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Martedì, 20 Novembre 2018

Cosa Nostra Social Club: una guida all’ascolto delle inquietanti canzoni “criminali”

“Cosa Nostra Social Club. Mafia, malavita e musica in Italia”: un saggio di Goffredo Plastino (il Saggiatore, pag 224, 16 euro). I neomelodici sono davvero “il cancro di Napoli” e delle altre regioni meridionali in cui imperversano le canzoni di “Cosa Nostra Social Club. Mafia, malavita e musica in Italia”: un saggio di Goffredo Plastino (il Saggiatore, pag 224, 16 euro). I neomelodici sono davvero “il cancro di Napoli” e delle altre regioni meridionali in cui imperversano le canzoni di (o sulla) mafia?

Copertina di una musicassetta calabrese con canzoni sulla vita di Giuseppe Musolino


Cosa fare allora delle canzoni di malavita calabresi e di quelle neomelodiche napoletane? Spiega Plastino, docente di Etnomusicologia alla Newcastle University (uno dei tanti calabresi che impiegano il talento all’estero)  e presidente della International Association for the Study of Popular Music: “Magari potrebbe essere più interessante e utile  ascoltarle anche come modalità di messa in scena di avvenimenti drammatici, o come momenti di una riflessione individuale e collettiva sulle regole o sull’adozione della violenza in determinate aree del Paese; oppure come discorsi sul rischio elaborati all’interno di specifici  generi narrativi e musicali. Insomma come nuovi documenti sociali che riguardano alcuni ‘attributi del sentire mafioso’, come diceva Sciascia, come ‘momenti della poesia e dell’arte popolare’ e popular; o come esempi della circolazione e del successo transnazionali di repertori marginali, di successo proprio perché marginali”.

Può spiegare innanzitutto la scelta del titolo e del sottotitolo: “Mafia, malavita e musica in Italia”?

Nel libro considero e analizzo le rappresentazioni musicali della malavita e della mafia a partire dall’opera verista di fine Ottocento, poi nella popular music, nel rock progressivo, nel cosiddetto “canto popolare” siciliano, calabrese e napoletano, e le reazioni di sdegno nei riguardi di questi repertori. Il titolo è una citazione diretta da alcune recensioni dei canti di malavita calabresi pubblicate all’estero: è anche un modo per chiarire che per comprendere alcune produzioni locali bisogna osservarle da lontano, cioè allontanandosi dalle solite interpretazioni.

Nel saggio propone un  circostanziato excursus di polemiche, in cui sono rimasti impigliati tra i tantissimi  anche Giuliano Amato da ministro dell’Interno e Fabrizio  De Andrè dopo un memorabile concerto a Roccella Ionica. Vuole sintetizzare le tesi in campo circa la valutazione delle canzoni di malavita?

Le valutazioni sono quasi sempre negative, e si ripetono più o meno uguali da oltre cento anni. All’inizio del Novecento le ballate su Giuseppe Musolino erano considerate dai benpensanti inorriditi come delle “audacie mafiose”, una “scuola di incubazione della camorra”: praticamente le stesse parole rivolte ai nostri giorni nei confronti di alcuni repertori calabresi e napoletani. Si tratta di espressioni che allora come oggi segnalano l’emergenza e la diffusione di un panico morale che, come spiego nel libro, viene prodotto ogni volta che in Italia una musica “marginale” o “criminale” è proposta e ha successo. Il panico morale poi cambia oggetto nel corso del tempo, e così adesso quelle ballate non fanno più paura e vengono eseguite liberamente, anzi la figura del pluriomicida Musolino è considerata con simpatia. Le valutazioni standard, storicamente ricorrenti, sono soprattutto due: la pima, essenzialmente elitaria e classista, è che questi repertori sono esempi di una musica “plebea” e “volgare”; l’altra è che servono a educare i giovani alla criminalità, diffondendo valori mafiosi.
Sul punto concordo con Erri De Luca il quale, commentando l’auspicio di Amato di una scomparsa dei neomelodici da Napoli, ha osservato: “Ma davvero qualcuno crede che si diventi camorristi ascoltando i brani dei neomelodici? Davvero vogliamo prestar fede a una stupidaggine del genere? Le canzoni hanno un’influenza molto relativa sulla vita delle persone e sicuramente non ne determinano il futuro. Vanno prese per quel che sono, senza immaginare che abbiano chissà quale importanza nell’educazione dei ragazzi”.


In un memorabile concerto (14 agosto 1998) al festival jazz Rumori Mediterranei di Roccella Jonica una frase di De Andrè su mafia e disoccupazione scatena un’ampia polemica


Non c’è quindi mai stata una percezione positiva di questi repertori, un apprezzamento da parte dei contemporanei e non semmai a posteriori?

