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Sabato, 14 Dicembre 2019

“O Capitano! Mio Capitano!” Vizi, crepe e nepotismi delle peggiori al mondo. Università: dove sono i Maestri? Una sfida partendo da Arcavàcata…

E se fosse proprio la Calabria, con tutte le sue deprivazioni storico-culturali, le sue criticità strutturali e le sue endemiche contraddizioni, l’osservatorio più indicato per considerare in un’ottica non solo locale ma anche nazionale e internazionale, gli attuali, gravissimi problemi E se fosse proprio la Calabria, con tutte le sue deprivazioni storico-culturali, le sue criticità strutturali e le sue endemiche contraddizioni, l’osservatorio più indicato per considerare in un’ottica non solo locale ma anche nazionale e internazionale, gli attuali, gravissimi problemi dell’università italiana e le sue vecchie e nuove “magagne” (per usare al plurale un termine adoperato al singolare da Antonio Labriola)?

un’immagine del film “L’attimo fuggente”  diretto da Peter Weir ed interpretato da Robin Williams. un’immagine del film “L’attimo fuggente”
diretto da Peter Weir ed interpretato da Robin Williams.


E se, raccogliendo le idee, rievocassimo senza nostalgia ma con la necessaria lucidità storica e politica e senso del limite, la temperie riformatrice da cui quasi mezzo secolo fa nacque l’Università della Calabria, con le sue Facoltà, i suoi Dipartimenti, i suoi Corsi di laurea, il suo campus, la sua civile convivenza di docenti e assistenti provenienti dalle università di varie parti dell’Italia e del mondo e di un gran numero di studenti poveri e meritevoli della regione e concentrati ad Arcavàcata, gli uni e gli altri “punta di diamante” della riforma universitaria dell’intero Paese? E se quanto a me, raccogliendo le fila dei miei meridionalismi e intendimenti universitari, cominciassi con il rileggere il suggestivo dossier predisposto di recente nel suo elaborato di laurea dalla studentessa calabrese Mariangela Aiello, dal titolo “questaCalabria 1976-1978. Dimensioni pedagogiche e universitarie” e dalla ricca e significativa documentazione di quella grande speranza rappresentata per molti miei corregionali, per l’appunto dall’Università della Calabria?


Sapienza Università di Roma

Facoltà di Medicina e Psicologia

Corso di Laurea in Scienze dell'Educazione e della Formazione

Elaborato di Laurea in Pedagogia Generale











Laureanda Mariangela Aiello Relatore Chiar.mo prof. Nicola Siciliani de Cumis
Matricola1203341 Correlatori Chiar.mi prof. Alessandro Sanzo e Corrado Veneziano

Sono le prime domande che mi sono affiorate alla mente nell’apprendere contemporaneamente da un giornale on line del Nord (“Il Gazzettino.it) e da un quotidiano meridionale (“Il Mattino”) il seguente raggelante referto: “Nessuna italiana è tra le 150 università migliori del mondo. E solo 21, contro le 146 statunitensi, nella classifica dei 500 migliori atenei del mondo, l’Academic Ranking of World Universities stilato annualmente dall’università Jao Tong di Shanghai (Cina), Bologna è la migliore, ma ben dopo il 150° posto. Per facoltà, si salvano Matematica, a Milano (76°), e fisica, a Bologna (50°). Le ragioni di questa débâcle , con lodevoli eccezioni da valorizzare, sono molteplici”. Così infatti Alessandra Graziottin, studiosa internazionalmente nota in campo sessuologico femminile e oncologico, in un articolo dal titolo “Università italiana, dove sono i maestri?”, su “Il Mattino” di lunedì 18 agosto u. s.

Ancora un’immagine del film “L’attimo fuggente”  diretto da Peter Weir ed interpretato da Robin Williams. Ancora un’immagine del film “L’attimo fuggente”
diretto da Peter Weir ed interpretato da Robin Williams.


