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Mercoledì, 11 Dicembre 2019

Da Roma a Catanzaro: in viaggio con Florence Noiville e Claudio Magris. “Quella sottile affinità” che scuote il mondo

Roma 10 maggio 2014. Sono in treno, in viaggio da Roma per Catanzaro. Sto rileggendo una pagina del “Corriere della sera” di alcuni giorni fa, con un dialogo tra Caudio Magris e Florence Noiville. Tema principale della conversazione, L’Attachement: l’ultimo romanzo della scrittrice, tradotto di recente in Italia col titolo Quella sottile affinità (Milano, Garzanti, 2014). Un libro, che ho acquistato poco prima di partire al Book Shop della stazione e che ora mi sta di fronte, con i suoi accattivanti impulsi editoriali: in sopracoperta una bella ragazza bionda accanto ad una candida tenda filigranata, le mani appoggiate all’intelaiatura di una finestra, lo sguardo proteso verso l’esterno su chissà quali pensieri.

La copertina dell’ultimo libro di F.  Noiville. Nella foto del primo piano “Les Amants” (Gli Amanti):  un dipinto di René Magritte del 1928. Dell’opera esistono due versioni, una è conservata presso la National Gallery of Australia,  la seconda si trova al Moma di New York . La copertina dell’ultimo libro di F. Noiville. Nella foto del primo piano “Les Amants” (Gli Amanti): un dipinto di René Magritte del 1928. Dell’opera esistono due versioni, una è conservata presso la National Gallery of Australia, la seconda si trova al Moma di New York .


Sul petto, una chiave che pende con una catenina dal collo e che forse allude al “più grande segreto” di Marie, la madre di Anna, di cui si dice nel risvolto di copertina:
Un segreto gelosamente custodito per anni. Parola dopo parola, frase dopo frase, prende forma il racconto di un amore proibito e travolgente, che mette in ombra ogni altra cosa. L’amore che Marie, quand’era solo una ragazza, ha provato per il suo insegnante di lettere. Un amore tormentato che non tutti potevano comprendere.
Ho con me l’iPad e mi viene la curiosità di sapere di più di Quella sottile affinità, di Anna e del “segreto” di Marie. In pochi secondi, con Google, sono raggiunto da una valanga di informazioni e documentazioni sulla scrittrice, sulla vita e sulle opere, sulla sua attività di giornalista. Mi soffermo su quel che nel web si dice di un’apprezzata biografia su Isaac B. Singer, di quell’“‘io’ dilaniato tra più anime”, su quello “straniero in genere” (come Singer amava definirsi), che si interroga e che sollecita ad interrogarlo, con l’Ecclesiaste: “Del riso ho detto: è follia; e la gioia a che serve?”.
Gli rispondo mentalmente a modo mio, ripensando al Makarenko che ricordo con gioia a memoria:
“A dire il vero, l’uomo non puòvivere se non vede davanti a sé qualcosa di piacevole da raggiungere. Il vero stimolo della vita umana è la gioia del domani. Nella tecnica pedagogica questa gioia del domani è il principale mezzo di lavoro, che nello stesso tempo prende due direzioni. La prima consiste in quella stessa gioia, nella scelta delle sue forme e manifestazioni esteriori. La seconda consiste in una regolare, tenace trasformazione delle espressioni più elementari della gioia in quelle più complesse e umanamente più significative. Si forma così una linea interessante: dalla soddisfazione primitiva dello zuccherino al più profondo senso del dovere”.
Continuo a cercare in internet. In numerosi link trovo una quantità di notizie sul precedente romanzo di Noiville La donazione, “o piuttosto il dono”, con “le sue varianti: l’abbandono, il dono, il perdono”. Qualche anno fa, ha pubblicato un pamphlet dal titolo Ho studiato economia e me ne pento, che contiene tra l’altro un capitolo su Muhammad Yunus, la Banca dei poveri, il microcredito e la rivoluzione del social business”.
E che consiste in un’aspra requisitoria sulle business schools e sui loro disastri umani in fatto di “capitalismo eticamente sostenibile”, sui danni irreversibili da esse prodotti alla “crescita della capacità critica” e del “senso di responsabilità individuale e sociale”.
Leggiucchio quindi qualcosa su ciò che di Noiville mi arriva sulla “interiorizzazione” e sulla “divulgazione” della mitologia greca, di cui in Quella sottile affinità scorgo la prova proprio al centro del romanzo (alle pagine 77-79). Ma mi impongo di non allontanarmi dal mio obiettivo d’indagine; e rimando di soffermarmi su ciò che il web potrebbe regalarmi sull’autrice, a proposito dei suoi numerosi libri per ragazzi. O sulla scuola, sull’’università e le loro “finalità”… Mi concentro invece su quel che riesco a trovare su L’Attachement/Quella sottile affinità. E mi viene incontro questa “recensione”: “Anna dopo l’improvvisa morte della madre ritrova una lunga lettera che quest’ultima scrisse al suo primo amore. Una lettera rispecchiante un attaccamento (titolo originale del romanzo) che legarono la giovane Marie ad H., uomo maturo. Una differenza di età che inquieta la giovane Anna perché le parla di una madre diversa, le narra un grande amore, la induce a volerne sapere di più. Ilritratto di sua madre si svela così a poco a poco attraverso le parole e i ricordi degli amici fino all’incontro finale con una verità sconvolgente. Un romanzo denso ricco di riferimenti letterari e dalla scrittura scarna e incisiva per raccontare l’essenza dell’amore, quello che inseguiamo per natura e che forse troviamo una sola volta nella vita”.
Una storia d’amore  ? me ne rendo conto solo adesso  ?  di cui sulla copertina del libro si offre telegraficamente una sintesi con un “twitterìo” di meno di cento battute:

Il primo battito del cuore.
Una lettera d’amore mai spedita.
La sottile affinità tra due anime.

Un “cinguettio“, che si sviluppa quindi nel giudizio di “Le Monde” impresso sul giallo di una sottile fascetta editoriale. Giudizio poi riprodotto con un’aggiunta, in quarta di copertina:

La scrittrice Florence Noiville ha presentato IL suo nuovo libro (Quella sottile affinità, ed. Garzanti) in occasione delle Giornate romane della francofonia presso l’ Ambasciata di Francia in Italia. La scrittrice Florence Noiville ha presentato il suo nuovo libro (Quella sottile affinità, ed. Garzanti) in occasione delle Giornate romane della francofonia presso l’ Ambasciata di Francia in Italia.


“Un romanzo meraviglioso che si interroga sul legame eterno che esiste tra l’amore e la scrittura. Tra le mille manifestazioni di quel sentimento e il tentativo della letteratura di coglierle, farle proprie e rubarle al destino” (“Le Monde”).
A ruota, altri due impegnativi pareri. Il primo: “La penna poetica di Florence Noiville sa come penetrare nel cuore del lettore. Un dialogo oltre il tempo tra una madre e una figlia in cui frase dopo frase, frammento dopo frammento, si cerca l’essenza del primo amore” (“Le Figaro Magazine”). Il secondo:
“Delicato, sensibile, intenso. Il toccante racconto di una donna che fa i conti con il passato e con un’emozione che non conosce confini” (“Elle”).
Rientro nel libro con l’intenzione di leggerlo sistematicamente, dal principio alla fine. A p. 7, in epigrafe, una breve e categorica citazione dai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes:
“Tutto ciò che è anacronistico è osceno”. Una frase emblematica che capisco e non capisco del tutto e che traduco nell’interrogativo: ma che cosa avrà voluto dire davvero Barthes con quelle parole? E Noiville: perché Noiville le ha ritenute tanto importanti da farsene una bandiera? Non ho dubbi sul fatto che l’apparente linearità dell’aforisma, possa essere una spia dell’evidente complessità di Quella sottile affinità.
Leggo infatti l’incipit del romanzo e faccio la conoscenza di Marie, della sua personalità dialogica, frammentata, plurima, contraddittoria, interrogativa:
Quante persone ho in me? Avverti anche tu questa sensazione di sbriciolamento? Di tanti “io” scombinati che si spiano l’un l’altro senza capirsi? Un io che parla e uno che scrive; un io che ama e uno che ragiona, un io che si entusiasma e uno che dubita. C’è in me qualcuno che agisce e qualcuno che si guarda agire. Il secondo dice al primo: “Perché hai fatto questo? Perché l’hai fatto?”.
Con l’iPad trovo qualcosa di interessante: da un servizio giornalistico sulla scrittrice, apprendo che verso la fine del suo precedente romanzo tradotto in Italiano, La donazione, c’è una chiara anticipazione dell’esordio di Quella sottile affinità. Come se i due romanzi fossero letterariamente, tecnicamente, l’uno la continuazione dell’altro. Come se la Marie di L’Attachement trovasse nella “mia madre” del capitolo Il dono, il perdono di La donazione una primo abbozzo per così dire “teorico”, una sorta di propedeutica della caratterizzazione del “Sé” del medesimo personaggio:
“Se l’uomo fosse uno, non soffrirebbe mai.” Mia madre non era una, ma due. Giano dalla “doppia scienza”, quella del passato e quella del futuro, divinità delle porte che si aprono e si chiudono  ? e che spesso sbattevano a casa nostra, sotto l’effetto delle sue collere improvvise o delle correnti d’aria che lei detestava.
Donna duale, astenica e sovreccitata, catatonica e superpotente, inibita e creativa. Insomma bicefala, bipolare come il malessere che ci aveva trasmesso, a mia sorella e a me, come se tutto procedesse a due a due, ma guarda.
Vado avanti nella lettura di Quella sottile affinità, ma i miei pensieri ritornano alle battute dell’esordio dell’articolo di Magris sul “Corriere”; si avvitano alla domanda rivelatrice degli intenti di un po’ tutto il romanzo; studiano gli aggettivi che sinteticamente lo definiscono:
“Cosa succede dentro di noi quando ci attacchiamo a un essere al quale non avremmo mai dovuto avvicinarci?”. È una delle frasi quasi iniziali di un romanzo laconico, struggente e spietato che entra in queste profondità dell’Io investite dalla passione, Quella sottile affinità di Florence Noiville, già nota in Italia per il suo precedente romanzo La donazione, anch’esso tradotto con asciutta intensità da Doriana Comerlati.
La donazione - copertina libroA mia volta, mentre continuo a leggere il libro evidentemente alla luce degli stimoli della conversazione tra Magris e Noiville, provo a tradurre le possibili dimensioni etico-conoscitive che me ne derivano personalmente, nella soggettività di un diverso stato d’animo e delle differenti mie finalità critiche, letterarie, pedagogiche, politico-sociali. Ritrovo quindi nell’interrogativo di Marie, a pagina 10, il tema dell’Attachement, della “forza dell’attrazione” (e del suo contrario): “Cosa succede dentro di noi quando ci attacchiamo a un essere al quale non avremmo mai dovuto avvicinarci?”
Me ne allontano. Rifletto sul mio “Io viaggiante” in un treno pressoché deserto. E finisco col divagare sul mio rapporto con la Calabria, con Catanzaro, la città dove sono nato e vissuto per tanto tempo e dove non vivo più da oltre trent’anni… Ma continuo nella lettura del libro e nella rilettura della pagina del “Corriere”. Credo di rassomigliare non poco alla “madre”, Marie. E rovesciando le regole del gioco, mi interrogo a mia volta: cosa succede dentro di noi quando ci “stacchiamo” da un essere dal quale non avremmo mai dovuto “allontanarci”?
Un quesito, che mi si rovescia addosso in una specie di libertà condizionata: un po’ accostandosi al racconto di Quella sottile affinità, un po’ discostandosene in un andirivieni di domande e risposte, che ora affiorano come creste d’onda ora affondano come sassi in imprevedibili scantonamenti subacquei.
Dal finestrino del treno in corsa, cerco di “acchiappare” in tralice il Mare Tirreno, che appare e scompare al di là delle gallerie.
Sono assorbito nella lettura e non gli sto molto appresso. Prendo appunti sull’iPad… Parole, visioni, fantasie mi si mescolano in una matassa di sensazioni, emozioni, ipotesi, tutte da mettere in qualche modo alla prova nella scrittura. Coesisto fin d’ora con le cose che mi rimarranno presumibilmente oscure, per sempre. Capisco Noiville quando, discorrendo con Magris di Quella sottile affinità, riafferma un criterio che per altro a Magris è caro:
“Scrivo sempre per spiegare a me stessa qualcosa che non comprendo. H.  ? il personaggio maschile  ? è al cuore della ricerca di Marie e di Anna, ma non appare mai. È vero che i miei personaggi sono tutte donne. D’altronde mi sento vicina agli scrittori che hanno descritto le pieghe segrete della psiche femminile: James, Woolf, Singer, Sarraute… Quanto a dire perché gli uomini sono assenti è un’altra cosa; un mistero al quale dovrei forse dedicare un romanzo”.
Rivado ad alcuni dettagli di contesto che, emergendo dalla pagina del “Corriere della sera”, rivengono in primo piano in un’altra luce, a cominciare dal Magritte di “Gli Amanti”, in diretta dal Metropolitan Museum of Art di New York. Mi faccio sempre più persuaso nello stesso tempo della complessità della materia del romanzo di Noiville e della ipercomplessità dell’Attachement collettivo che, pur nei limiti di una lettura appena avviata, mi pare sensibilmente di attingere all’esterno del romanzo. Eppure, scorrendone le pagine, mi sembra di scorgervi una mini-enciclopedia autobiografica (ma non solo), con “voci” di letteratura, filosofia, storia, arti plastiche, economia, pedagogia, scienze naturali, neuroscienze, psichiatria, musica, cinema ecc.
Getto ancora uno sguardo d’insieme all’articolo del “Corriere”: Il titolo: Le parole (senza età) dell’amore. I sommari: “Invaghirsi di un professore per interrogarsi sul proprio destino”. “Passato. Untempo anche nell’economia s’intrecciavano i sentimenti morali, con più guadagno per la comprensione della vita”. “Presente. Le business school più qualificate del mondo ‘formattano’ i loro studenti senza inculcare alcuno spirito di capacità critica”...

Roland Barthes (Frammenti di un discorso amoroso):  “Tutto ciò che è anacronistico è osceno”. Roland Barthes (Frammenti di un discorso amoroso): “Tutto ciò che è anacronistico è osceno”.


