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Venerdì, 23 Agosto 2019

Caro Franciscus, Santità: che ne dici del misterioso gesuita Joan Antonio Cumis? Da Catanzaro alle Ande…

Una lettera inviata a  Papa Francesco da Nicola Siciliani de Cumis (ordinario di Pedagogia generale alla “Sapienza”) anche lui nato a Catanzaro come il gesuita missionario in Perù  Jac-Joan Antonio Cumis (1537-1618) di cui il professore chiede notizie a Papa Una lettera inviata a  Papa Francesco da Nicola Siciliani de Cumis (ordinario di Pedagogia generale alla “Sapienza”) anche lui nato a Catanzaro come il gesuita missionario in Perù  Jac-Joan Antonio Cumis (1537-1618) di cui il professore chiede notizie a Papa Joerge Bergoglio.

Papa Bergoglio. Nella foto del primo piano un’immagine del film Mission (The Mission) del 1986 diretto da Roland Joffé (Robert De Niro è Rodrigo Mendoza) vincitore della Palma d'oro al 39º Festival di Cannes. Padre Gabriel è interpretato da Jeremy Irons


Il gesuita, discendente da una antica e nobile famiglia di Catanzaro di origine francese - i Cumis - era entrato nell'Ordine dei Gesuiti in età avanzata, nel 1588, avendo già passato la cinquantina e, per sua volontà, era stato destinato in Perù dov’è morto nel 1599.  Da Catanzaro verso le Indie: viaggio di sola andata. La storia straordinaria di un uomo, religioso e missionario in Perù, diventata preziosa ed inserita in “Carte di famiglia” (La Sapienza, Roma, nel sito www.archividifamiglia.it). Un uomo  lontano nel tempo, ma spiritualmente vicino oggi. Un gesuita “perfetto”, che cerca e trova le sue “Indie”, allontanandosi dal suo luogo d’origine, la Calabria, soprannominata “India”. Un uomo di fede, che difende la propria fede dagli “infedeli” con le loro stesse armi di “fedeli” e “cristiani anonimi” di “rahneriana memoria” (da K. Rahner). Un mediatore culturale, traduttore e trasmettitore nel Nuovo Mondo di una lingua in estinzione.
Tra i tanti interrogativi posti nella lettera:  quali notizie potevano arrivare nella Catanzaro del Cinquecento dei viaggi da poco intrapresi nel Nuovo Mondo, di quelli in specie di padri e fratelli religiosi partiti già in tanti, e quindi chissà se da emulare? Perché decidere di raggiungere proprio quell' "India" lontana da Catanzaro più di 11160 chilometri, 6931.6 miglia e 6027 miglia nautiche e che, per arrivarci, avrebbe richiesto una lunga navigazione, restrizioni incredibili della propria libertà fisica e l'altissimo rischio di lasciarci la vita? Quanto e come era entrata, in tutto questo, proprio Catanzaro, la Calabria "impulso nativo" che i forestieri chiamavano per l'appunto "India”? Perché Cumis, finalmente raggiunto il Perù dopo molte traversie, vorrebbe mettersi  nuovamente in viaggio per la Cina? Dal canto suo, il professor Siciliani de Cumis spiega l’interesse “precisamente pedagogico” verso il gesuita catanzarese che è sbocciato in un luogo accademico come la Sapienza Università di Roma, “così vicino così lontano dal Collegio Romano”.

Ecco la prima parte della lettera inviata dal professor Nicola Siciliani de Cumis a Papa Francesco il 28 febbraio

