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Sabato, 29 Febbraio 2020

La poesia che è musica…Silenzio, parla il maestro Nicola Piovani

Intervista al maestro Nicola Piovani, celeberrimo musicista, pianista, compositore e direttore d’orchestra. La sua carriera lo porta a scrivere musica con i maggiori registi italiani: Bellocchio, Monicelli, i Taviani, Moretti, Loy, Tornatore, Benigni e poi Federico Fellini, che lo sceglie Intervista al maestro Nicola Piovani, celeberrimo musicista, pianista, compositore e direttore d’orchestra. La sua carriera lo porta a scrivere musica con i maggiori registi italiani: Bellocchio, Monicelli, i Taviani, Moretti, Loy, Tornatore, Benigni e poi Federico Fellini, che lo sceglie per i suoi ultimi tre film.

Il maestro Nicola Piovani Il maestro Nicola Piovani


Dice: <<C’è un tempo per nascere e un tempo per morire ,un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli. Uno per ascoltare in silenzio Bach e uno per ballare un samba. Guai a sbagliare i tempi: si finisce a suonare la chitarra sulla spiaggia in frac e a dirigere un’orchestra sinfonica con le infradito>>. Genio e anima sublime, il greco ManosHadjidakis è fra i maestri che l’hanno avviato alla composizione. Riceve nel corso della sua carriera tre David di Donatello, il premio Oscar per le musiche del film La vita è bella, quattro premi Colonna Sonora, tre Nastri d’argento, due Ciak d’oro, il Globo d’Oro della stampa estera. In Francia, ottiene per due volte la nomination al César, il premio del pubblico e la menzione speciale della giuria al festival Musique et Cinéma di Auxerre. Nel 2008 è stato nominato Chevalier dans l’ordre des Arts et des Lettres dal ministro francese della Cultura.
<<Nella casa della mia infanzia, nel quartiere Trionfale di Roma, l’inizio della giornata era scandito dalla voce delle radio di mia madre, La radio, soprattutto il Terzo Programma poi divenuto Radio 3, è stata il mio mentore. Con la guida del Radiocorriere, lusso settimanale che mia madre si concedeva, potevo studiare con attenzione le pagine, scritte fitte fitte, delle trasmissioni di classica. Possedevo un rudimentale registratore Geloso, con quattro tasti di colori diversi: rosso-registra, verde-ascolta, giallo-riavvolgi, nero-stop>>. A parlare è proprio lui, l’artista iridato per cui il teatro è il linguaggio principe del futuro.

Il maestro Fellini definiva il suo amore per la musica pericoloso, perché?

Fellini amava la musica, era un uomo molto sensibile, diceva che colpiva i nervi scoperti dell’anima: “Fin da ragazzino, mi ha creato una dimensione di profonda malinconia. E’ qualcosa da cui devo difendermi, a meno che non riguardi il mio lavoro. Se lavoro posso fare di tutto, il lavoro diventa un grande scafandro di protezione, altrimenti la musica mi aggredisce”. E’ vero, poteva fruirne con serenità soltanto se lo faceva a scopo creativo, e non dunque come semplice ascoltatore. E quando mi mettevo al pianoforte per proporgli composizioni nuove da inserire nei suoi film, si sedeva accanto a me e per prima cosa mi chiedeva di suonare pezzi di repertorio, canzonette del passato, musiche di Nino Rota o brani che avevo scritto io per il teatro.

E’ stato definito l’erede di Ennio Morricone. Cosa significa comporre per il cinema?

Nel lungo cammino del mio mestiere, ho avuto quasi sempre la fortuna di collaborare con registi che avevano un rapporto buono con la colonna sonora, alcuni competenti e appassionati di musica di qualità, come Paolo e Vittorio Taviani. Ci sono miei colleghi che hanno vissuto e vivono il lavoro di musicista da film con frustrazione, per il fatto di non sentirsi totalmente liberi nello scrivere come succede ai compositori puri.

