Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Venerdì, 24 Settembre 2021

Un mozzicone di decoro e un “don” da signore

Angeluzzo di don Antoni raccontava già nel nome il decadimento, sì personale, ma che s’allargava all’intera famiglia, prima accerchiata dalle riverenze – all’incontro con uno di loro il popolino sprofondava un inchino, togliendosi la coppola. A suo padre, il don, era toccato fin da giovanottino. E non era né don di chiesa né don di ’ndrangheta. Don da signore, il suo, per il rispetto che gli proveniva dal casato, dall'agiatezza, dalla bella presenza, dai modi, dai tanti lavoranti tenuti a paga nelle stagioni olearie. Lui lo aveva perso e gli era toccato Angeluzzo, che era un po’ più di Angelo e molto più di Angelè, e però distava un abisso da don Angelo e due abissi da don Angeluzzo.
Abitava un palazzo che dava sul Corso. Da solo. I genitori gli erano morti l’anno dello sbarco sulla Luna, uno appresso all’altro. Prima, il padre. Se l’era portato via il cuore, di notte, al mattino era fresco di frigorifero e più rigido d’una pinneja di pesce stocco. Dopo, la madre. Lei, d’inedia, di non sapere come trascorrere il tempo, di non avere chi accudire. I pochi parenti s’erano trasferiti in città al tempo in cui scorrere la vita in un paese sembrava svilisse la rispettabilità, masticasse e sputasse lontano il decoro durato secoli. Le sue due sorelle vivevano in Umbria, ed erano di famiglia solo per l’anagrafe, con loro nemmeno gli auguri per Natale. L'unico fratello, il maggiore, un Marcantonio che le femmine, quelle con brame da marito e quelle già maritate, se lo mangiavano con gli occhi, se l'erano ingoiato le nevi della Russia – appena gli andava lì il pensiero ad Angeluzzo rizzavano i peli e le carni gli s’intostavano in un gelo che lo pervadeva lento, innescandosi dalle dita dei piedi e salendogli fin dentro la testa, tra gli ingranaggi e le rotelle. Al punto che, se non s’affrettava a poggiare il muso per un sorso, arsuriato e lungo da non bastargli il respiro, nella cannata con il vino, diventava uno scimunito, non gli si metteva in moto niente, una mummia.
Gli era riuscito di convincersi che fossero stati la solitudine nella casa paterna avvolta nel silenzio, dopo che per decenni aveva rimbombato di famiglia, d’allegria e degli ordini imperiosi ai contadini e alle serve, e il pensiero dell’orrenda fine toccata al fratello a condurlo sulla rotta del vino – dacché non ne beveva affatto a che erano diventati compagnoni, un bicchiere oggi, due domani, un altro solo e basta, uno ancora e quant’è vero Iddio… sempre in aumento, fino a stabilizzare la razione di tre litri giornalieri, salvo impennate nei momenti di particolare sconforto e necessità. Più d’un ventennio che tirava avanti così. Ne sorbiva a ogni ora, per gusto, innaffiava con il rosso finanche la colazione mattutina, non più il caffè – che con il vino avrebbe legato quanto un mutilato a una gamba con i centodieci metri a ostacoli – ma un’aringa sotto sale, una prelibatezza in grado di accompagnare in brillante agilità un intero litro, senza che lo stomaco avesse a risentirne e a lamentarsene, anzi.
Non s’era sposato. Troppo più su per le figlie del popolo. E troppo più giù per quelle che gli sarebbero state pari prima di fraternizzare con il vino: il vizietto era trapelato nonostante non avesse l’ubriacatura molesta e nonostante bevesse nella riservatezza della casa, mai in cantina; colpa della camminata, barcheggiava come tra i marosi, colpa di un alito bastevole a ubriacare chi subiva due suoi fiati di fila, colpa delle parole che gli uscivano impastate. Apposta gli era difettato il don. Apposta e per gli uliveti, che presto non gli consentirono più di campare dignitosamente, a causa del prezzo dell'olio abbattuto dal mercato, della mano d'opera scarsa e pretenziosa, dei frantoiani che imbrogliavano sulle olive e sulla resa, dei malandrini che o orzo o paglia sciancavano dal sudore degli altri, tutta roba complicata da gestire per la testa così così di Angeluzzo. In più, ebbe la sventura d’incappare in un fattore peloso di cuore e truffaldino. Veniva figlio al fattore del padre – un tipo onesto, quello, benedetta la terra dove poggiava i piedi, però, si sa, da galantuomo è raro che nasca galantuomo. Infatti, s’approfittava a più non posso. Quando Angeluzzo se ne accorse, il prode già aveva alzato un palazzo di casa ed esibiva lussi e figli che trasudavano grasso e smargiassate. Lui stesso, feste comandate e non, mai usciva per strada senza uno stuzzicadenti tra i denti, per togliersi dagli interstizi i rimasugli della carne di filetto avuta per pranzo, mentre si strofinava la pancia sazia di cibo soddisfacente.
