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Venerdì, 24 Settembre 2021

La cena di consolazione

Melino, undici anni e niente scuole – “qui alfabeti tutti” soleva vantarsi il nonno – un moccolo che gli faceva capolino dalle narici e che lui risucchiava su appena avvertiva sul labbro il sapore, abitava al Borgo, in una casetta a due piani, stretta stretta e con spifferi che s’insinuavano da mille pertugi. La vivevano in nove: mamma e padre, cinque figli, nonno e nonna materni. In più sei galline da uova. Erano state otto prima che due abboccassero alla scia di granturco con cui il gran cornuto di Rocco – parole del padre di Melino, da crederci perciò, non ne sprecava granché – le aveva attirate nella campagna a farsi torcere il collo e a finire a bollito.
Il Borgo era il quartiere dei poveri. Vestiva il fianco della collina avvolgendone la pendenza e disegnando una specie di cono fortificato che si troncava di netto in cima, dove c’era il piano con la piazza, i palazzi nobiliari, la chiesa, il municipio, e il passeggio avanti e indietro dei civili, nullafacenti per indole o per un’agiatezza da poter delegare ai servi il lavoro. Le costruzioni erano in muratura di pietrame e con il tetto in coppi. Pareva si reggessero in piedi perché si sostenevano l’un l’altra. I vicoli su cui affacciavano erano talmente stretti che l’aria non si capiva come facesse a bastare per la moltitudine che gravitava, da boccheggiare per la mancanza, oltre che per la fame, la malattia cronica più diffusa laggiù, mangiavano così poco che i più sazi andavano di corpo ogni tre, quattro giorni. Per fortuna, in quell’inizio degli anni ’60, s’era già vista un po’ d’emigrazione, c’era da fidare che presto ci sarebbe stato più spazio.
La casa di Melino era giù, ai piedi della collina, a mezzo dell’ultima fila di costruzioni che confinava con la campagna ombrata dagli ulivi secolari. Se il Borgo era l’inferno, quel fronte che chiudeva l’abitato ne era l’infimo girone. Brulicava di vita e di miseria, uomini e bestie ammucchiati assieme, stretti da poter spremere olio, famiglie con caterve di figli di ogni età – tanti che nei festivi riuscivano a uscire per strada solo i più lesti ad arraffare vestiario e calzari non bastevoli per tutti.
La tavola era bandita con i prodotti dell'orto, patate sempre, e fagioli, a baccelli, a coccio, secchi. Nei periodi di magra, erbe selvatiche, le foglie più tenere delle ortiche, persino carrube. Sennò grandi e piccoli dovevano sperare in qualche cuore caritatevole, e non è che ce ne fossero tanti. L’estrema risorsa, meglio che niente, un filo di ponente che indirizzasse al naso l’odore di cucinato che esalava dai palazzi. L’unica carne che masticavano erano i tordi che s’impigliavano nella rete allargata a ostruire un passaggio obbligato tra gli alberi in cima alla collina e quella della nidiata trimestrale dei piccioni che avevano avuto l’idea sciagurata di comporre famiglia nel sottotetto.
Melino stava sempre d’appresso al nonno. Che era simpatico, faceva scialare e allietava la tavola. “Sono contento di questo genero – sfotteva – mia figlia gliel’ho data di cinquanta chili e già me l’ha portata a più di novanta. Appena tocca il quintale, festeggiamo”. Si riferiva alla madre di Melino, che a furia di patate s’era espansa più d’una barca a vela. A Melino raccontava del folletto che Santo era riuscito a catturare e che da oltre mezzo secolo portava fortuna alla sua gente, degli spiriti che avevano stabile dimora nella baracca di Cimato, e dell’impiccato che riacquistava vita per una sola notte all’anno, sventura a chi ci incappava. Melino gradiva a tal punto la compagnia del nonno che neppure avvertiva la fatica nel lavorarci fianco a fianco per riprendersi l’orto alla fiumarina – a sua memoria, già tre volte che l’acqua tumultuosa dell’inverno era riuscita a riportarselo nell’alveo.
La nonna invece parlava solo di chiesa. E aveva il chiodo fisso che lui, Melino, entrasse in seminario e diventasse prete, per fede o per calcolo, poco importava. Insisteva nonostante fosse evidente che Melino intendeva lordarsi di mondo, persino il servizio di chierichetto aveva smesso.
“Attento che, quando meno te l’aspetti, t’infilano dentro una zimarra” lo ammoniva il nonno, ridacchiando. E questo bastava a pensionargli l’idea, le rare volte che se la faceva piacere un po’, ma appena un po’, quando la nonna “i preti con quella saia nera girano la manovella del mondo, e mangiano del meglio tutti i santi giorni” lo tentava. Quel “mangiano del meglio tutti i santi giorni” ci colpava, allettante in una casa dove ci sarebbe stato da stringere di un buco al mese la cinta dei pantaloni di orbace, se l’avessero avuta, la cinta.