Dove senza peli sulla lingua, in due paragrafi ricchi di spunti critici e una suggestiva conclusione nella quale tra l’altro l’autrice evoca l’indimenticabile finale di l’“Attimo fuggente” di Peter Weir, viene proposto un persuasivo elenco dei “perché” della su additata “disfatta”.
Continua infatti Graziottin: “1. – Visione dell’università come centro di potere - economico, relazionale, di ruolo e di status - e non come motore limpido e carismatico del sapere, del ricambio generazionale professionale e pensante di una nazione, del suo prestigio di fronte ai suoi stessi cittadini e al mondo (il termine università deriva dal latino ‘universum’, ‘tutto intero’, a indicare l’internazionalità del sapere fin da Medioevo, quando i primi gloriosi atenei italiani, Bologna e Padova, furono istituiti). Di conseguenza, corruzione diffusa nel metodo di selezione dei suoi ranghi. In questa corruzione strutturata e viscerale della visione universitaria si radicano: a. assenza di meritocrazia, con oltre 5.000 ricercatori dai cervelli brillanti costretti ad andare all’estero e restarci, perché al ritorno possono avere al massimo dei contratti a termine, svilenti per ruolo e avvilenti per compenso; b. concorsi pilotati: la regola, con sparute deroghe, è che tutto venga deciso prima, negli accordi fra cattedratici, indipendentemente dai curriculum presentati; c. nepotismo allargato, con atenei in cui fino a venti parenti hanno posizioni di ruolo; d. conseguente e sostanziale disinteresse alla ricerca, con pochi universitari italiani, in proporzione al numero complessivo, che pubblichino in riviste internazionali prestigiose o siano invitati come docenti nelle migliori università straniere; e. incuria per l’insegnamento, con lezioni di imbarazzante pochezza, diapositive e dati obsoleti, presentati agli studenti dall’ultimo dei ricercatori, come seccatura da sbrigare al più presto; f. conoscenza a picco, con lauree formali che non danno competenza professionale, né metodo e passione per governare con successo se stessi e la vita, oltre al lavoro”.
L’articolista continua la sua ferma e sofferta requisitoria: “Scarso interesse per l’ambiente universitario, che è fatto di persone, luoghi e metodi, da parte dello Stato. Sulle persone, basterebbe utilizzare seri criteri di efficacia per verificare l’idoneità ad insegnare. Per ogni universitario quante pubblicazioni all’anno, come primo autore, su riviste internazionali prestigiose e non corruttibili; quante lezioni fatte personalmente; aggiornamento dei dati; conoscenza dell’inglese; quanti inviti in università straniere e congressi mondiali; votazione sul metodo/valore e interesse per l’insegnamento da parte degli studenti; valutazione dei risultati da parte di una commissione europea, super partes. Chi non soddisfa i requisiti vada via, anche se è professore di ruolo; andrà a fare qualcos’altro. L’insegnamento universitario non può essere una rendita di posizione. Sui luoghi, va denunciato il degrado umiliante di molte strutture universitarie italiane, sporche, con muri scrostati, topi che corrono, manutenzione latitante: specchio impietoso del parallelo degrado dello pseudo-insegnamento che ospitano.

Il Campus dell’Università della Calabria a Cosenza. Il Campus dell’Università della Calabria a Cosenza.


Mi commuove e mi si strige il cuore quando vedo la bellezza e la cura di molte università straniere, dall’Irlanda al Canada, dalla Francia all’Australia, per non parlare dei campus statunitensi. Dove giustamente anche lo sport è onorato, in coerenza con l’antico adagio “Mens sana in corpore sano”. Si studia meglio in ambienti curati, dove corpo e mente si sviluppano in armonia. Sui metodi: se l’università va avanti per nepotismo diretto e indiretto, se la ricerca langue e l’insegnamento è una seccatura, viene meno il cuore pulsante della stessa istituzione, che in molte sedi è un malato grave.
E, come dicevo, l’intrigante conclusione antipedagigica: “Capitano, mio capitano…” dicono i ragazzi salutando in piedi il loro Maestro nell’ “Attimo fuggente”: un film che ci ha preso il cuore perché tutti abbiamo bisogno di un Maestro di vita, oltre che di conoscenza e di cultura. Gli universitari di qualità, che in Italia ci sono, riprendano la leadership di questa istituzione essenziale, per ridarle il prestigio etico e culturale delle origini. Anche a livello politico, tuttavia, urge una mossa concreta: fatti, non parole.
Fin qui Graziottin. Ma noi, noi professori della diaspora calabrese, che operiamo in un qualche Ateneo italiano, come ci sentiamo chiamati in causa? Le dure parole della collega, che cosa ci fanno pensare di nuovo, in positivo e in negativo, a vantaggio delle nostre realtà universitarie locali da cui proveniamo, che amiamo e per le quali vorremmo tutto il bene possibile? Come si traduce lo sfogo di Graziottin e tutto quello che vi sta dietro in fatto di osservazioni empiriche, di esperienza accademica nazionale e internazionale qualificata, di comportamenti universitari personali?
Quanto a me (che oltretutto faccio parte di una Facoltà di Medicina e Psicologia), per provare a rispondere a siffatti interrogativi, mi limiterei a proporre alcune sottolineature e integrazioni, che se da un lato confermano la giustezza della diagnosi del “clinico”, dall’altro lato collaborano a conferire ulteriore validità pedagogica alla cura suggerita . Un “I care”, che sintetizzerei nella elementarità del “circolo virtuoso” ricerca-didattica/didattica-ricerca, variamente riconducibile oltre che al dettato della nostra Carta costituzionale e delle attuali indicazioni UE, alle virtualità comunicative e alle auspicabili incidenze critiche e autocritiche di una sorta di buon senso universitario comune. Un “uovo di Colombo” sui generis, paradossale, che quanto più si ritarda a fare stare in piedi schiacciandolo alla base, tanto più si autoelide sulla parte alta, perdendo la sua forma, facendo evaporare e svuotandosi dei suoi contenuti.
Perfettamente d’accordo quindi, tanto per la pars destruens quanto per la pars construens, con il ragionamento “per punti”, che Graziottin è venuta inequivocabilmente a tradurre nell’indicazione di principio (torna in qualche modo in mente il vecchio Kant “morale” e del “conflitto delle facoltà”) del non servirsi mai dell’università come “mezzo” per finalità individuali e sociali diverse dalla funzione istituzionale (euristica e professionalizzante) specifica, ma del servire sempre l’università sia per ciò che concerne il “mandato” della trasmissione del sapere, sia nella prospettiva di nuove produzioni di conoscenza (grandi o piccole che siano) nei diversi ambiti scientifico-didattici “di base”.

