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Martedì, 20 Novembre 2018

Il ponte Morandi: 50 anni, e li dimostratutti…

Il ponte Morandi di Catanzaro (con i suoi primati mondiali ed  un gemello in Sud Africa) compie mezzo secolo, come la minigonna di Mary Quant. Era il 1962 e mentre per le strade di Londra una fascetta striminzita di tessuto portava a spasso altezze vertiginose, arditamente il nastro d’asfalto disegnato da Riccardo Morandi andava con fare leggiadro a colpire sul fianco ovest il corpo della città, evitandone l’atavico approccio lento e tormentoso su per i tornanti della borbonica statale 19 bis delle Calabrie.
Lo scopo progettuale era quello che si legge sul fascicolo conservato negli archivi provinciali: collegare l’accesso alla città alla costruenda 280 dei Due Mari  e quindi all’ autostrada Salerno - Reggio, anch’ essa da venire.

L’importante è esagerare

Troppa grazia tutta insieme, da prendere a piccole dosi pena ubriacatura da sovrappiù di futuribile, con possibile effetto rebound del tipo: “Vi siete spinti troppo oltre e adesso pagate pegno, fermi un giro che tocca gli altri”. A credere che un’opera della maestosità del ponte fosse “unfit” ed eccessiva rispetto alla piccola città dell’estrema provincia meridionale che all’epoca era Catanzaro - su per giù 50 mila abitanti nel ‘60 – fu per esempio Amintore Fanfani che espresse tale convinzione nel corso dello stesso mitico viaggio in Calabria durante il quale le vacche che aveva visto 100 chilometri più a sud nella Sila Piccola gli furono fatte pascolare davanti gli occhi in agro di San Giovanni in Fiore, per magnificare le sorti progressive dell’Opera valorizzazione Sila. Leggende metropolitane e favole bucoliche, chissà. Se l’avesse detto oggi, probabilmente qualcuno gli avrebbe tirato le orecchie come frase manifestamente politically uncorrect, anticipando di una ventina di anni il gesto che nel 1979 effettivamente compì  il democristiano calabrese di Acri Angelo Gallo, sorprendendo alle spalle l’allora presidente del Senato. Nemesi attestata fotograficamente.
Fatto sta che il ponte, ufficiosamente detto “Morandi” in onore al progettista o semplicemente “sulla Fiumarella”  e poi nel 2001 ufficialmente dedicato a Fausto Bisantis dal suo mentore politico, il ponte, al di là della simbologia che lo vuole espressione di contatto, scambio, pace, apertura e tutto quanto altro fa positivo, ha significato per Catanzaro un biglietto da visita forse troppo altisonante e magniloquente per l’effettiva sua consistenza urbanistica. La congestione da iperafflusso, la sindrome da imbottigliamento, il prevedibile fenomeno fisico di scorrimento che da laminare si fa vorticoso, investirono la città non appena sperimentò gli onori e gli oneri di capoluogo regionale, complicandone il già precario equilibrio urbanistico. Entrare in città si faceva sempre più difficoltoso, da est come da ovest. La città era diventata attrattiva, in pochi anni si arrivò a sfiorare i 100 mila abitanti, in sostanziale assenza di uno strumento urbanistico adeguato, poiché il piano Marconi, adottato nel 1957 fu approvato solo nel 1968. Nel frattempo, si pensò bene e ingenuamente di posporre il problema. Si sventrò più tardi il colle del San Giovanni con la galleria che porta alla Rotatoria Gualtieri, che a sua volta si unisce alla Tangenziale Est. Ma “gira che ti rigira”, il problema è rimasto. Arrivare in città era (è) semplicissimo, il problema era (è) entrarci. E al ponte, con la sua presenza bella e ingombrante qualche responsabilità anche indiretta dovrebbe essere assegnata nell’essere stato, suo malgrado, un invito a disconoscere la logica espansione verso il mare dello sviluppo urbano, come suggerisce Biagio Cantisani, presidente dell’ordine degli architetti. Con l’aggravante di costituire un precedente talmente ben fatto, così ben inserito nel contesto paesaggistico, da essere facilmente oggetto di scadenti succedanei.