Il Dialogo tra Magris e Noiville stimola, consente, “vuole” oggettivamente anche altri dialoghi: tra gli stessi due scrittori, tra i lettori, sia del giornale sia del libro; tra quanti, in un modo o nell’altro, avranno modo di sintonizzarsi con il flusso delle idee a monte e a valle dell’esperienza dialogica proposta. Felice allora di stare sperimentando in questo tragitto dal giornale al libro, dal libro al giornale, dal libro al libro e dal giornale al giornale (con il supporto dell’iPad), proprio L’Attachement di Quella sottile affinità. Felice, quindi, di ritrovare ancóra, nell’unicità di un significante senza alcun accento tonico ancora (impossibile da pronunciare), la “rosa” dei significati di un’àncora, come attacco, attaccamento, attraccosottile affinità.
Per capacitarmene, mi danno una mano le pagine 29 e 30 del romanzo, nelle quali una Marie (“Arendt”) racconta della fine del suo amore per il vecchio amante H. (“Heidegger”): “Heidegger. Mi trascinavi su strade che non portavano da nessuna parte?
È quello che tutti si affannano a ripetermi.
Ma non è stato così. Ne sono “uscita”, come si dice.
In totale saremmo rimasti “insieme” per sette anni.
Sette anni. Insieme. Attaccati”. Ma non è così. Per me la Calabria è stata ed è tutta, o quasi tutta un’àncora. E un ancòra. Mi sono trasferito a Roma che avevo quasi quarant’anni. Eppure non ho smesso di restarci, in Calabria. Non ho smesso di amarla e di non amarla, e di alimentare, in ogni caso, il mio Attachement. Anche se con il tempo, standole lontano e al di là di ogni retorica, ho maturato la persuasione di mantenere il mio luogo d’origine e il suo Genius loci sempre più “attaccati” ame, coltivando in senso positivo la flessibilità del rapporto tra distanza fisica e vicinanza interiore.
“Non mi piace questa parola, attaccamento”, mi ha detto un’amica di recente. Mi ha citato Il lupo e il cane. L’osservazione del lupo costernato: “Sei attaccato? Non puoi correre dove ti piace?”. Per lei, la relazione amorosa mal si concilia con legacci, corde, guinzagli, collari… La mia amica intende il verbo “attaccare” nel senso di fissare, incollare, pinzare, incatenare…
A me invece questa parola, “attaccamento”, piace. Vi si insinua la tenerezza. Anche la stima.
“Tu, H., eri come un punto fisso, un punto di “attacco”, o di “attracco”. Potevo muovermi, andarmene, viaggiare, tornare, allontanarmi da te, fors’anche farfalleggiare… tu c’eri, mi aspettavi”.
La Calabria, Catanzaro. Ancóra la mia àncora, ancóra. Ancora (pronunziala, se sei capace!): né carne né pesce. Le difficoltà, le impossibilità che, nella vita, mi hanno sempre paradossalmente “facilitato” in tutto quello che posso forse avere fatto di buono e certamente di non buono. La Calabria, la mia florida bambinaia, la mia arida nutrix. Fin dalla nascita. E ancora oggi. La Calabria-Heidegger:

Nicola Siciliani de Cumis è ordinario di pedagogia generale alla “Sapienza”: “…E finisco col divagare sul mio rapporto con la Calabria, con Catanzaro, la città dove sono nato e vissuto per tanto tempo e dove non vivo più da oltre trent’anni…”  Nicola Siciliani de Cumis è ordinario di pedagogia generale alla “Sapienza”: “…E finisco col divagare sul mio rapporto con la Calabria, con Catanzaro, la città dove sono nato e vissuto per tanto tempo e dove non vivo più da oltre trent’anni…”


“Rammento che ci pensavo fin dall’inizio del nostro incontro. Ero perfettamente cosciente che, un giorno, qualcosa fra te e me si sarebbe allentato. Però non ci vedevo staccati. Volevo che l’attacco/attracco resistesse. Come una garanzia. Una prova che mi ero sbagliata. Era anche un modo di dire agli altri: vedete che tutto questo andava oltre una semplice relazione amorosa. Siamo rimasti “molto attaccati l’uno all’altra per sette anni”! […] Ero sicura che ai loro occhi questa costanza ci avrebbe salvati. Che lo spessore di tempo li avrebbe indotti all’ammirazione: alla gente normale piacciono i numeri”.
Catanzaro, 21 aprile 2014. I numeri. Le statistiche. La Calabria delle statistiche... La Calabria dei contadini e quella dei miei intellettuali “storici” (Pitagora, Cassiodoro, Telesio, Campanella, Mattia Preti, Salfi, Fiorentino, Tocco, Acri, Padula, Luigi Siciliani, Alvaro, Filippo De Nobili, Strati, De Seta… i primi, non tra i viventi, che mi vengono in mente e di cui ho avuto una qualche esperienza). La Calabria della biodiversità colturale e quella delle differenze culturali. La Calabria delle fiabe popolari, di Italo Calvino, e quella delle esperienze del microcredito (di Vincenzo Colosimo e della sua Cassa Agraria). La Calabria della divisione sociale del lavoro e quella delle mani e delle voci dei calabresi. Le voci e le mani. Mi attraggono e mi distraggono infatti, alla pagina 43 di Quella sottile affinità, le “mani” e, alla pagina 44, la “voce” del “dinosauro” innamorato (l’anziano professore) e riamato da Marie (di tanti anni più giovane di lui). Mi commuovono le “mani parole” che la “sfiorano”, le “mani-suoni” che le “volteggiano intorno” e che rappresentano l’occasione di indimenticabili “momenti di ebbrezza”, di una “confusione deliziosa”, di un bel “corpo” di donna “in ascolto”.
Mi eccita la musica che di tanto in tanto si mostra e non si mostra dentro e tra le righe di questa scrittrice e della sua bergmaniana Sinfonia d’autunno.
Ricorro ancora una volta all’iPad, perché sento l’esigenza di interrogare le opere di Noiville sul tema delle mani. Di interrogarle in assenza. Cerco, provo, insisto nell’indagare nei particolari, nei dettagli. La mia determinazione mi allontana dal testo, ma mi avvicina al contesto. In un sito di cui non saprei riferire nulla trovo questo brano di La donazione. Un brano assolutamente chiarificatore (nel capitolo Portami il tuo amore), sulla visita in una clinica psichiatrica, a Chambord:
“Abbiamo fatto il giro del castello. Nell’orangerie c’era una mostra di fotografie scattate dai pazienti sul tema delle mani. Mano che lavora a maglia, mano con la sigaretta, mani giunte in preghiera, mano rattrappita attorno a una tazza di caffè, mani strette sulle braccia incrociate del loro proprietario: tutte quelle mani solitarie afferravano qualcosa.
E quelle dita contratte, dalle falangi ricurve, si sarebbe voluto scioglierle una a una per farle distendere piano piano, affinché quelle mani si lasciassero andare a essere semplicemente delle mani. Mani tranquille e che si danno. Mani che pesanoil peso di una mano.”
Non so staccarmi dalla pagina 44. Guardo il mare dal finestrino del treno in corsa. Vedo il Tirreno, che non è più il Tirreno, ma è il mare Egeo, che fa da padrone qui: “La tua voce è liquida. Quando leggi l’Odissea in greco, l’incontro con Nausicaa dalle bianche spalle, torna quella sensazione. Faccio il morto nel mare Egeo”.