Il Maestro Nicola Piovani con l’indimenticato regista de La dolce vita ed Amarcord Federico Fellini. Il Maestro Nicola Piovani con l’indimenticato regista de La dolce vita ed Amarcord Federico Fellini.


La prima obiezione che mi viene è che scrivere per il cinema non vieta di scrivere musica per la sala da concerto. Alcuni, come Nino Rota e Ennio Morricone, hanno coltivato i due campi con eguale attenzione. Per musicare un giallo o una serie televisiva, è necessario adeguarsi al bisogno di quel racconto, di quelle convenzioni, delle invenzioni di quel regista; ma questo non impedisce di comporre parallelamente per conto proprio un quartetto d’archi o una sinfonia.

Ci regala un ricordo che ha segnato la sua passione musicale e così la sua carriera?

In casa un giorno erano arrivati tre vinili a 33 giri: erano il regalo marziano di una zia venuta a farci visita, la quale, avendo saputo che studiavo pianoforte, mi portò in dono quei tre dischi preziosi e astronautici, incisi in microsolco, forse comprati frettolosamente. Li ho ancora ben impressi in testa: due sonate di Beethoven eseguite da Wilhelm Backhaus, copertina beige con disegno che accennava la faccia di Beethoven o di Backhaus, mi è rimasto il dubbio, altre due sonate di Beethoven eseguite da Solomon, infine un Lp allora fresco di stampa: le Variazioni Goldberg di Bach, eseguite al pianoforte da Glenn Gould. La musica che si ascoltava nella mia casa paterna e soprattutto materna usciva dalla radio ed era rigorosamente leggera: Claudio Villa, Nilla Pizzi, Domenico Modugno… le passioni di mia madre; papà non c’era mai di giorno. Le mie orecchie erano abituate a quel repertorio di canzoni che spesso avevano ben poco di leggero, zeppe com’erano di acque amare, viali d’autunno, buongiorno tristezza, addio per sempre. Trascorrevo le ore a consumare i vinili della zia insieme con Nino, mio fratello mezzano: canticchiavamo linee musicali complesse e sorprendenti. Mio fratello Tonino, il maggiore, dieci anni più di me, per andare alle feste da ballo aveva comprato una fonovaligia Lesaphon Perla, invidiata da tutti gli amici: una specie di valigia che nel coperchio aveva inserito un altoparlante, e nella base un giradischi. Erano apparecchi di enorme successo, perché sostituivano i pesanti e intrasportabili grammofoni animando le feste dei liceali con cha cha cha, twist e ballo del mattone.

Si legge che ascoltare musica è un buon esercizio e diletto per lei…

Umberto Eco mi ha raccontato che quando era uno studente universitario, alcuni professori intellettuali, un po’ per darsi un tono, ballavano sui dischi dei Concerti brandeburghesi di Bach.

“Mi torna alla memoria una striscia di Charles Schulz dove il piccolo Schroeder, pianista e appassionato di musica classica, mostra fiero il suo ultimo acquisto: un disco con una sinfonia di Beethoven. La corteggiatrice Lucy gli chiede: ?E ora cosa farai con questo disco?? e lui: ?Lo ascolterò?. Mi piace molto questa striscia, perchè mi era capitato spesso di passare ore ad ascoltare e basta”. (Nicola Piovani) “Mi torna alla memoria una striscia di Charles Schulz dove il piccolo Schroeder, pianista e appassionato di musica classica, mostra fiero il suo ultimo acquisto: un disco con una sinfonia di Beethoven. La corteggiatrice Lucy gli chiede: ?E ora cosa farai con questo disco?? e lui: ?Lo ascolterò?. Mi piace molto questa striscia, perchè mi era capitato spesso di passare ore ad ascoltare e basta”. (Nicola Piovani)


