolo come siamo obbligati qua per il poco spazio”. Lo stile era stato battezzato cagnolo, e non rana secondo i sapienti dettami di Mario, che così aveva fatto svettare un altro po’ il picco dell’antipatia, perché Pasco aveva colto somiglianza con il modo di nuotare di Billy, un cane, lanuto e senza padrone, che correva appresso a chiunque gli desse un fischio.
Altro argomento da nausea di Mario era la macchina. Nessuno dei bagnanti della fiumara la possedeva. I genitori al meglio conducevano asini e muli, con la cavezza che fungeva da acceleratore, un colpo nodoso, assieme a una scalcagnata nei fianchi, e la bestia rombava il motore, subito più veloce, e fungeva da sterzo, bastava strattonarla verso la direzione voluta. Per i viaggi lunghi, toccava loro la corriera. E alla corriera toccava il vomito, poltiglie, ch'erano stati fagioli o erbe, diventate strisce sui vetri e lungo le fiancate, per le teste sporte fuori nel vano tentativo di trattenere il vitto faticoso.
La pozza era pressoché circolare, una diecina di metri di diametro, e attorniata da grandi rocce chiare che il sole alto infuocava da non poterci poggiare i piedi nudi. Nella zona centrale non si toccava, per traversare da una parte all’altra occorreva sapersi districare almeno nel cagnolo. La fiumara giungeva lì con un salto che la incuneava profonda dentro l’acqua giù, con una turbolenza schiumosa da cui si allargavano infiniti cerchi concentrici.
Nonostante al mattino andasse al mare, Mario non rinunciava alla fiumara pomeridiana, per far pesare la differenza ai coetanei che lì villeggiavano. Prima di potersi tuffare dalla grande rocca, anche lui subiva la trafila d’obbligo, a scanso del pericolo per il bagno dopo mangiato in un’acqua che la montagna mandava giù quieta e serpeggiante ma fredda. Sul punto, Ntonicè non transigeva. S’era autonominato bagnino. Aveva quattordici anni, una testa che a batterci le nocche suonava più cupa d’una botte in attesa del vino, un fisico da scimmia già adulta, senza coda però. “Non vi buttate se prima non la fate” intimava ai ragazzi che giungevano a frotta – avevano puntato la fiumara dopo aver saziato lo stomaco con l’eterno piatto di legumi e consumato di gran corsa la discesa, con l’unica fermata per raccogliere foglie del noce, ideali per la pulizia appena soddisfatto l’ordine. Nessuno osava disubbidire. E Ntonicè li passava in rassegna – si sentiva un generale di corpo d'armata, testa alta, sguardo severo, falcata lunga, e la verga del comando, d’ulivo, spellata e sottile da sibilare l’aria, che batteva sull’anca – mentre, messi in fila due rocce più in là, le braghe giù e la posizione del feto, avevano i visi contratti dallo sforzo della spremuta. Pasco si gustava la scena ridacchiando. E spogliava l’albero di fico nell’orto soprastante l’alveo.
Ntonicè assolveva il compito con scrupolo. “Troppo poca, così non hai digerito” rimproverava chi non ne aveva fatta abbastanza, convinto, lui con la sua testa di scimmia ma pure i ragazzi normali di comprendonio, che fosse il modo migliore per non incorrere in una congestione. Rocco era sempre il primo a sbrigarsi e a tirarsi su. Nel sotterrarla svelto, “due cerchi e una punta” soleva annunciare, per spacciare un’abbondanza che avrebbe dovuto sancire la tavola in casa sua bandita del meglio. Pasco era sempre lamentevole, e smargiasso pure dentro le lamentele: “con l'acqua salata non c'è bisogno di digerire, uno mangia e si può buttare subito senza che gli succede niente".
Superato l’esame, tutti nell’acqua. Vestiti di sola carne e con le pendenze al vento. Tranne Pasco. Lui con l’infelice idea d’indossare il costume. Subiva fischi e sfottò. E gli toccava calarselo, giusto il tempo di dimostrare che non gli mancava nulla. Per simili atteggiamenti e per la lingua che non trovava requies’era guadagnato un’antipatia da poterla stimare a metri cubi.
La notizia che Pasco aveva avuto un incidente al mare la portò la bocca di Santo, alla fiumara. Porgendola catastrofica e stampandosi il muso contrito che si conviene a una disgrazia. Era rimbalzata in paese solo dopo pranzo ma era successo al mattino, sotto il sole di fine agosto. “Pare che s’è buttato dalla cima dello scoglio, era la prima volta che ci provava. Pare che è... che è...". Lasciando sospesa la tragedia. “Dicono che s’è tuffato a pesce, che è finito dove c'era poca acqua e che s'è inchiodato con la testa dentro la sabbia del fondale".
“È ferito, morto? Gli è morta solo la testa?” chiese Ntonicè che, oltre all’aspetto, aveva anche la sensibilità di un orango.
“No, morto no. Però…” rispose Santo.
Facce meste da luttuanti. Cedettero il divertimento, via dall’acqua, i vestiti indosso, i passi acciaccati verso il paese. E qualche sguardo strano, indecifrabile, che passò dall'uno e l'altro. "Presuntuoso" disse addolorato Masi. "Presuntuoso e fanatico” rincarò Peppe, più sul rimprovero, lui, che sul dispiacere. “Povero fesso” condannò Pasco.
La notizia la aggravò Mico – era sceso in ritardo proprio per appurare di più e li aveva scorti quando stavano per uscire dall’alveo. Raccontò di Mario con la testa ancora conficcata e che non riuscivano a strapparla alla morsa della sabbia.
Lì, occhi parenti stretti del pianto, teste chine e i sospiri confacenti a un destino che aveva volteggiato sulla testa di tutti per planare infine sul povero Mario.
Lungo la strada del rientro, muti e in dolorosa Via Crucis, incontrarono Toto che scendeva fischiettante alla pozza. Scoppiò a ridere al vederli dispiaciuti per Mario e rivelò ch’era invece vivo e più fanfarone di prima, “si è solo fatto un po’ di bua alla testa, il signorino, nemmeno lo hanno tenuto in ospedale, è rientrato a casa”.
Non si sollevò il brusio di sollievo fatto dei sospiri liberatori di tutti. Piuttosto, occhiate che parvero di delusione, di raccapriccio. Mentre sulle labbra spuntavano parole gioiose per il lieto fine.
Della rabbia inconfessabile pagarono le spese le donne che cinquanta metri più giù facevano il bucato grande, di lenzuola e coperte, con la cenere, perché quindici canali giallognoli si arcuarono e bucarono le acque serpeggianti fin lì.
Sono trascorsi cinquant’anni. Si avvertono addosso, i passi non sono agili tra i massi dell’alveo, il fiato è pesante, il solo pensiero di dover tornare a piedi lungo la salita basta già ad affaticare. La pozza d'acqua non c'è più, mezzo secolo è duro e lungo, si può anche non riuscire a passarlo. Poi, sempre le fiumare hanno avuto umori mutevoli, è capitato che cambiassero percorso più volte nella stessa stagione. La fiumara di allora è stata più capricciosa di altre: nel tratto dove c’era la pozza è scomparsa, ha scelto di avventurarsi nelle viscere della terra. Riaffiora cento metri giù, indebolita dal percorso sotterraneo. C’è ancora, comunque. I ragazzi invece sono sparsi per le strade del mondo e quando in estate tornano in paese sentono il bisogno di tornare laggiù dove furono poveri, ma migliori, i loro giorni.