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Giovedì, 21 Febbraio 2019

Il linguaggio della ‘ndrangheta: lo studio dei codici per decifrare il lessico dei mafiosi

Parla Marta Maddalon, docente associato di glottologia e linguistica generale presso l’Università della Calabria che insieme a John Trumper, professore ordinario di linguistica generale, da anni lavora per decifrare i codici della ‘ndrangheta, studiandone il lessico.

Marta Maddalon insieme a John Trumper


Originaria di Padova, dove ha conseguito la Laurea in Lettere e Filosofia, con una tesi sulla dialettologia urbana, all’Università della Calabria è arrivata negli anni ’80, diventando poi, associato nel 2002 ed iniziando in sintonia con il professore Trumper un lungo percorso di studio, di insegnamento e di ricerca sui termini utilizzati nelle organizzazioni criminali. Attualmente collabora con il Centro di Lessicologia e Toponomastica, unendo all’interesse spiccato per la sociolinguistica, con particolare attenzione alla ridefinizione del repertorio linguistico italiano e alla ripresa, sociolinguisticamente connotata del dialetto, anche la passione per l'etnosemantica. Un’attività intensa che ha tracciato il percorso di studio, con ricerche già pubblicate ed in via di pubblicazione, sia teoriche che applicative.  A questo, inoltre, vanno unite le pubblicazioni, articoli e monografie prodotte dai due studiosi sul tema.

Professoressa com’è iniziata la vostra ricerca e sulla base di quali elementi?

“La nostra ricerca è cominciata a partire dagli anni ’80. Abbiamo intrapreso questo studio, perché i codici mafiosi sono importanti dal punto di vista dell’indagine e della conoscenza di un fenomeno, dunque, il nostro compito in quanto linguisti è stato di studiare il linguaggio in essi contenuti. La ricerca inizialmente è partita con un’indagine  sui gerghi storici. In Calabria, infatti, è presente un gergo molto ricco e variegato “l’Ammascante”, a cui il professore Trumper da oltre 20 anni si dedica, portando avanti un' attenta e meticolosa osservazione.
I gerghi della malavita ed i gerghi di mestiere sin dal Medioevo vivono in parallelo, non è facile distinguere chi influenza maggiormente il contesto dell’altro. Coloro i quali si spostavano in diversi luoghi, erano cioè per mestiere girovaghi o commerciavano oggetti, avevano contatti diretti con i marginali della società, producendo e utilizzando un gergo da cui si è formato poi, quello della malavita, fortemente collegato con tali fenomeni con manifestazioni diverse di secolo in secolo. Proprio da queste lontane origini, comincia la storia del gergo classico. Le tracce di tale gergo si rilevano anche nella letteratura, molti autori nelle loro opere lo sapevano parlare, poiché erano entrati in contatto con i malandrini che lo usavano, fornendone poi, testimonianza nel tempo. Sino ad arrivare ai giorni nostri, con la presenza di veri codici della ’ndrangheta, l’organizzazione criminale che produce maggiormente. L’abitudine di trascrivere i testi apparentemente è databile con la fine dell’800 e gli esempi più vecchi che abbiamosono degli ultimi due decenni del secolo.

Qual è il lavoro principale di un linguista quando deve decifrare un codice?

“Un linguista  per analizzare un codice ha bisogno di avere a disposizione materiale ed il nostro lavoro dunque è stato di usare i testi della ’ndrangheta scritti da quando sono stati prodotti. L’interesse maggiore è stato suscitato dall’esistenza di molte pubblicazioni sul fenomeno malavitoso della criminalità organizzata, in cui sono presenti molte citazioni di livello meno scientifico sulla lingua, in quanto è più facile che siano sociologi, giornalisti, addetti ai lavori a pubblicare analisi del materiale linguistico della criminalità organizzata. Il nostro compito invece, è di ricostruire e analizzare in primo luogo la vera radice delle parole, ossia l’etimologia, e subito dopo l’interpretazione delle parole in quanto tali. E’ necessario riuscire ad esaminare il linguaggio non come elenco di parole, i codici infatti, sono spesso estremamente informativi, ma non dal punto di vista della segretezza, in quanto il loro scopo non è solo di celare elementi, rendendoli segreti. I gerghi di mestiere hanno costituito una fonte e un filone parallelo da cui hanno tratto origine i gerghi della malavita, ed in origine potevano avere un intento di nascondere, poiché i segreti del mestiere riguardavano le attività industriali nella fase proprio della pre – industria, dunque coloro che ne entravano inpossesso dovevano comunque non divulgarli, creando un codice, per voler nascondere il significato, cioè usare un gergo. Con il passare degli anni, i gergologi hanno compreso che parlare un gergo è anche un forte elemento di identificazione: “Io parlo una lingua che tu non capisci. Io ed altri che usano lo stesso linguaggio creiamo un gruppo alternativo a tutti gli altri”.
Da un lato dunque non vengo capita dall’altro mi identifico con chi mi capisce. Questi due elementi, il nascondimento e l’identificazione sono dunque essenziali per la comprensione della terminologia usata all’interno del codice. Il principio identificatorio al contrario diventa centrale, nel senso che i codici che sono spesso molto simili, hanno 4- 5 elementi base che sono: la descrizione dell’organizzazione, quali sono i ranghi, i ruoli, i compiti, contengono dei rituali di affiliazione ed una specie di codice penale in cui sono elencate le trasgressioni e le relative pene, infine sono presenti una serie di termini che identificano coloro che fanno parte”.