Un ponte, due ponti, tre ponti, un ponte grande e uno piccolo…

Catanzaro ha una certa predisposizione ai ponti. Prima del Morandi (Bisantis oggi)  fu costruito in epoca fascista sul versante opposto del crinale, verso est, il ponte di Siano, anche esso a campata unica, ma decisamente meno pretenzioso, oggi quasi inutilizzato per via dell’apertura del viadotto di collegamento tra le due tangenziali. Poco più nord del Morandi, in reciproca vista, un altro viadotto prolunga la tangenziale ovest verso i quartieri alti, curiosamente, ma tanto meglio, denominati Pontepiccolo e Pontegrande.  Il festival dei ponti. Tanto che qualche anima bella ha pensato che innalzare pilastri e congiungerli con una fettuccia di asfalto pressurizzato su telaio prefabbricato sia cosa da burla. Vedi scempio recentissimo nella valle del Corace dove si è creato un ingorgo di pontili, di ingressi volanti, di bretelle che “Genova e i suoi svincoli micidiali” di De Gregori-De Andrè è roba da signorine.
Il ponte, per i catanzaresi baby boomers, quelli che nel ’60 frequentavano le elementari, è stato contemporaneamente il contraltare laico ai fioretti di san Francesco e l’antidoto nostrano alle performance industriali del Nord Italia. Maestre dalle chiome permanenti  e maestri dalla stilografica nel taschino assegnavano ricerche e dettavano compiti in cui il ponte doveva essere descritto, misurato, osannato, forse anche un po’ dopato, insomma, come un decatleta della Germania Est, che di suo ci metteva l’impegno e l’abnegazione quotidiana, e lo staff medico gli additivi chimici. Una serie di primati venivano inanellati nei quadernini copertina nera e bordo rosso a imperitura gloria.
In effetti nel 1962, il ponte sulla Fiumarella, con i suoi 468 metri di lunghezza, era il primo ponte al mondo ad arco in calcestruzzo per altezza (115 metri dal fondo valle), primo al mondo con luce superiore ai 200 metri che non abbia ceduto al momento del disarmo (231 metri). Oggi le cose si sono per forza un poco complicate e insistere sui numeri rischia di mettere in difficoltà il gigante buono, se non si fa sforzo di astrazione ed esercizio di contesto storico. A sgombrare il campo dagli equivoci, particolarmente numerosi e spassosi in molti siti on line, un recente studio dei ragazzi del Liceo scientifico Siciliani di Catanzaro, che, restringendo il campo ai soli ponti in calcestruzzo, assegna al Morandi  il 2° posto in Europa dopo quello costruito a Los Tilos (Spagna) nel 2004 (150 metri) e 11° in Europa per luce, primo il Krk Bridge (Croazia, 1980) 390 metri. Permane il primato in Italia nei ponti in calcestruzzo, per luce, altezza e lunghezza.
Il progetto che i ragazzi del Siciliani hanno portato avanti, sospinti con leggerezza calviniana dai docenti Nicola Chiriano e Caterina Oliverio, sui dati matematici e sulla conformazione parabolica o catenaria dell’arco,  è stato presentato in occasione del Pi Day 2012, giornata mondiale della matematica. E in fondo, cosa è il disegno del ponte se non un gigantesco Pi greco che si staglia sul cielo ventoso di Catanzaro?

Cinquanta anni e li dimostra

Al di là dei numeri, rimane l’esperienza umana e lavorativa di quanti, ingegneri, tecnici e operai si sobbarcarono il compito di tradurre il progetto di Morandi del 1958 nell’opera che, approvata dalla Provincia di Catanzaro con un finanziamento di 1 miliardo della Cassa del Mezzogiorno, fu assegnata alla So.ge.ne. di Roma e terminata in tre anni nel 1962. A 50 anni dall’inaugurazione un convegno promosso dal giornale on line Catanzaroinforma.it e dagli ordini professionali degli ingegneri e degli architetti, ha dato voce e sostanza a tecnici e operai che parteciparono all’impresa, con tutto il correlato umano dei ricordi e del giusto orgoglio di chi era già allora consapevole e partecipe di un’opera che trascendeva la propria esistenza e si sarebbe proiettata alle future generazioni. La mostra fotografica che fino all’11 novembre è fruibile presso il Marca, mostra benissimo la colossale messa in opera dell’idea progettuale dell’ingegnere romano Riccardo Morandi (1902 – 1989), uno dei massimi esperti di strutture pontili ad arco che ha disseminato qui e là per il mondo, tanto che esiste un ponte gemello del catanzarese sullo Storm River Canyon in Sud Africa.
Il Ponte ha cinquanta anni e li dimostra. Non per colpa sua. A parte un ritorno di fiamma (fatua?) in occasione della intitolazione del ponte a Fausto Bisantis nel 2001 e grande sfoggio di fuochi d’artificio a cura dell’Amministrazione provinciale per il 40° con breve esperienza di nuova e più ricca illuminazione, poco è stato fatto per rendergli agevole il passaggio nella piena maturità. Basta percorrere a piedi il mezzo chilometro scarso, esperienza cui molti quotidianamente fanno ricorso per necessità o per mantenersi in forma. Il fondo del passaggio pedonale è in più punti sconnesso, i tratti di immissione da un capo e dall’altro sono invasi da perenne sterpaglia, nessun intervento di ordine estetico, ornamentale o funzionale ha provveduto a rendere più fruibile uno dei pochi simboli identitari della città.