La nonna morì nella notte, dopo un abuso di frittole mandate per Natale da una comare caritatevole. Le frittole erano destinate all’intera famiglia, ma le aveva mangiate da sola, in fretta, a scanso d’essere sorpresa dall’arrivo di qualcuno. “Lo stomaco non era abituato” aveva diagnosticato il medico.
Di buon mattino, il nonno, nello scuoterla per svegliarla, la sentì fredda. E chiamò gli altri.
Perforò l’aria il grido isterico della mamma di Melino, in uno affranta per la perdita e rammaricata d’aver mancato l'occasione di metterle intorno i figli nell’attimo della dipartita, perché giovava farsi trapassare dall’anima mentre esalava dal corpo e si dirigeva a scalare il cielo.
La casa s'era animata di amici e parenti. Le donne si graffiavano la faccia, si sciancavano i capelli, pestavano violenti i piedi in terra, urlavano, per un valore della defunta da misurare in base allo strazio esibito.
Melino era dispiaciuto per la nonna. Lo stesso aveva provato ribrezzo nel poggiarle le labbra dell’addio sulla fronte gelida. Nella bara, l’aveva vista elegante come mai da viva. Indossava l’abito comprato per tempo per l’occasione più mondana e più importante dell’intera esistenza, meglio del matrimonio, dov’erano in due a spartirsi le attenzioni. Portava scarpe che le avrebbero luccicato i passi, né più né meno di come luccicavano a don Umberto, e invece erano state più le volte che aveva calzato la sola scorza indurita delle piante dei piedi. E Melino non si faceva ragione del perché le indossasse giusto ora che le servivano le ali, non certo i piedi. Comunque, era roba che non sarebbe andata perduta sottoterra, aveva sentito con le sue orecchie il padre ordinare alle donne di levarle tutto prima che mastro Gino saldasse la bara, dato che servivano di più ai vivi, per quando fossero morti.
Nella cassa scoperta, la nonna aveva la smorfia di un sorriso che era novità, Melino sempre sul burbero la ricordava e non si capacitava perché il padre gliel’avesse sagomata.
Quando misero il coperchio, l'isteria delle congiunte raggiunse il picco. Dopo, ci furono la messa, l'accompagnamento, le strette di mano delle condoglianze, il trasporto al cimitero. Gli uomini rientrarono quando già il cielo si macchiava di sera. Nella stanza, non più in penombra, i parenti presero a raccontare episodi curiosi di cui era stata protagonista la defunta. E montò l'allegria, sempre così al ritorno da funerali di persone di una certa età: era un modo per rendere omaggio, era lo stacco dal dolore e dal lutto.
Poi bussarono alla porta. Melino andò ad aprire e sbarrò gli occhi incredulo, più che se le nuvole si fossero messe a grandinareformaggini, vedendo comari che entravano con ceste colme di ogni ben di Dio e con pentole fumanti, dagli aromi prelibati come nemmeno quelli che esalavano dalle finestre delle cucine di don Umberto nelle occasioni delle grandi feste. Scoprì che era la cena di consolazione: le famiglie più amiche sempre la preparavano per la casa appena colpita dalla morte. Scoprì pure che si poteva prendere a piene mani e a sazietà. E che anzi allungavano carezze sui piccoli che mostravano di gradire. Erano prelibatezze mai assaggiate, che Melino neanche nei sogni spinti troppo in alto: spaghetti spezzettati dentro un brodo di gallina impreziosito da minuterie della carne bianca e da polpettine, le galline stesse, cotolette, un po’ di carne minuta, crocchette di riso calde e con provola filante nel mezzo, formaggio con i vermi.
Melino mangiava, mangiava. E mangiando sbiadivano le patate, i baccelli, i fagioli secchi, la borragine, le foglie tenere delle ortiche. Ma un pensiero guastò la magia: dall'indomani, di nuovo patate e fagioli, ortiche e borraggine, un boccone di piccione alla scadenza dei tre mesi, un tordo ogni morte di Papa, se non uno stomaco talmente vuoto da sentirselo gorgogliare peggio d’uno scarico appena sturato. A meno che non comparisse qualche altro dono del Cielo.
E lì gli caddero gli occhi sul padre. Niente, scoppiava di salute. Poi sulla madre, più sana ancora, e con un po’ d’anni in meno. E sui fratelli e sulle sorelle, tutti senza un malanno. Restava il nonno. Che un tantino acciaccato era. Pure vedovo, da un giorno e mezzo, con nessuno ormai da sistemare e con un letto matrimoniale troppo grande, facile soffrisse la solitudine.
Il padre porse a Melino una crocchetta di riso. E lui, tra la crocchetta, calda e con la provola filante, e il nonno a cui voleva bene, titubò solo il tempo che gli penetrassero le narici i buoni odori stazionanti nell’aria del lutto: scelse la crocchetta. E "padre, secondo voi il nonno quanto può campare ancora?" chiese candido.