Mio fratello Tonino, invece, ballava sulla musica dei Platters e di Paul Anka, il sabato andava alle feste e si portava via la mitica Lesaphon Perla; ma per il resto della settimana la usavo io, per narcotizzarmi con l’ascolto delle Variazioni Goldberg. Fu l’esperienza che marcò una buona parte del mio cammino spirituale; di tutte le attività musicali che avrei svolto in seguito: pianista, artista di balera e piano bar, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, una soltanto sarebbe rimasta la dominante: quella di ascoltatore. Esercizio che professo con scrupolosa attenzione. Durante l’adolescenza, quando ho cominciato a interessarmi e appassionarmi di quello che a grandi linee chiamiamo cultura, ho preso a relazionarmi con la musica attraverso l’ascolto cosiddetto puro. Mi torna alla memoria una striscia di Charles Schulz dove il piccolo Schroeder, pianista e appassionato di musica classica, mostra fiero il suo ultimo acquisto: un disco con una sinfonia di Beethoven. La grezza corteggiatrice Lucy gli chiede: ?E ora cosa farai con questo disco?? e lui: ?Lo ascolterò?. ?Ma ci canterai sopra? Ci ballerai…?, ?No? risponde Schroeder. ?Ma… allora cosa ci farai??, ?Lo ascolterò? insiste l’altro. ?e basta?!? esplose Lucy, disgustata. Mi piacque molto questa striscia, perché mi era capitato spesso di passare ore ad ascoltare e basta. Se però lo facevo leggendo contemporaneamente la partitura del pezzo, magari con la matita in pugno, tutti lo trovavano meno strano: stavo studiando, quindi stavo facendo qualcosa di concreto, non inutile come l’ascolto puro. Ma l’ascolto puro, quello che piaceva e piace tuttora a me, è solo uno dei tanti e differenti modi per frequentare la musica.

Che rapporto ha con il suo pianoforte?

Sono innamorato del pianoforte, è il mio principale arnese di lavoro, ma non ho il mito dello strumento perfetto, unico, il feticismo verso l’oggetto che, a quanto sento e leggo, è molto diffuso fra i musicisti. Forse perché non sono un vero pianista esecutore, uso il piano principalmente per comporre, come una macchina per scrivere, con il foglio pentagrammato sul leggio, la matita in bocca e la gomma sulla tastiera. Quando poi devo allenarmi in vista di un concerto o per un set in sala di registrazione, mi piace studiare sul mio Fazioli, strumento scelto con cura, amato, ma, più che amato, stimato. E mi fa piacere che uno dei migliori pianoforti prodotti ai nostri giorni si fabbrichi in Italia, la terra di Bartolomeo Cristofori, che alla fine del Seicento l’ha inventato.

Ha musicato film di Fellini, Bellocchio, Monicelli, Taviani, Moretti, che ne pensa del connubio cinema e musica?

“C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli. Uno per ascoltare in silenzio Bach e uno per ballare un samba. Guai a sbagliare i tempi: si finisce a suonare la chitarra sulla spiaggia in frac e a dirigere un’orchestra sinfonica con le infradito” (Nicola Piovani). “C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli. Uno per ascoltare in silenzio Bach e uno per ballare un samba. Guai a sbagliare i tempi: si finisce a suonare la chitarra sulla spiaggia in frac e a dirigere un’orchestra sinfonica con le infradito” (Nicola Piovani).


Ricordo quando lavoravo quasi contemporaneamente a “Good morning Babilonia” e “Fellini-Intervista”. L’argomento era simile: il cinema delle origini, il set, lo stupore giovanile per la bottega. Certi giorni aCinecittà passavo da una moviola all’altra: finito al tramonto di lavorare con Fellini passavo al montaggio dei Taviani e appena cambiavo stanza la mia testa cambiava tonalità, i colori sonori che mi venivano alla mente erano di tutt’altra tavolozza: credo proprio che per un musicista il cinema sia un’alta scuola artigianale. Se un musicista lavora bene nel cinema deve entrare dentro poetiche che non sono sue, e questo obbliga a fare dei viaggi estetici che possono essere molto stimolanti: pensi un po' che sforzo e che gusto piegare una partitura all'estetica di Nanni Moretti, o di Mario Monicelli, o di BIGAS Luna, come è capitato a me in tempi strettissimi. Se ci riesci è una goduria. Lo stesso passare, per esempio, da Moretti a Monicelli mi ha aiutato ad allargare il mio zodiaco linguistico, mi ha obbligato a una severa disciplina di elasticità stilistica, disciplina di elasticità sembra un ossimoro ma non lo è mi ha spinto a guardare gli stessi oggetti con sguardi diversi.