Una lettera di Joan Anton Cumis, da Catanzaro, 21 marzo 1880


“Caro Franciscus, Santità, perché parlartene proprio io, di JAC/Joan Antonio Cumis[1], nato a Catanzaro nel 1537, gesuita, missionario in Perù dal 1599 al 1618, quand’è morto a Lima? Un gesuita calabrese, contemporaneo  di Galieo Galilei e di Roberto Bellarmino, e del matematico, cartografo e sinologo maceratese Matteo Ricci, gesuita anche lui, missionario in Cina nel 1582, di dodici anni più giovane di Cumis, ma scomparso otto anni prima nel 1610?
Da dove incominciare a dirtene, Francesco, visto che della vita di fratello Antonio si sanno solo poche cose, anche se  ?  quelle  note   ?  sono tutte umanamente importanti e    ?   quelle immaginabili  ?   tanto più  da scoprire, quanto più largamente avvolte in spesse coltri d’ignoranza? Comincerei dalla fine: dalle parole, cioè, con cui JAC,  prossimo a morire pure lui come il Saggio peruviano di cui raccoglie e trasmette i segreti sulla lingua quechua, riepiloga con chiarezza l’ultimo episodio di cui si abbia memoria  della sua avventurosa vita di uomo di fede e di missionario gesuita in Perù.

Scrive JAC in proposito:

Io mi son sentito molto onorato di queste profonde confidenze e gliene chiesi il motivo. Il vecchio Saggio mi spiegò che, sentendosi vicino alla morte, pronto cioè a ritornare là donde viene la Creazione, riteneva grave offesa alla sua nobile Stirpe non offrirle una possibilità di riscatto, dopo aver visto il genocidio commesso dai Conquistadores e da molti Preti cattolici. Egli mi fece intendere, quasi avesse ispirazioni di profeta, che l’illustrissima stirpe dei Peruviani stava per essere cancellata dalla faccia della terra. Perciò, commosso e onorato, sono andato trascrivendo questa storia. L’ho trascritta in due giorni del mese di aprile dell’anno Domini MD (…).[2]

L’emblema dei Gesuiti


La “storia” tramandata da Cumis è, come ti dicevo, quella relativa ai “segreti” della decifrazione dei quipu, da JAC redatta sotto la dettatura del nobile Saggio morente, che la custodiva e che intendeva confidargliela, affinché Cumis la trasmettesse a sua volta non segretamente al mondo.

 Una trasmissione interculturale di fatti e di idee di straordinaria rilevanza “scientifica” e di “senso comune” (direbbero John Dewey e Antonio Gramsci), che verrà poi completata dal gesuita Joan Anello Oliva (futuro Generale dell’Ordine); e che ripropone, tra l’altro, alcune domande su Cumis: perché proprio lui, Joan Antonio, venuto al mondo in una delle periferie più recondite, di nobile famiglia, cagionevole di salute e di scarsa cultura, decide nel 1588, a cinquant’anni compiuti, di entrare come fratello coadjutor nella Compagnia di Gesù e di farsi destinare alle “Indie”, periferia delle periferie?
Più precisamente: quali notizie potevano arrivare nella Catanzaro del Cinquecento dei viaggi da poco intrapresi nel Nuovo Mondo, di quelli in specie di padri e fratelli religiosi partiti già in tanti, e quindi chissà se da emulare?Perché decidere di raggiungere proprio quell’”India“ lontana da Catanzaro più di 11160 chilometri, 6931.6 miglia e 6027 miglia nautiche e che, per arrivarci, avrebbe richiesto una lunga navigazione, restrizioni incredibili della propria libertà fisica e l’altissimo rischio di lasciarci la vita? Quanto e come era entrata, in tutto questo, proprio Catanzaro, la Calabria “impulso nativo” che i forestieri chiamavano per l’appunto “India”, sulla falsariga del forse più eclatante caso di serendipity geografica della storia (non l’arrivo di Colombo in India, ma la scoperta dell’America), e per sottolinearne la respingente, inaccessibile selvatichezza? Perché Cumis, finalmente raggiunto il Perù dopo molte traversie, viene a desiderare di mettersi nuovamente in viaggio per la Cina[3]?
Ma ecco una sintesi della vita di Joan Anton Cumis, che ne rivela la singolare figura di uomo di fede, le tardive motivazioni ad entrare nell’Ordine dei Gesuiti, il timbro peculiare della sua vocazione missionaria e la trasparente esemplarità della propria devozione[4]:

La sua vocazione, dicesi dal Beatillo[5], ch’ebbe origine dalle feste solenni fatte in Catanzaro nel 1583, allorché furono ritrovati i corpi de’ Santi Fortunato Vescovo di Todi, ed Ireneo Vescovo di Lione. La divozione in tal contingenza dimostrata da’ Cittadini, gli fece della impressione non ordinaria: si diede ad una vita piena di spirito, e sotto la protezione de’ due Santi presi per Avvocati si avanzò sempre più nel desiderio di diventar perfetto: l’anno appresso sentissi un veemente impulso ad abbracciare la Compagnia, ma l’imperizia di lettere gli vietava l’entrare per Sacerdote, e la nobiltà del sangue gli faceva parer duro l’entrare per Coadjutore. Si attenne ad una via di mezzo, e fu ammesso per indifferente. Dopo il Noviziato da se stesso rinunziò agli studj, e per qualche riguardo a lui dovuto, impiegato venne in uffizj di minor fatica: ma egli, che rivolto si era a Dio con pienezza di cuore, si protestò di non volere distinzione alcuna; il perché studiandosi di esser più tosto tenuto da men degli altri, fece istanza di esercitar l’uffizio di cuoco, e lo esercitò per due anni nel Collegio di Cosenza. Di là richiamato a Napoli prestamente si pose in viaggio per mare; ma scostatosi il legno poche leghe da terra, fu preda de’ Corsari Turchi, i quali insieme co’ naviganti lo guidarono in Algieri. Questa grande disgrazia poco, o nulla pose in agitazione l’animo del Fratello Antonio; e la [sic] dove i suoi compagni caddero in malinconia e abbattimento profondo, egli ritenne sempre in molta calma gli affetti: allo sbarcar che fecero nel Porto Turchesco, trovossi presente un Mercatante Veneziano, il quale al veder tutti gli altri oppressi dal duolo, e lui solo in sembiante sereno, gli dimandò di sua condizione, e del motivo di tanta imperturbabilità: e quanto alla prima, rispose di essere Religioso non Sacerdote della Compagnia di Gesù. Quanto al secondo; non è Dio, soggiunse che regge il Mondo, ed ogni cosa per nostro bene? Che cosa dunque cerchiam di vantaggio? Se egli mi vuole Schiavo de’ Turchi, lo farò volentieri, anche per un milione di Secoli. Ammirò  tanta virtù il Mercatante, e di presente entrò in trattato di riscattarlo dalle mani de’ Barbari: sborsato il prezzo, lo ebbe libero, e seco menollo nel ritorno, che fece in Venezia, donde tornò a Napoli, benedicendo Dio della particolar protezione sperimentata in sì duro frangente. Dopo alcun tempo mosso da carità verso de’ suoi compagni, ammassò gran danaro procurato in buona parte da’ suoi parenti, e chiese di tornare in Algieri compagno del P. Giulio Mancinelli, il qual, come pocanzi si disse, bene spesso vi si portava a conforto ed ajuto degli schiavi: giunse al luogo prefisso, e quanti più potette liberò dalla schiavitù. Restituitosi al Regno, visse per due anni nel Collegio di Salerno; e chiesta in fine la licenza di passare in America, la ottenne nel 1599. Fin qui c’informano i MSS. Le restanti notizie sono scarse e confuse; poiche [sic] da una lettera scritta da lui medesimo dal Quito del Perù, altro non si ricava, senonche [sic] dopo la dimora fatta in quella Città per lo spazio di 8 mesi, era in procinto di partire per Sant’Iago del Chile, affine di ajutare due nostri Missionarj Spagnuoli destinati a fondare una nuova Cristianità nelle parti interiori del Regno. La relazione poi venuta in Europa nel 1621, siccome si stende molto a descriver la vita e la morte del P. Carlo d’Orta, così loda in breve la divozione, l’attività, e lo zelo del Fratello Antonio Cumis, che dice morto nella Città di Lima a 29 di Agosto: aggiugne solo, che per lo spazio d’anni 18 era vivuto in America con fama di esemplarissimo Religioso, ed aveva molto giovato non meno alla fondazione di alcuni nostri Collegi, che alla riduzione di molti Gentili.


Il testo integrale della lettera è scaricabile al seguente link:


 Nicola Siciliani de Cumis