Eva e Charlotte in Sinfonia d'autunno, un film del 1978 diretto da Ingmar Bergman. Eva e Charlotte in Sinfonia d'autunno, un film del 1978 diretto da Ingmar Bergman.


Ma ecco, alla pagina 45, il tema più importante dell’indagine di Anna, la figlia alterego della madre deuteragonista: “Ormai non penso ad altro. Ritrovare quest’uomo”. E si spiega: “ Ho frugato dappertutto nella stanza azzurra. A parte questa lettera [la lettera lasciata da Marie e ritrovata da Anna, che innesca la storia] non c’è niente che evochi H. Non una parola, non una fotografia. Mia madre ha fatto piazza pulita di tutto”. “Ma perché ritrovare H.? Ritrovare H. Non per conoscere lui […] No.  lei il punto. Quando stavano insieme, mia madre aveva esattamente la mia età. Ho bisogno di lui perché mi racconti di lei. Voglio sapere tutto di lei, farla oggetto di un pedinamento postumo. Desideri, dubbi, dispiaceri, angosce. Come si sono incontrati e che genere di innamorata era. Le cose che gli diceva all’orecchio quand’era tra le sue braccia, E come rideva. E come si abbandonava. Questa indagine su di lei, ne sono certa, mi parlerà di me. In fondo, noi due ci siamo soltanto incrociate. Ignoro chi fosse lei veramente. Ma lui, H., “sarà ancora vivo?”. Grazie tante per quest’affascinante “gioco” del dubbio, grazie delle domande senza risposta. E delle infinite “sottili affinità” tra “sentimento” e “ragione”, tra “qualità” e “quantità”. Dunque, tra lo “strutturale” e il “sovrastrutturale”, dove sembra concentrarsi il punto “centrale” del Dialogo Magris-Noiville: “ Claudio Magris  ? In una bellissima pagina della tua Donazione, il mondo del diritto, dell’economia e della formalità giuridica del passaggio dei beni diviene una possente metafora della vita, della morte e dell’estraneità fra gli esseri umani.
Ma un tuo libro s’intitola Ho studiato economia e me ne pento e si riferisce ai tuoi studi e al tuo lavoro precedente nel mondo dell’impresa e della finanza. Non credo ci sia nulla di cui pentirsi nello studio dell’Economia, una delle chiavi per cogliere la realtà e la sua assurda, affascinante e crudele Babele. Condivido in pieno il rifiuto dell’attuale orrido economicismo universale che interpreta tutto in termini quantitativi, che fa del denaro la misura del mondo e sta rovinando il mondo.
Ma l’economia è una miniera di avventure umane, di passioni, errori, battaglie, come dimostra tanta grande letteratura. In un bellissimo saggio, Dare e avere, Margaret Atwood ha dimostrato come il debito sia una delle origini del romanzo. L’economia s’intreccia ai sentimenti morali, come dice il titolo di un’opera del padre dell’economia moderna, Adam Smith  ? che ho letto, insieme a Ricardo, Marx e altri  ? con più guadagno per la comprensione della vita, della sua carnalità e del suo senso e non senso, che non le opere di tanti lacaniani, post-heideggeriani, esangui lambiccati letterati più che scrittori e filosofi…Florence Noiville  ? Il titolo del libro in francese è J’ai fait HEC et je m’en excuse. Non è l’economia che io critico, ma le business schools, il loro modo di “formattare” gli studenti senza inculcar loro alcuno spirito critico. Alla HEC, la “prima business school d’Europa”, dove ho fatto i miei studi, si continua a insegnare oggi la finanza come se non ci fosse stata la crisi del 2008. Per questo libro, sono andata nel Bangladesh per vedere Yunus e studiare i meccanismi del cosiddetto “social business”. Ciò che mi interessava era l’idea che qualcuno come Yunus potesse un giorno alzarsi e dire: “Farò una banca per i poveri”; uno al quale tutti dicevano che era pazzo, perché i poveri non sono solvibili, ma che ha perseguito la sua idea dimostrando che funziona, che si può invertire il paradigma e pensare al di fuori dello schema.