Il sodalizio con Roberto Benigni è stato sancito dal Premio Oscar per La vita e' bella. Ci parla di lui?

Benigni, come tutti possono immaginare, è un regista particolare, un capitolo a sé. Difficile spiegare in due parole cosa è per me lavorare con lui, lavorare per lui. Tutti sanno che lui appartiene alla dinastia degli artisti-poeti. Per me Roberto Benigni è ritagliato dalla stessa stoffa dell’endecasillabo. So che può sembrare una frase ad effetto, ma non è così, credo che sia l’immagine che rende di più l’idea. Avete presente la forza che ha l’endecasillabo nel raccontare e cantare i concetti più sublimi e alti? ma nello stesso tempo la capacità nell’intrufolarsi nel linguaggio quotidiano, nei dialoghi intimi? Pensate quante volte nel parlare usiamo endecasillabi nascosti. Una metrica mitica e colloquiale insieme: come la monarchia socialista. Roberto Benigni per me è anche e soprattutto questo: la capacità di coniugare la commozione per l’umana tragedia con i gesti minimi di una pausa pranzo, l’amore più dolce e siderale con la passione per i genitali delle femmine. Vorrei dire Apollo e Dioniso insieme, ma lei penserebbe che parlo dettato dall’amicizia, e allora non lo dico.

Come definirebbe il rock?

Il maestro Nicola Piovani Il maestro Nicola Piovani


La musica che chiamiamo rock è probabilmente inseparabile da un volume altissimo, frutto di macchinari elettroacustici che esprimono innanzitutto potenza, o pre-potenza, sonora. I suoni rock, anche se vengono da un flauto traverso o da un violino, manifestano un carattere bellicoso. Gli amici che volevano convertirmi al rock mi passavano dischi e gliene sono grato, perché mi hanno rivelato un modo di comunicare musicalmente che mi era estraneo, per mia ignoranza e forse per mia arroganza. All’epoca seguivo quasi soltanto i Beatles, che mi piacevano davvero tanto, mentre mi infastidivano i Rolling Stones.

C’è qualche band che andrebbe a vedere suonare oggi?

Nel 1971 uscì un disco che mi colpì molto: Thick as a Brick, dei Jethro Tull. Il primo febbraio del 1972 venne annunciata una loro esibizione a Roma: corsi a comprare un biglietto. Fu il primo concerto rock che vidi, le musiche del repertorio pop avevo l’abitudine di ascoltarle soltanto in disco; quel giorno andai ben contento al Palazzetto dello Sport, all’Eur, da solo, perche quando ai concerti sono solo mi concentro bene, osservo meglio. Il Palasport era stracolmo. Sto in piedi in platea, ma il volume è altissimo, fastidioso, lascio la sala, passo fra il pubblico guardandolo con un pizzico di invidia. Se la godono,mentre io sono a disagio: se non c’è un silenzio concentrato, non sono capace di immergermi. Dopo l’esperienza dei Jethro Tull al Palasport dell’Eur, mi sono ritrovato in altre circostanze simili, compreso un concerto degli amati Pink Floyd: anche allora il volume spropositatamente alto mi aveva dissuaso dal restare fino alla fine. Quello che mi succede col volume troppo alto mi succede anche col volume troppo basso, il volume della musica passiva. La musica passiva è quella musica che non ho scelto io, ma che devo sentire per forza mentre compro l’insalata al supermercato, mentre faccio fisioterapia o mentre sto sotto il trapano del dentista. Parlo di quella musica diffusa ormai in troppi ambienti pubblici, a basso volume ma comunque invadente: il cosiddetto sottofondo, la musica da parati. Oggi sono tentato di assistere a qualche esibizione dei sorprendenti Radiohead, poi, memore delle delusioni passate, milimito a farmi raccontare l’evento da mio figlio Duccio.