Come parlano oggi i malavitosi e quali termini sono utilizzati maggiormente? Ricorrono elementi di violenza uniti a dei rituali e come gestiscono in loro affari?

John Trumper, professore ordinario di linguistica generale presso l'università della Calabria


“Il linguaggio messo in atto dalla ’ndrangheta è un lessico codificato, nel senso che quando parlano tra di loro, argomentano normalmente come fossero uomini d’affari. E’ troppo vago dunque parlare di un linguaggio della ’ndrangheta. La ’ndrangheta ha cambiato ed ampliato nel tempo il proprio raggio d’azione, inserendosi perfettamente nella società contemporanea. Gli affiliati comunicano tramite un linguaggio “verbalizzato” che spesso utilizzano nelle attività che gestiscono sul territorio diventato ormai gergo comune: ad esempio “battezzare” serve ad indicare l’ingresso effettivo di un membro all’interno della società. “Traggiro” per indicare un’azione criminosa messa in atto. Gli studiosi, analizzando i termini inseriti nei codici parlano di un nucleo gergale comune, riferendosi ad un lessico comune e condiviso da molti gerghi, esistente da molti secoli, che si è andato potenziando ed è diventato tipico dell’ambiente criminale: ad esempio “ferro” per indicare la pistola. Gli ‘ndraghetisti parlare come dei professionisti, la nuova generazione non più quella che indossava la “coppola”, ma quella che fa affari a grandissimi livelli. Nelle immagini registrate dagli inquirenti si può evincere che continuano a perpetuare dei rituali, come quello appunto del battezzo con il santino di San Michele. Ciò che è cambiato è lo scopo,che sembra evidente sia adesso identificatorio, non interessa tanto la segretezza, non è affidandolo a vecchi codici che si cela qualcosa ma c’è la ripetizione di queste formule. La violenza nei codici non si evince, necessariamente; la terminologia usata è spesso “forbita” e simbolica, perché per le attività criminali viene adoperato un lessico ricco. Inoltre, nei codici si trova un vero codice penale alternativo in cui si stabiliscono quali sono le mancanze più gravi che vanno dal tradire la società sino a cose apparentemente meno gravi, come comportarsi male in pubblico e per ognuno di queste esiste una punizione commissionata che ha un nome e una durata temporanea, 6  mesi, 1 anno. Non è la violenza esplicita che viene tramandata ma un vero e proprio codice di comportamento. La  realtà viene completamente sovvertita creando una parallela, con valori capovolti rispetto ai nostri, la lealtà, un mondo di valori parallelo a quello civile”.

Come si identificano i boss di oggi e come operano sul territorio?

“Fanno parte della società. Analizzando i codici in un arco di tempo che va dalla fine dell’ ’800 sino ai nostri giorni e considerando come parlano coloro che perpetravano attività criminali, come i sequestri di persona, di cui ci siamo occupati come periti fonici negli anni ’80, l’uso del dialetto e un livello linguistico e culturale basso erano normali. Il gergo utilizzato era per lo più dialettale, soprattutto dai riscontri avuti nelle perizie foniche nei sequestri di persona durante gli anni ’80. La nuova generazione invece traffica droga in tutto il mondo, e non solo, quindi deve saper parlare diverse lingue, deve viaggiare in aereo, usare la tecnologia, stare a livello con altri manager.  Se ci riferiamo ai battezzati che si occupano di mettere in atto attività criminali, parlano come i proletari e sottoproletari, non esiste dunque un linguaggio della ‘ndrangheta o meglio se la ’ndrangheta ricopre diversi ruoli della società, anche gli ’ndranghetisti parlano come noi. Il codice è uno degli usi della lingua, dunque gli ’ndranghetisti parlano come gli altri, altrimenti sarebbe più facile individuarli”.

Quali recenti scoperte sono state fatte e a che punto è la ricerca in Calabria?

“Ultimamente ha attirato l’attenzione degli esperti la presenza di un codice in cui sono usati segni grafici che non appartengono a nessun alfabeto. In realtà contiene la traduzione letterale di testi che sono gli stessi dei codici già conosciuti, riguardano; come si forma la società, la struttura dell' organizzazione ecc.  Per quanto riguarda la ricerca il nostro dispiacere è di non poter formare e far crescere i giovani promettenti della Calabria. Non possiamo offrire loro prospettive o consentire che lavorino per migliorare le loro conoscenze. Una soluzione potrebbe essere la creazione di gruppi di ricerca che possano far lavorare e formare dei giovani promettenti per monitorare e mantenere le giovani menti in questa regione. I progetti di ricerca, inoltre, grazie ad un lavoro meticoloso di traduzione e analisi dei codici potrebbe portare enormi vantaggi alle attività di investigazione forze dell’ordine”.