La vocazione malgré lui

Per non parlare della colpevole accidia con cui viene derubricato a questione di patologia comportamentale il frequente ricorso a tramite di risoluzione suicidiaria di stati di disperata depressione. Una contabilità esatta non esiste, e forse è meglio così, perché ogni storia di vita e di morte vale più di un numero. Ma sicuramente più di 20 sono le vite interrotte tragicamente su base volontaria, incrementando anche una ricca aneddotica crepuscolare. Di tanto in tanto, si levano proposte per renderne meno agevole questo uso decisamente non appropriato. L’ultima riportata è quella del presidente dell’ordine catanzarese degli ingegneri Salvatore Saccà, per una copertura antiscavalcamento che avrebbe anche il non trascurabile risultato di rendere piacevole e protetta la traversata pedonale est-ovest.  A questa e altre soluzioni, viene spesso interposta l’obiezione della stabilità strutturale rispetto al forte vento che caratterizza tutta l’area urbana e soprattutto il versante che guarda  a ovest.

Per fortuna che c’è il Riccardo

Riccardo Morandi, ingegnere romano (1902 – 1989)


Del resto il vento fu uno dei principali problemi che dovette affrontare Morandi in fase progettuale ed esecutiva, a cominciare dalla cèntina, il sostegno su cui avrebbe poggiato la definitiva struttura in cemento. La centina, metà in calcestruzzo e metà in tubi d’acciaio, risultò essere, con i suoi 120 metri, la più alta mai costruita e, anche, sufficiente a resistere a raffiche di vento superiori ai 140 km/h. Per realizzarla vennero utilizzati 450 Km di tubi Dalmine-Innocenti pesanti 2000 tonnellate e tra loro assemblati con 245 mila giunti. Durante l’innalzamento della centina, i tubi furono disposti a ventaglio convergenti in basso su 5 cavalletti in calcestruzzo. A partire dai due pilastri sulla “solida roccia”  dei due costoni contrapposti, dal 5 dicembre 1960 all’1 marzo 1961 si procedette al getto del calcestruzzo per l’arco. Ultima fase fu il disarmo della centina con le successive prove di stabilità.
Queste schematicamente le tappe della costruzione. Dietro, molte storie. Santo Montesano, oggi vigoroso pensionato, nel ‘58 aveva 28 anni. Ricorda ancora benissimo la mattina in cui, giovane muratore alla ricerca di un lavoro qualunque da dopoguerra neorealista, vide, come miraggio, uno strano brulicare di uomini e mezzi giù sul letto della Fiumarella. «E comu, giuvanò, ‘on u sapìti? Fannu nu ponta chi pigghia e na parta a n’atra, de Gagghianu ‘nzina a Pratica» lo informò un crocchio di vecchietti che la sapevano lunga da lento osservare. Giù per il dirupo fino al cantiere in via di allestimento fu un attimo: Santo fu assunto da un capomastro dall’accento nordico e dal fare sbrigativo, paga sindacale, cartellino n. 3 dopo quello del capo cantiere e del capo ferraiolo. Dopo di lui, oltre duecento operai catanzaresi, insieme poco formati e molto volenterosi, lavorarono fianco a fianco agli specializzati che venivano da ogni parte d’Italia, da Savona, da Ferrara, da Avezzano. Diversi di questi trovarono moglie, qualcuno alla fine ripartì per il posto di provenienza, qualcuno rimase: è l’altra faccia del melting italiano. La vita trascorse brulicante e laboriosa nei tre anni pieni dal ’58 al ’62, di giorno e anche di notte, recuperando con caparbietà i turni in cui vento e pioggia sferzavano il transito. Pochi incidenti, qualcuno drammatico, come quando un fascio di tubi si staccò dalla teleferica di servizio, trapassò una piattaforma di legno procurando per pura fortuna solo qualche lieve ferita al personale sottostante. Pochi incidenti, uno mortale. Un giovane operaio, si chiamava Miriello, perse fatalmente l’equilibrio nelle fasi finali della decostruzione della centina e si schiantò in mezzo ai tubi qualche decina di metri più giù.
Alla fine, dopo il collaudo effettuato caricando all’inverosimile tutti i camion a disposizione, non ci fu una inaugurazione vera e propria. La sobrietà dell’epoca non prevedeva il favore di telecamera. Ci fu un rinfresco alla Provincia, offerto dal presidente Aldo Ferrara, presenti tutti gli operai che avevano fatto l’impresa. Si presenteranno con il vestito della festa, si vociferava che avrebbero ricevuto in ricordo un orologio d’oro. Non fu così, ma nessuno se ne ebbe a male.