Alessandra Graziottin Alessandra Graziottin


Una mission accademica e politico-culturale una e bina, che dovrebbe riguardare tecnicamente e deontologicamente, senza eccezioni, tutte le istanze istituzionali coinvolte: e, anzitutto, la totalità dei docenti e ciascuno studente amministrativamente in regola; per vivere e prosperare nell’effettiva collegialità degli organi di governo nelle loro distinte e tuttavia organiche funzioni; e, dunque, nella comunità universitaria nel suo insieme e nei suoi rapporti con l’esterno.
Un dover essere niente affatto liquidabile come “utopico”, ma in qualche misura già realizzato e realizzabile invece  ? anche al di là del disinteresse dei Ministri e dell’interesse elettoralistico dei Rettori  ? nella concretezza dell’operare universitario quotidiano di non pochi professori, ricercatori, studenti (ma quanti? dove? come?). Un compito universitario comunque imprescindibile che, se assolto nella “normalità” dei suoi motivi, propositi, aspetti, obiettivi, esiti immediati e/o indiretti delle attività scientifiche e didattiche individuali e sociali coinvolte, si viene a tradurre in più vantaggiosi, interessanti e disinteressati… “tassi di interesse” , sul piano della crescita della cultura generale e della capacità critica (nella direzione, se così posso esprimermi, di una “meritocrazia universitaria democratica” ovvero di una “democrazia democratica meritocratica”). Voglio dire, in altri termini, delle altissime potenzialità dell’utenza universitaria e dell’incontestabile numerosità dei nostri studenti studianti, effettivamente partecipi di insegnamenti-apprendimenti cooperativi, dell’eventuale trasparenza di procedure universitarie sperimentali, impartite/condivise lungo l’arco di diversi decenni, della scelta dei tirocini professionalizzanti e al tempo stesso coniugabili alla ricerca, della novità e della prospettiva di una università riformata “altra”, del controllo dei risultati e della durevole validità delle indagini felicemente realizzate nei dipartimenti e nei corsi di laurea e normalmente ricche di inesauribili prospettive di ricerca e didattiche.
Di qui, come accennavo, la proposta da parte mia di concrete sottolineature e integrazioni a margine dell’intervento di Graziottin: un articolo di giornale senza dubbio, ma “rara avis” nel panorama degli interventi fotocopia sui temi e i problemi dell’università, veicolati solitamente dalla nostra stampa quotidiana. Dunque:
Necessità di un’attenzione non solo occasionale ma durevolmente “sotto esame” delle informazioni di tipo analitico-comparativo sulle università italiane e straniere fornite nell’incipit dell’articolo, a proposito delle “ragioni di questa débâcle, con lodevoli eccezioni da valorizzare”.

  1. Ulteriore chiarificazione e approfondimento delle ragioni “molteplici”, che derivano anzitutto dalla “visione dell’università come centro di potere – economico, relazionale, di ruolo e di status – e non come motore limpido e carismatico del sapere, del ricambio generazionale professionale e pensante di una nazione, del suo prestigio di fronte ai suoi stessi cittadini e al mondo”.