Lo scrittore triestino Claudio Magris. Lo scrittore triestino Claudio Magris.


E non è questa la cosa più rilevante, in economia come in arte? Ciò di cui si ha più bisogno?”
Penso a Yunus. Al Yunus di Noiville. Al Yunus della Sapienza Università di Roma, negli ultimi quattordici anni… Sull’iPad cerco e trovo testi narrativi, interviste, annotazioni riguardanti l’attenzione riservata dall’autrice di Ho studiato economia e me ne pento a Yunus (così nell’11° capitolo di questo saggio, dal titolo Colloquio con il professor Y.). Una chicca: in 44 secondi, mi arrivano da Google ben 110.000 risultati da selezionare, alla richiesta di informazioni sulla combinazione tematica “Neiville Yunus Università”… Ripenso ai molti anni che con i miei studenti abbiamo letto e riletto il Poema pedagogico e Il banchiere dei poveri, per occuparci di micro-macrocredito in rapporto al tema della fiducia in educazione. E cioè, in prima battuta e in ultima analisi, in relazione al problema della disabilità sociale che si fa risorsa per tutti e del macrocredito veicolato dal microcredito, in forza dell’altissimo ma non irraggiungibile presupposto del “prestito senza garanzia” (tra coltura e cultura, tra economia e letteratura, tra pedagogia e antipedagogia). Della pura e semplice “fiducia nelle potenzialità degli esseri umani” (per dirla con Vygotskij: degli “stadi prossimali dello sviluppo”). Ha scritto infatti Yunus nell’esordio di Il banchiere dei poveri, un testo su cui tutti gli uomini, maschi e femmine, dovremmo ragionare non frettolosamente, almeno una volta nella vita: “Grameen [l’esperienza della banca rurale in Bangladesh e in innumerevoli luoghi del mondo] mi ha insegnato due cose. Primo, la nostra conoscenza delle persone e dei modiin cui esse interagiscono è ancora molto inadeguata, secondo, ogni persona è estremamente importante. Ciascuno di noi ha un potenziale illimitato, e può influenzare la vita degli altri all’interno delle comunità e delle nazioni, nei limiti e oltre i limiti della propria esistenza. In ognuno di noi si cela molto più di quanto finora si sia avuto la possibilità di esplorare. Fino a che non creeremo un contesto che ci permetta di scoprire la vastità del nostro potenziale, non potremo sapere quali siano queste risorse”.
E altrove, offrendoci makarenkianamente su un piatto d’argento alcuni punti fermi, non negoziabili, sul tema della riforma della scuola e dell’università: “Questa tecnica di immaginare un mondo futuro a misura dei nostri desideri brilla anche per la sua assenza nei programmi del nostro sistema educativo. Prepariamo i giovani al lavoro e alla carriera ma non facciamo nulla per insegnare loro a pensare, come singoli individui, a come dovrebbe essere il mondo che desiderano, è un esercizio che meriterebbe un corso specifico in ogni scuola superiore e in ogni università. Si potrebbe chiedere a ogni studente di compilare la sua lista dei desideri e poi spiegare al resto della classe perché desidera quelle cose, e ci sarà chi è d’accordo con lui, chi propone qualcosa di meglio, chi non è d’accordo. Poi lo studente dovrebbe discutere in che modo pensa di realizzare quel mondo di sogni, quale potrebbe essere il suo contributo personale, quali gli ostacoli, le alleanze, le organizzazioni, i concetti, i sistemi, i programmi necessari per avviare effettivamente l’azione.

Muhammad Yunus (“il banchiere dei poveri”). Economista, ha ideato e  realizzato il  microcredito moderno:  un sistema di piccoli prestiti destinati ad imprenditori troppo poveri per ottenere credito. Muhammad Yunus (“il banchiere dei poveri”). Economista, ha ideato e realizzato il microcredito moderno: un sistema di piccoli prestiti destinati ad imprenditori troppo poveri per ottenere credito.