C’è sempre stato e c’è in Italia un pubblico ampio che ascolta e queste canzoni, un pubblico che in genere viene criminalizzato tanto quanto i musicisti e i cantanti che le eseguono. Si è sostenuto, ad esempio, che chi compra le musicassette di malavita in Calabria faccia parte di una cosiddetta “zona grigia”. Si tratta di un’inferenza illogica, come se dal contenuto di un qualsiasi prodotto culturale, musicale o di altro tipo, sia possibile determinarne a priori l’uso, o il modo di essere e di pensare di chi lo usa. Alcuni repertori in passato, dopo un’iniziale rifiuto, hanno goduto di un successo nazionale e duraturo: le canzoni di mala di Ornella Vanoni vennero censurate inizialmente dalla Rai, alla fine degli anni Cinquanta, ma ormai sono considerate innocue; comunque, si trattava di invenzioni di Strehler, Fo, Carpi e altri. Negli anni Settanta, in un periodo di grande successo anche commerciale della musica folk, le canzoni di malavita erano considerate positivamente, un elemento della controcultura politica: ad esempio nel 1978 Tito Saffioti sottolineava nellasua Enciclopedia della canzone popolare che “i canti di carcere — ma spesso la definizione comprende anche i canti di mafia o di malavita — rappresentano una parte rilevante della cultura proletaria, probabilmente perché il carcere è un’istituzione destinata in prevalenza proprio alla cultura subalterna”.

Una delle obiezioni che vengono sollevate nei confronti di questi repertori musicali riguarda i riferimenti alla violenza criminale, che secondo i critici sembra essere in qualche modo giustificata e addirittura incoraggiata...

Sarebbe sbagliato sottovalutare il fatto che l’ascolto di canzoni che descrivono la violenza possa turbare, anche profondamente, alcuni ascoltatori. Allo stesso tempo è opportuno considerare che le rappresentazioni cantate del crimine, organizzato o meno, sono tanto antiche quanto il crimine e possono essere narrativamente crudeli. Ci sono fogli volanti dei primi anni del Novecento, con testi e melodie eseguite da musicisti di strada, che descrivono stragi di bambini compiute dalla “mano nera” in Calabria (a testimonianza ulteriore, se mai ce ne fosse bisogno, che questa infamia c’è sempre stata): la narrazione obbedisce ovviamente allo stile dell’epoca, ma l’impatto sul lettore è ancora adesso molto forte. Questi fogli volanti, inoltre, includevano xilografie molto esplicite dei fatti di sangue, paragonabili senz’altro alle copertine delle musicassette e dei cd che si possono comprare oggi. Più in generale è evidente che in Italia siamo ormai disposti ad accettare rappresentazioni cinematografiche, televisive, fotografiche e letterarie della violenza senza particolari problemi, e soprattutto senza criminalizzare i loro autori. La stessa disponibilità non c’è nei riguardi delle rappresentazioni musicali: un po’ perché viene generalmente adoperata e volgarizzata una “dottrina dell’ethos”, attraverso la quale si ribadisce acriticamente che la musica può influenzare negativamente i desideri e i comportamenti umani; un po’ perché è stato adottato in Italia, soprattutto nel ventennio berlusconiano, un atteggiamento puritano di tipo anglosassone che vede in alcuni repertori musicali un pericolo per le “basi morali” della società.


Erri De Luca, a proposito dei neomelodici, ha osservato: “Ma davvero qualcuno crede che si diventi camorristi ascoltando i brani dei neomelodici? Davvero vogliamo prestar fede a una stupidaggine del genere? Le canzoni hanno Un’influenza molto relativa sulla vita delle persone e sicuramente non ne determinano il futuro. Vanno prese per quel che sono, senza immaginare che abbiano chissà quale importanza nell’educazione dei ragazzi”.


Negli anni Ottanta il Senato degli Stati Uniti si occupò del “culto della violenza” nei dischi di Frank Zappa, Prince e Madonna; poi il panico morale si è rivolto nei confronti del gangsta rap afroamericano; adesso è il nostro turno.

La mafia non canta, al contrario fa affari e spara,  pensa al business dell’eroina come dimostra anche l’inchiesta congiunta Fbi, Squadra mobile e Direzione distrettuale antimafia per stroncare il patto tra ‘ndrangheta e mafiosi americani. Che rapporto c’è, secondo lei, tra i mafiosi e la musica?

I mafiosi ascoltano ciò che ascoltiamo noi. L’idea che sia possibile circoscrivere generi e repertori musicali sulla base di categorie come “i mafiosi”, musiche che dovrebbero inoltre riflettere e ribadire i comportamentidi chi le ascolta, è davvero senza senso: dovrebbe essere possibile, allora, affermare che esistono repertori specifici per gli idraulici, i librai e i professori ordinari, e questi ultimi ascolterebbero pertanto solo canzoni su come si svolgono i concorsi universitari… un’assurdità. Nel covo di Bernardo Provenzano la polizia ha trovato registrazioni della sigla di Beautiful e di canzoni di Claudio Villa, Bruno Lauzi, Julio Iglesias e Mina.