Siccome al rango da signore di Angeluzzo si addicevano l’ozio in piazza e la parata, con il cappello, il vestito, a bordo labbra il bocchino con la sigaretta nazionale, i capelli impomatati e con la riga alla Meazza, poco discosta dal centro, il bastone da passeggio, più che altezzoso, utile ai passi acciaccati dal vino, e siccome non era il caso di smentire e svergognare un’intera vita mettendosi a lavorare – erano civili da sempre e i civili non si lordavano, avevano operai a cui delegare la fatica e tirapiedi che s’incarognivano in vece loro – per campare dovette cominciare a vendere le proprietà, escludendo il palazzo, mai si sarebbe disfatto di quel segno di distinzione, per quanto malandato, tendente a rudere. In appena vent’anni sperperò quasi trenta ettari dei migliori uliveti della Piana. Finché gli rimase il solo fondo Arenoso.E lì, al bivio se cederlo al miglior offerente e tirare un altro po’ o congedarsi da un’esistenza sempre più in affanno e che spesso riteneva non degna d’essere tirata oltre, scelse la via di mezzo: farsi pagare le olive sull’albero e durare un anno con il pagamento preteso a tic e tac. Ogni stagione era un problema quagliare i conti. Diligentemente detraeva dal prezzo spuntato quel po’ di spese extra per un minino di vestiario, per la casa, per le medicine, per gli intoppi che mai mancano, e divideva la cifra rimanente per trecentosessantacinque, ottenendo la diaria, da non sforare. Quindi, annotava su un foglio di quaderno la massima spesa giornaliera possibile: tre litri di vino, due pacchetti di nazionali semplici, pane, pasta, pomodori, fagioli, formaggio, carne di minuta, eccetera, eccetera. Tirava la somma. Siccome eccedeva, sbarrava la contabilità con un colpo nervoso di penna e riattaccava, ogni volta diminuendo tutto tranne i vizi – i tre litri di vino e i due pacchetti di sigarette – finché non conteneva il costo entro i limiti. Fuori, nonostante il mozzicone di decoro e di reputazione che gli rimaneva, non cedeva l'aria da signore, sapendo però che non convinceva nessuno, troppo in contrasto con l’aspetto e le movenze da avvinazzato, con la nuvola di mosche che gli roteava intorno, con la casa in rovina, ora disdicevole al Corso dopo esserne stata prezioso decoro, con il volto smunto e malaticcio, il fisico cadente, gli abiti antiquati e consunti.
Quando capitarono due annate vuote di fila, per Angeluzzo fu la fine: non ebbe olive da vendere e boccheggiò di una fame patita in signorile sopportazione.
In un giorno disperato, con lo stomaco che borbottava più del solito, s’imbatté in Peppe e in Luigi che imbonavano alla fiamma una botte per la vendemmia alle porte.
"Angeluzzo, pensate che stiamo procedendo giusto?" gli chiese Luigi quand’erano ancora distanti, non convinto della bontà del lavoro cui erano intenti.
Nell’accostarsi per controllare, Angeluzzo catturò il bisbiglio di Peppe a Luigi: “ne capisce?". E la risposta di Luigi: "se ne capisce, non lo so, bere lo beve però, eccome se lo beve". Con tanto di sghignazzata finale.
Per Angeluzzo fu una mazzata. Perse la nascita, la storia, sentì addosso gli sguardi corrucciati degli antenati nei ritratti in campo ovale appesi alle pareti del salone. Gli si spiaccicò in faccia la verità da sempre taciuta a se stesso. Gli mancò il respiro. Avrebbe voluto scomparire, non essere più del mondo. Se Peppe e Luigi, che non erano il meglio in paese, anzi, s’erano presi la libertà di sfotterlo e mortificarlo…
Figurarsi, Peppe era rientrato in paese da Wolfsburg, dopo trent’anni da operaio alla catena di montaggio della Volkswagen, e assicurava – pretendendo di non essere contraddetto, e nessuno lo faceva, ché aveva l'incazzatura facile, e legnosa, nel senso che menava legnate con mani più grandi d’una pala di ficodindia – che nei rubinetti delle case la domenica scorreva birra, bionda, nera o rossa, a seconda non s’era mai capito di che cosa, “per un’ora soltanto, bisognava tener pronte le cuccumelle”. Gli ascoltatori trattenevano le risate. Le esplodevano appena Peppe era andato via strascicando passi da ubriaco, da vino, “birra ne ho bevuta troppa in Germania, mi basta per questa vita e per la prossima”.
Luigi era un punto peggio di Peppe. A sua volta emigrante, lui in America, era rientrato perché non gli giovava l’aria, a detta sua. Ma tutti sapevano ch’era stato rimpatriato perché nella notte precedeva il lattaio e ritirava dai davanzali delle case il prezzo lasciato li. “Foglio verde, un calcio in culo e via” lo svergognava Santino, sghignazzando, per rifarsi di beghe tra loro arrivate a un punto tale che, per chiarirle e risolverle, non restava che oliare le doppiette.
Nei giorni successivi Angeluzzo non fu visto in giro. Non era novità, capitava talvolta che il vino o la vergogna o entrambi lo tenessero rintanato dentro. Apposta il paese non si allarmò. Poi esalò dalle stanghe di una persiana sbrindellata un odore nauseabondo che assalì il lezzo del mosto e presto lo sconfisse nell’aria aleggiante sulla piazza.
Forzarono la porta e trovarono Angeluzzo seduto in poltrona come vivo, ma morto e ormai in putrefazione. Nessuno intese indagare se fosse successo perché era già impresso a fuoco nel libro della sua vita ed era giunto il tempo o perché lui stesso aveva scelto di anticiparlo, quel tempo.