Il corso sarebbe appassionante, ma soprattutto sarebbe un ottimo viatico per il vero viaggio della vita”.
La Calabria e H. La Calabria, che talvolta è per me, incredibilmente, come quelle “persone che hanno contato tanto per noi” e che “possono svanire così facilmente”, “perdersi nel mondo”, così che “non si sappia nemmeno se sono vive o morte” (pagina 47). Chi o che cosa mi “riattaccherà” alla Calabria? (pagina 48). L’amore, forse, le cui parole chiave sono “attaccamento”, “emozione”, “abbraccio infantile”? (pagine 56 e 57). La nostalgia di un qualche “passato”, la forza e la vitalità del “presente”, la forza della “prospettiva”? Tutto e niente di tutto questo. Vado avanti nella lettura di Quella sottile affinità: “ Ho annullato il passato. Non mi proietto nel futuro. Per la prima volta vivo nel presente senza sperare né aspettarmi niente […]. Voglio solo stare nell’amorosa quiete delle tue braccia, dove sono al tempo stesso grande e piccola (ibidem). Freud pensava che nel corso della nostra vita reinventiamo i ricordi. Un’intuizione che è confermata dalle neuroscienze. Ciò che rammentiamo non è il ricordo originale, ma quello che era l’ultima volta che ce ne siamo ricordati. La memoria è un atto d’immaginazione. Noi ricreiamo il passato.
Per sognare meglio il futuro? (pagina 129). Avevo una tale paura del distacco. Ma non si riduceva a nient’altro che questo? Lasciare l’uomo della mia vita per l’uomo della mia vita era stato così facile! Bastava lasciarsi trascinare. La forza dell’attrazione era la stessa. L’ho riconosciuta immediatamente (pagina 142). Caro H., sai dirmi cosa diventa il primo amore? La traccia che lascia è unica? Cammina furtivamente dentro di noi? Si reincarna? Dove va? (ibidem)”. E io: che fine ha fatto la “gioia del domani”, l’amore del “primo amore”? Con la Calabria, con Catanzaro, mi ritorna in mente l’Ecclesiaste dell’epigrafe al libro di Noiville su Singer. Mi sovviene Makarenko e il suo Poema pedagogico, romanzo della gioia del domani e del senso di responsabilità/corresponsabilità... Dramma lungimirante delle massime contraddizioni del suo e del nostro tempo, ben al di là di qualsiasi edificazione ideologica (edificazione inesistente nel Poema, tutto il contrario se mai), e della stessa idea elementare di gioia del domani, di prospettiva e, dunque, di accumulazione originaria della pedagogia socialista. Ne rivivo il dramma: “ E la bellezza di un individuo consiste nel suo atteggiamento verso la prospettiva. Se egli si accontenta della sua sola prospettiva individuale, egli è tanto più scialbo, ordinario e a volte perfino disgustoso. Quanto più è ampio il collettivo, le cui prospettive il singolo fa proprie, tanto più questi appare bello e degno. Di qui, soggiungerei, l’effettiva novità formativa delle affinità elettive e delle sottigliezze trans-generazionali dei sentimenti e dei pensieri, messi in scena in Quella sottile affinità, anche alla luce delle indagini storico-umane svolte in passato e che s’intravedono per il futuro. E, intanto, in presenza delle riflessioni dialogiche di Noiville e di Magris, sull’interferenza creativa dei debiti e dei crediti reciproci in economia e in letteratura; sull’ipotetica valorizzazione interumana del “microcredito” (finanziario) e del “macrocredito” (etico-pedagogico), in rapporto alle pur laceranti interiorizzazioni e corroboranti esteriorizzazioni dell’”ego”. Della “meme”, del “personcino”. Tutte cose che, nell’insieme, raccontano la storia di Eros, figlio di Ricchezza (Pòros) e Povertà (Penìa). Magnificano l’avventura degli apprendimenti “adulti” e degli insegnamenti “bambini” della paidèia, delle disinteressate forbitezze culturali dell’ápeiron e delle asprezze utilitarie del banausico… Di arte meccanica o manuale; che punta all'utile. Dal greco: banausikós, artigiano (in senso limitativo). Una spiegazione tra le altre possibili, questa, da un noto sito internet [http://unaparolaalgiorno.it/significato/B/banausico]:
Parola praticamente inutilizzata: eppure individua il proprio specialissimo significato in maniera splendida, insostituibile. Quindi esploriamo un po’ come è che si può usare.

“Ratatouille”.  Anton Ego: “Lo sa cosa vorrei tanto?  Un po’ di prospettiva. Ecco gradirei della prospettiva fresca,  chiara e ben condita…” “Ratatouille”. Anton Ego: “Lo sa cosa vorrei tanto? Un po’ di prospettiva. Ecco gradirei della prospettiva fresca, chiara e ben condita…”


