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Domenica, 16 Giugno 2019

Angelo Angelastro, "Mondi miei". Uno sguardo sulla folle complessità del mondo

Un antico veliero solca il mare. Sullo sfondo lo skyline della più famosa città del mondo, New York. Un cielo plumbeo incombe su La Grande Mela. Il mare è calmo, solo lievemente increspato. Si avverte un senso di tensione. Non Un antico veliero solca il mare. Sullo sfondo lo skyline della più famosa città del mondo, New York. Un cielo plumbeo incombe su La Grande Mela. Il mare è calmo, solo lievemente increspato. Si avverte un senso di tensione. Non solo tra vecchio (il veliero, nitido, color legno, in primo piano ma sul margine) e nuovo (i grattacieli, sfumati, nebbiosi, quasi impercettibili, sullo sfondo). E’ come se una tempesta imminente incombesse sulla modernità. E’ la foto di copertina del libro di Angelo Angelastro dal titolo “Mondi miei” recentemente pubblicato da Bolis Edizioni (pp. 109, € 18,00).
Angelastro è un noto caporedattore del TG1. E’ stato inviato speciale in vari paesi del mondo, tra la fine degli anni settanta e gli anni novanta. Cura oggi per il TG1 la rubrica “Persone”.
Il libro raccoglie un centinaio di scatti fotografici effettuati dall’autore durante le sue peregrinazioni giornalistiche in Cina, Giappone, Irlanda, Marocco, Tunisia, Turchia, U.S.A., Germania, Cuba, Russia, Francia, Cecoslovacchia etc. Le foto ritraggono paesaggi naturali, paesaggi urbani, luoghi, persone, volti. Le immagini sono intercalate da brevi testi dell’autore. Che però non sono didascalie, ma narrazioni, piccoli racconti, flashback, scritti a posteriori, sul filo del ricordo.
Conclude il libro una conversazione con Gianni Berengo Gardin, il più importante tra i fotogiornalisti italiani.
La sensazione che si prova, sfogliando il libro, è quella di trovarsi di fronte al non detto, all’indicibile del giornalismo televisivo, che pure l’autore praticava contemporaneamente nei paesi ritratti.

Angelo Angelastro


E’ come se, finito il suo lavoro, Angelastro tornasse in quegli stessi luoghi con uno sguardo non più condizionato dalla brevità e dalla fretta della notizia, dai ritmi frenetici dell’informazione, per divenire intimo con loro, per osservare con calma, in solitudine e silenzio, per riflettere, sentirsi partecipe, commuoversi, per scoprirne, infine, lo spirito, il genius loci, come lui stesso suggerisce nella breve introduzione. Ed il titolo, "Mondi miei" è esattamente come se l’autore volesse dire: "io appartengo a più mondi; tutti questi mondi mi appartengono". Un senso di appartenenza reciproca, con un significato profondamente culturale, sentimentale, artistico.
Il libro è solo in apparenza un libro fotografico. I testi sono essenziali. Fanno da contrappunto allo svolgersi della galleria fotografica, come una raccolta di minuscole narrazioni, di racconti brevissimi. Ecco, i testi di "Mondi miei" ci dicono in modo esplicito - e poetico - che Angelastro non è un giornalista globe trotter, non è uno che inanella servizi e viaggi come stesse infilzando delle prede da esporre imbalsamate nella propria casa-museo.

Cina 1998
Forse tradirò le ambizioni del Dragone
Ho caldo, molto caldo: per ora è questa la mia unica sensazione. Lo so, Pechino non è solo una città molto afosa d’estate, è anche terribilmente inquinata, atrocemente moderna. È una città senza qualcosa di fondamentale. E non è facile capire qual è la lacuna. Poi, all’improvviso, realizzi che l’assenza di luoghi in cui inginocchiarsi e prestare fede è il suo grande vuoto. Lo so, ci sarà tanto da fare, molto presto. Ma per ora ho solo caldo, molto caldo.


Angelastro non è un viaggiatore spassionato. E’ coinvolto. E' partecipe. Così partecipe da immedesimarsi a volte nel personaggio ritratto nella foto ed a farlo parlare attraverso se stesso. Come a pagina 49, in un brano che sta a commento di una foto in cui un giovane capellone tenta di dialogo impossibile con una anziana donna imperturbabile. O come a pagina 52, in un altro brano che sta sotto la foto di un bimbo che chiede l'elemosina suonando la fisarmonica per strada in Russia e che è un po' il simbolo dell'occidentalizzazione del mondo anzi dell'occidentalizzazione di tutte le miserie del mondo. O come a pagina 28, dove, in uno scatto rubato da un buco nella recinzione di un orfanotrofio in Marocco, un ragazzo sta in terra, umiliato da una veste di costrizione, subendo lo sguardo spietato di un inserviente. O come a pagina 66, in un altro brano che sta accanto al viso quasi inespressivo, direi autistico di un bimbo cinese, a simboleggiare la desacralizzazione delle moderne società urbanizzate ed economicistiche. Intuizione che fu già di Ernesto de Martino e di Pier Paolo Pasolini.
E poi c’è la cifra poetica dei testi, bene evidente, ad esempio, nel brano che chiude il libro prima dell'intervista con Berengo Gardin.

