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Mercoledì, 20 Ottobre 2021

Ma non date la colpa alla politica...

Il nomadismo è uno dei principali tratti distintivi di questa campagna elettorale. Un andirivieni continuo da un partito all’altro, spesso da uno schieramento all’altro, che contribuisce enormemente al caos generale e rende ancora più difficile la scelta nell’urna. 

A meno di un mese dalle elezioni del prossimo 4 marzo, il quadro è deprimente. I cittadini, già stremati da dieci anni di stenti grazie a una gestione della crisi che ha scaricato tutte le conseguenze sulle loro spalle, non solo non hanno alcuna fiducia nelle formazioni che si fronteggiano in questa sfida ma sono preda del forte disorientamento prodotto dai giri di walzer a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. Può essere un caso, in uno scenario del genere, che il primo partito sia ancora oggi quello dell’astensione? No, non lo è. La verità è che le classi dirigenti sono sempre più lontane dalla vita  quotidiana: non ne colgono i pensieri, gli umori, le frustrazioni. I partiti fanno finta di combattersi ma in realtà sono accartocciati nelle loro dinamiche interne. I temi della campagna elettorale ripropongono, tentando di spacciarli per novità o presentandoli sotto mentite spoglie, modelli già sperimentati e falliti. Tanto, che importa? Gli artefici del cosiddetto “Rosatellum”, versione spudoratamente avanzata del “Porcellum”, sanno benissimo che probabilmente, alla fine, non vincerà nessuno. Del resto, questa legge non è stata fatta per governare ma per azzoppare l’avversario. Morale: il risultato dell’urna, salvo sorprese allo stato imprevedibili, aprirà la strada a nuove elezioni o, più verosimilmente, all’abbraccio innaturale – per il bene del Paese, si capisce! – tra i “carissimi nemici” Renzi e Berlusconi.
Non basta. Come prima, più di prima, questa legge umilia la democrazia. Che, comunque vada, uscirà con le ossa rotte. Il “popolo sovrano” sarà quasi spettatore della competizione. Il potere elettorale di vita o di morte sui candidati resta ai leader dei partiti, che sceglieranno chi mandare in parlamento adottando come unico criterio il grado di ubbidienza. Così, ad occupare quegli scranni, non saranno i migliori ma i più servizievoli. Ecco come si spiega il declino. Il parlamento non è più il luogo dove si incrociano, alzando il livello del confronto politico, le migliori intelligenze del Paese, sorrette da grande passione civile e  solide basi  storico-culturali. E’ diventato un ricovero per nullafacenti che si aggirano sul corridoio dei passi perduti in attesa della chiamata del capo.
Ma non prendetevela, per favore, con la politica. Che non solo non ha colpa, ma è la prima vittima del disastro. E’ proprio l’abbandono della politica il motivo principale dello scadimento dei valori e dell’emergere di un sistema fondato sull’egoismo e sulla sopraffazione. E’ la scomparsa della politica la prima causa delle ingiustizie sociali, della miseria in cui è stato precipitato il Sud, di una generazione perduta per mancanza di lavoro e di prospettive. Solo se torna la politica, la vera politica, con uomini degni del ruolo e consapevoli della grandezza del fine, solo allora si potrà finalmente tornare a sperare.
Aspettando di vedere arrivare i tempi nuovi, sarebbe sbagliato tuttavia cedere alla tentazione del non voto. Significherebbe rinunciare al residuo spazio di agibilità democratica rimasto ai cittadini. Bisogna invece utilizzarlo, quello spazio. E farlo bene. Magari è un piccolo passo per ricominciare.