  2. Circostanziati supplementi d’indagine, a partire dalla “rosa” di motivi “originari”, da Graziottin suggeriti sul piano terminologico e storico; e che chiamano positivamente in causa la totalità, l’interezza e quindi “l’internazionalità del sapere” e, in negativo, una sorta di alfabeto (da completare) delle principali patologie dell’attuale, radicata “corruzione strutturata e viscerale della visione universitaria”. Sante ripetizioni: a. assenza di meritocrazia; b. concorsi pilotati; c. nepotismo allargato; d. conseguente e sostanziale disinteresse alla ricerca; e. incuria per l’insegnamento; f. conoscenza a picco; g. motivazione alla didattica vicina allo zero; h. “internazionalizzazione” sostanzialmente disattesa, e a maggior ragione quando essa viene inopinatamente invocata come alibi e “copertura” di una documentabile inefficienza didattica e scientifica sul piano universitario locale e nazionale; i. disattenzione dei docenti verso le motivazioni, le ragioni e le scelte degli studenti rispetto alla “materia universitaria specifica”; l. valutazione “sommativa” e quasi sempre sommaria (superficiale, sbrigativa, arbitraria) della preparazione degli studenti; m. svalutazione delle pratiche collaborative, di laboratorio e seminariali ai fini della costruzione di un sapere e quindi di una valutazione procedurale dell’operare universitario congiunto di professori, ricercatori e studenti; n. sopravvalutazione dell’elemento utilitario degli “accreditamenti” degli esami, a danno della dimensione disinteressata della ricerca e quindi dell’intelligenza reale dei temi e dei problemi d’indagine come contenuto dell’insegnamento-apprendimento; o. “privatizzazione” degli esami con conseguente sottovalutazione della dimensione dialogica, collegiale, pubblica degli “accreditamenti”; p. arbitrarietà e opacità dei criteri adoperati nella valutazione degli studenti, come “stile di pensiero” caratterizzante la non-trasparenza dell’intero sistema delle scelte universitarie “di merito” non propriamente meritocratiche: e così negli esami, nelle sedute di laurea, come, altrimenti, nei concorsi a cattedra; q. non obbligatorietà della frequenza degli studenti, latitanza agli appuntamenti laboratoriali e scarsezza del tempo dei professori per il ricevimento-studenti, come facce della stessa medaglia negativa, anti-universitaria (anti-scientifica e anti-didattica); r. ignoranza delle pre-condizioni ambientali, linguistiche, familiari, culturali, scolastiche, sociali ecc. che pre-determinano le condizioni, l’andamento e l’efficacia degli insegnamenti e degli apprendimenti universitari nella loro specificità e nell’insieme; s. ignoranza dei contesti culturali cittadini, regionali, nazionali e internazionali in cui di colloca l’esperienza individuale e collettiva dell’apprendimento e dell’insegnamento universitario; t. ignoranza delle aspirazioni-possibilità lavorative reali verso cui si dirige l’attualità della preparazione universitaria disinteressata, direttamente e/o indirettamente finalizzata a un lavoro, di ciascuno studente; u. sfiducia verso il potenziale di intelligenza critica degli studenti; v. conseguente esaurimento del “credito”; z. sistematica ignoranza o cancellazione delle tracce oggettive dei risultati universitari in via di ipotesi positivi, replicabili, estensibili…


Conclusione “hic et nunc” provvisoria. E se partissimo invece, proprio in Calabria, ad osservare con mente libera da pregiudizi (o meschine convenienze corporative) proprio da siffatti disastrosi risultati? E se provassimo a dare un senso alla nostra vita vissuta nell’università e per l’università (nel mio caso, fin dal principio, proprio in Calabria), per l’appunto dalla descrizione circostanziata di quanto di positivamente esemplare, in differenti ambiti universitari, riuscissimo a documentare, a rendere pubblicamente noto, a proporre all’intera comunità scientifica come degno di attenzione, di discussione, di critica, di autocritica e, se possibile, di salutare, pratica appropriazione formativa? Ce la sentiamo come calabresi non immemori, fuori da ogni retorica, della nostra storia e cultura mediterranea millenaria (Pitagora, Cassiodoro, Telesio, Campanella e quanti altri indubbi Maestri degni del nome ci riuscisse di riconoscere come nostri punti di riferimento), di dibattere a ragion veduta un discorso di tal genere?