Germania 1980
Elvis nel mio cuore tedesco Amburgo è gelida. E ilsuo porto non appare meno spettrale se una piccola colonia di gabbiani urlanti infrange il silenzio e la noia. Normale che il sogno di una vita appena un po’ glamour rischi di apparire effimero. L’America del rock and roll è lontana. Lontani anche i tempi tedeschi dei FabFour…


La cosa molto curiosa è che il brano è sulla pagina destra mentre sulla pagina sinistra non vi è nessuna foto ma uno spazio grigio. E’ come se l’autore abbia voluto lasciare all'immaginazione del lettore, alla fine della carrellata fotografica, di riprodurre mentalmente un'immagine che lui deve aver scattato ma che fisicamente non c'è. Come a dire: ora prova ad immaginare! Ed infatti chi legge immagina perfettamente. E' la prevalenza della letteratura su qualunque altra forma d'arte.
Fin qui l'aspetto letterario del libro. Ora parliamo, brevemente, invece, di quello fotografico. In un libro come questo, in un ibrido come questo, che unisce due forme d'arte differenti, la fotografia e la parola, si produce una sorta di tensione narrativa, nella quale l'immagine non può fare a meno della parola e viceversa. Così come i testi sono dei flashback narrativi (descrizioni, dialoghi, racconti, sensazioni), anche le foto lo sono, in egual misura. Per cui vediamo ritratti di persone, come quella del vecchio marocchino o della donna marocchina o degli sposi russi e giapponesi, paesaggi naturali, come quello di una spiaggia irlandese o quelle del deserto tunisino, paesaggi urbani come le foto sugli Stati Uniti, paesaggi "umani" come le foto irlandesi o quelle di Cuba. Un linguaggio fotografico, dunque, estremamente variegato e composito, che non si limita a mostrarci un aspetto della realtà ma che quella realtà ci svela sotto le sue varie sfaccettature.
Ma, cosa colpisce davvero dei contenuti del libro? Quali sensazioni prova il lettore? Quali riflessioni è portato a fare sfogliandolo?

Irlanda 1982


Innanzitutto si avverte che il libro è un ricamo, un ordito, una sorta di rosario, i cui grani sono i testi e le foto ma tutti collegati fra loro da un filo. E questo filo, questa trama, è esattamente il coinvolgimento emotivo dell'autore, il quale fa suoi i mondi che visita e li lega stretti nella sua memoria, restituendoci l'operazione interiore che ha fatto per anni, nella materializzazione che è il libro, appunto. Un libro che non è giornalismo ma arte e letteratura, non è informazione ma emozione, non è notizia ma cultura. E ricorda quel che diceva Thomas Eliot: "Dov'è la Vita che abbiamo perso con la vita? Dov'è la saggezza che abbiamo perso con la conoscenza? Dov'è la conoscenza che abbiamo perso con l'informazione?"
In secondo luogo si prova sconcerto, se non paura. Perché il libro ci mostra la folle complessità del mondo (o dei mondi) in cui viviamo. C’è la bellezza accanto alla bruttezza, la povertà accanto all'ingordigia, la tradizione accanto alla omologazione. C'è, soprattutto, in quelle facce di uomini e donne, una grande disperazione, anche laddove accennano ad un sorriso. Ed è la disperazione di chi sta perdendo, man mano, la pietà, la compassione, l'umanità. Quei volti, dalla donna marocchina, ai giocatori d'azzardo americani, alle ragazze russe, ai cinesi, ai giapponesi, ai cubani, paiono avere sguardi disperati.

Stati Uniti 1978
Un veliero nello skyline Perché non segnalare questa immagine al City Council di San Francisco? Lo skyline della città è sufficientemente nebbioso per apparire intrigante. Il veliero in primo piano può sembrare un rinvio alla nobile storia che ha ruotato intorno al Golden Gate. Ma siamo davvero sicuri che un’oleografia renda giustizia alla città più felicemente trasgressiva del mondo?


Gli sguardi di chi viene investito da una bufera di cui non conosce l'origine, le fattezze. Tutti i protagonisti dei mondi di Angelastro non sono (non siamo) altro che delle creature inermi di fronte alla forza devastante dei poteri immani che governano veramente il mondo, che possono mettere in ginocchio da un giorno all'altro interi paesi, che possono far fallire o salvar banche, che possono condizionare le vite di ciascuno di noi, che possono produrre morti, profughi, poveri, diseredati a milioni. “Mondi miei” fa percepire la spietatezza della modernità.
Infine, si avverte un senso di declino ineluttabile. Che è poi il declino dell'umanità di cui parlava già nel 1983 Konrad Lorenz in un suo famoso libro. E questo senso di declino si materializza innanzitutto nella desacralizzazione del mondo, Un mondo che ha perso il senso del limite, il senso della misura, che era proprio delle civiltà antiche. Non dimentichiamo che nella Grecia classica il peccato capitale era la hybris, la tracotanza, l'insolenza, il volersi fare uguale a Dio. L'uomo moderno, con la crescita esponenziale della tecnica crede di potersi fare uguale a Dio, vive nella folle illusione della dismisura.
Ecco, “Mondi miei” racconta, con un profondo senso poetico, con una rara cifra artistica, quel che l’Umanità sta perdendo in termini di umanità, quel che l’uomo sta dissipando nel suo delirio di onnipotenza.