La discussa espressione artistica dei graffiti eseguiti sui muri spruzzando attraverso degli stencil è eminentemente banausica  ? essendo questi graffiti riprodotti in pratica con un normografo; sarà purtroppo per lo più banausica anche l'arte del vestire, compressa nelle condotte forzate delle mode e degli stili tipici; banausico è pure il mestiere dell’orchestrale che esaurisca la propria inclinazione musicale nel ripetere, diretto, partiture altrui: non è arte, ma artigianato  ? più affine al mobiliere di etica banausica che conti la maggiorazione delle finiture in legno serpente che al compositore genitore di emozioni. È quindi una parola con amplissimi risvolti di giudizio morale: al di là della normografia e della riproducibilità, segna l'orticello dell'idiota, la sua morale che con le ali tarpate non supera l’utile, un lavoro delle mani che, seppur necessario, non ha niente da spartire con quello delle mani esperte del muratore erettore di case sacre o del pianista fertile che inventa e scova. Questo il motivo, forse, per cui nella narrativa, nella saggistica e nel giornalismo di Noiville (e di Magris, facendo certo attenzione ai necessari distinguo), compaiono in forme diverse ma con finalità compatibili, le ragioni dell’infanzia degli “uomini muti”, del “mondo sordo e assordante”, della “scrittura dei piccoli” ecc. Permeabilità e impermeabilità di limitrofi modi di sentire e di essere. Costruzioni dialogiche “altre”. Maieutiche composite, nero su bianco e bianco su nero, affidate spesso e volentieri alla loquacità della reticenza, alle trasparenti segretezze delle uscite di sicurezza. Alla grande politica. Purché passi da qui. Comprensibili allora le concomitanti ragioni dei “due emisferi celebrali” chiamati in causa da Noiville e i condivisibili interrogativi su “formattazione” dell'intelligenza (per la pars destruens) e sviluppo della “capacità critica” (per la pars construens). Vale forse la pena ripetersi: “ E non è questa la cosa più rilevante, in economia come in arte? Ciò di cui si ha più bisogno?” Non riesco a “staccarmi” da questi due interrogativi non soltanto “retorici”. Attingo in entrambi alla coesistenza di due “Io”, quello dell’economia e quello dell’arte; e la mediazione di un terzo “Io”: quello del giornalista. Di un quarto “Io”: quello dell’educatore. Di un quinto e supremo “Io”: quello del politico, che sia tale. Ragiono sul valore delle “scienze della natura” e delle “scienze della cultura”, in relazione a determinati ambiti disciplinari e rifletto quindi sul “tenore” di possibili ibridazioni interdisciplinari.
E, ancora con riferimento al Dialogo Magris-Noiville, mi chiedo se e quanto la scrittura di ciascuno risenta, o meno, delle rispettive competenze e interferenze disciplinari, dagli “statuti epistemologici” eletti a indicatori di direzione: di psicologia, neurobiologia, farmacia, botanica, neuroscienze, economia, diritto, arte, musica, cinema (nel caso di Noiville); filologia, germanistica, linguistica, storiografia e critica letteraria, filosofia, antropologia, teatro, politica (nel caso di Magris). Ma c’è dell’altro. Quale il rapporto di “sottile affinità” tra il passato e il futuro del “mio capitano” e il futuro e il passato del su citato “bellissimo saggio, Dare e avere, [di] Margaret Atwood” (secondo Magris)? C’è, in altri termini, un qualche “noi” (non un plurale maiestatis, ma la reale pluralità di intenti di cui è costituito l’Io singolare), tale da fare attecchire lo stile di pensiero sbocciato nell’incontro tra il professore e la ex studentessa “pentita” frequentatrice delle business school d’una volta? Un “Io reale e ideale”, tanto più rassomigliante forse, a quel nuovo nuovissimo “Io” dello straordinario Anton Ego di Ratatouille, quanto più “sottilmente affine” al “noi” reale del Makarenko della prospettiva e, nondimeno, del Yunus esploratore delle incommensurabili ricchezze del potenziale critico di tutti gli esseri umani, nessuno escluso. Ego:” Lo sa cosa vorrei tanto? Un po’ di prospettiva. Ecco gradirei della prospettiva fresca, chiara e ben condita… Ci sono occasioni in cui un critico rischia davvero: ad esempio, nello scoprire e difendere il nuovo. Il mondo è spesso avverso ai nuovi talenti e alle nuove creazioni. Al nuovo servono sostenitori. Ieri sera mi sono imbattuto in qualcosa di nuovo: un pasto straordinario di provenienza assolutamente imprevedibile. Affermare che sia la cena sia il suo artefice abbiano messo in crisi le mie convinzioni sull’alta cucina è, a dir poco, riduttivo: hanno scosso le fondamenta stesse del mio essere. In passato non ho fatto mistero del mio sdegno per il famoso motto dello chef Gusteau: “chiunque può cucinare”. Ma ora, soltanto ora, comprendo appieno ciò che egli intendesse dire: non tutti possono diventare dei grandi artisti, ma un grande artista può celarsi in chiunque”. Sono in treno, in viaggio da Catanzaro per Roma. Non vedo l’ora di ritornare al mio lavoro con gli studenti, domani. Ma la Calabria già mi manca. A Roma rileggerò Quella sottile affinità, mi procurerò l’originale francese e i libri che non ho dell’autrice. Appena arrivato a Termini comprerò “Le Monde”. Con un po’ di fortuna, potrei magari trovarci un articolo sull’università, sulla scuola o un racconto per bambini, firmato Florence Noiville.