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Venerdì, 23 Agosto 2019

La forma estroflessa del colore. Una grande retrospettiva di Agostino Bonalumi al MARCA

C'è sempre un'età dell'oro dell'arte contemporanea, un'era del cinghiale bianco nella quale gli incontri cruciali avvengono per caso e la lampadina-idea sembra illuminarsi da sola. Sarebbe avvenuto, per esempio, nel 1958 in una imprecisata trattoria di Milano, immaginiamo sui Navigli C'è sempre un'età dell'oro dell'arte contemporanea, un'era del cinghiale bianco nella quale gli incontri cruciali avvengono per caso e la lampadina-idea sembra illuminarsi da sola. Sarebbe avvenuto, per esempio, nel 1958 in una imprecisata trattoria di Milano, immaginiamo sui Navigli - ma è solo un comodo topos letterario -,

l'incontro fortuito tra i due freschi sodali Agostino Bonalumi e Pietro Manzoni e un anonimo e solitario mangiatore di spaghetti che, avendo udito i primi due arrovellarsi su una via milanese all'avanguardia, si dichiarava, da artista, disponibile al cimento. Era Enrico Castellani, e con i primi due avrebbe fondato, da lì a poco, Azimuth, rivista movimento di sperimentazioni visive, pittoriche e concettuali, pretesto di intervento più che testo di riferimento, come d'altra parte confermato dalla sua breve vita, due anni tra il ‘59 e il ‘60: appena il tempo perché le differenze sottili ma sostanziali tra i tre ne decretassero la cessazione.
A rivelare questi e altri episodi biografici di Bonalumi è stato il figlio Fabrizio presente alla inaugurazione, al Marca di Catanzaro, della prima personale italiana dell'artista dopo la sua scomparsa del settembre 2013, appena due mesi prima dell'apertura della mostra londinese alla galleria Robilant+Voena, allestita per segnare il ritorno dell'artista milanese sulla scena  londinese, crocevia mondiale del ricco mercato dell'arte contemporanea.
Agostino Bonalumi è artista rigoroso nel senso più vero e pieno del termine. Nulla della sua produzione matura fuoriesce dalla dimensione del progetto, dal porsi preventivamente il problema di come portare a compimento l'idea di base. Il che equivale a conferire una dimensione etica al lavoro dell'artista, prerogativa non sempre ottemperata in taluni esponenti del firmamento artistico mainstream, che in virtù della benemerenza  della propria "firma" acquisita in precedenza talvolta eccedono in rappresentazioni più edonistiche che estetiche.

Di questo rigore programmatorio c'è eco nell'inedito di Bonalumi che ha aperto le pagine culturali del Corriere della Sera giovedì 20 febbraio, due giorni prima della inaugurazione della mostra catanzarese, a implicita dimostrazione della grande importanza dell'evento. Il piccolo e prezioso saggio, che il quotidiano ha intitolato significativamente "Ogni cosa è arte se sfugge alla banalità", oltre a mostrare una profondità di analisi teorica sorprendente, contiene spunti controcorrente riguardo a certe installazioni che, esempio, nel riproporre un dito medio alzato verso le profondità del cielo, non sono altro che "copia dal vero di pressapochistica accademia".
Come rifuggire dalla mera rappresentazione senza scadere nell’aleatorio dell'informale è uno dei punti su cui si cimenta da subito la ricerca artistica di Bonalumi, influenzata certo, e in modo diretto, dal dirompente spazialismo di Fontana, con il suo andare oltre l'oggetto d'arte. Con Bonalumi l'opera vive di vita propria e si fa rappresentazione di sé, tanto da indurre Gillo Dorfless a coniare per essa, in pieno clima concettuale, la definizione originale di "arte oggettuale". Intuizione fondamentale è l'estroflessione: la tela aggetta nello spazio verso l'osservatore, ha un uso spessore, una sua corporeità, una sua ragion di essere in quanto quadro, manufatto, oggetto/soggetto.

Elementi necessari e tra loro interagenti sono la materia, la luce, il colore. I materiali che Bonalumi utilizza nell'arco della sua ultradecennale produzione sono diversi, assoggettati a una ricerca che tende a dare sempre maggiore plasticità alle opere. Dai primi esperimentidella metà degli anni cinquanta, che molto richiamano l'arte povera nell'utilizzo della quotidiana esuberanza del consumo, si passa, decennio dopo decennio, dalla tela al canvas al cirè, particolare ipertessuto elastico e resistente che Bonalumi importa da un produttivo soggiorno negli Stati Uniti. Senza trascurare per le produzioni tridimensionali il bronzo, il vetro e la vetroresina, come la grande scultura Rosso del 1969 presente in mostra. La luce conferisce a ogni opera la simultaneità e unicità dell'esperienza artistica, attribuendo una cifra, mai definita in termini assoluti, alla ricezione individuale del gioco d'ombra, dello sfumato, del chiaroscuro. Il colore, infine, è esso stesso contemporaneamente sostanza e forma, anzi forma che si fa sostanza, conferendo all'opera identità vera e tracciabilità archivistica, essendo le opere tutte denominate secondo colore e anno di creazione. Anche la tecnica delle estroflessioni subisce evoluzioni temporali: si passa dalle tasche di tele cucite con puro approccio artigianale e riempite a posteriori con gommapiuma, alle cèntine di legno o di acciaio che conferiscono struttura architettonica e scultorea al substrato pittorico.

Le formalità espressive mutano nei decenni che si susseguono, dai sessanta a dopo gli anni zero, potendosi individuare fasi successive di linearità assoluta, di rotondità ombelicali, di morbide giustapposizioni geometriche - come nello straordinario Rosso e Nero del 1968 proveniente dal Mart di Rovereto -, di complicazione del segno - come nel grande Giallo scelto per manifesto della mostra - e, viceversa, di estrema sua rarefazione nelle ultime espressioni dalle suggestioni metafisiche.
In sintesi, si può tranquillamente affermare che insiste in Bonalumi una delle più alte espressioni artistiche della contemporaneità. Ma quello che in un certo senso sorprende è la sensazione di trovarsi davanti a un autore che ha volutamente ricercato una dimensione classica del suo proporsi, determinando, attraverso l'abbinamento del colore dalla pastosità rinascimentale al rigore euclideo delle forme, l'empatica adesione del visitatore oltre che la soddisfatta ammirazione del collezionista.