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Sabato, 21 Settembre 2019

“Il meridionalismo oggi è solo testimonianza, non ha riferimenti politici”. Parla Piero Bevilacqua

“La riforma agraria non contribuì ad allineare il Sud al resto del paese, a connetterlo col nord industriale ed operaio, perché arrivò troppo tardi. Le lotte per la terra, tuttavia, servirono ad immettere grandi masse di contadini nella storia politica del paese. Oggi il meridionalismo è solo testimonianza, non ha riferimenti politici”.

Piero Bevilacqua


E’ puntuale nel ragionamento Piero Bevilacqua, ordinario di Storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, intellettuale meridionalista tra i più attivi ed influenti, calabrese di origine, parliamo di lotte contadine e riforma agraria nel Mezzogiorno e del rapporto tra questi accadimentied i problemi attuali del Sud. Bevilacqua ha fondato nel 1986 l'Istituto meridionale di Storia e di Scienze sociali (Imes) e la rivista Meridiana ed è autore di numerosi saggi di contenuto storico, politico e sociale.

Lotte contadine e riforma agraria nel meridione nel secondo dopoguerra. Professor Bevilacqua, c’è un nesso tra questi eventi e l’irrisolta questione meridionale a distanza di oltre sessant’anni?

La riforma agraria arrivò troppo ritardi, quando ormai l’agricoltura non aveva più nella produzione nazionale di reddito il peso che aveva prima e l’emigrazione già aveva svuotato le campagne della forza lavoro necessaria. Certo, essa contribuì a modificare le condizioni di vita di tanti contadini, a rompere il vecchio assetto fondiario, ma non incise più di tanto sugli assetti economici del paese. Non si verificò quello che pensavano le forze più avanzate, più lungimiranti, del paese, vale a dire una trasformazione profonda dell’agricoltura, un allargamento del mercato e della base produttiva, anche attraverso la creazione di grandi aziende agricole, che potesse dare un impulso,un diverso equilibrio, a tutto il mondo capitalistico italiano, il cui carattere duale fu solo minimamente scalfito. Oltre al ritardo, mancarono poi anche le forze politiche e culturali per indirizzare la riforma verso questi obiettivi.

Lei si è più volte soffermato sulla “connessione” tra le lotte contadine di quella stagione e lo sviluppo della democrazia in Italia. Vogliamo parlarne?

Si, questo è un tema importante. Attraverso quelle lotte si stabilisce una connessione, appunto, tra emancipazione democratica dei lavoratori e miglioramento delle loro condizioni di vita. La subalternità culturale dei contadini, della grande massa della popolazione, era enorme allora. Il fatto che gli stessi, ad un certo punto, diventano protagonisti di lotte organizzate, attraverso l’azione sindacale, dentro strutture collettive, contribuisce alla loro crescita democratica ed allo stesso sviluppo della democrazia. Quelle lotte consentirono a quei contadini di trasformare le loro confuse rivendicazioni in una prospettiva rivendicativa e politica più ampia, nazionale. Proprio in Calabria le lotte che nascono spontanee subito dopo l’armistizio diventano esperienze di formazione democratica per grandi masse di lavoratori. La democrazia, d’altronde, non è solo un fatto formale, ma si sostanzia nella partecipazione ai rapporti di forza, alla lotta di classe, del paese.

Quale fu l’atteggiamento del Pci e delle altre forze di sinistra rispetto alla “riforma” pensata e organizzata dalla DC di Segni e De Gasperi?

Il Pci, bisogna dirlo, si trovò spiazzato dall’iniziativa della Dc. Al di là del suo carattere limitato, parziale, la riforma, che, come ho già detto non ebbe una funzione unificante e non incise più di tanto sulle dinamiche del capitalismo italiano, non c’è dubbio che contribuì a migliorare le condizioni di vita di tante famiglie contadine. Di questo la Dc seppe approfittarne, anche in termini clientelari, per aumentare la sua base di consenso.

Alcide De Gasperi


Lo fece non solo con la distribuzione della terra, ma gestendo l’elargizione di concimi, sementi, strumenti agricoli, attraverso l’azionedegli enti di riforma e delle organizzazioni collaterali, come la Coldiretti. Il Pci, attraverso le organizzazioni che rappresentavano il mondo bracciantile, come la Federbraccianti, svolse un ruolo importante nelle lotte contadine, indicò una prospettiva di più largo respiro, ma alla fine subì quella iniziativa.

Veniamo all’oggi. Che fine ha fatto il meridionalismo? Ci sono ancora dei focolai accesi o tutto si è spento?

Non le nascondo una certa difficoltà ad affrontare questo tema, essendomi occupato per anni di Mezzogiorno. L’abbiamo fatto con la rivista Meridiana, che ha lasciato un patrimonio di ricerche storiche e sociali quale nessun altra rivista è mai riuscita a realizzare. Il rammarico che mi porto dietro è che in tutti questi anni, anche quando ho collaborato con la Svimez,  ho dovuto constatare come la politica fosse interessata poco ad approfondire certi temi, pensando piuttosto, e principalmente,  all’occupazione di postazioni di potere e di privilegio. Oggi come ieri ci sono intellettuali, associazioni, che fanno cose interessanti, ma il problema è che questi studi, queste elaborazioni, non si connettono con la politica, non hanno riferimenti politici, e per questo non hanno ricadute visibili sulla realtà.

Tutti gli indicatori a nostra disposizione ci raccontano di un Sud abbandonato a se stesso, soggiogato dal fatalismo. Recentemente la Svimez ha parlato addirittura di “rischio desertificazione”. Lei pensa che un nuovo impeto meridionalista potrebbe aiutare il Mezzogiorno ad invertire questa tendenza funesta?

Ripeto, il problema è il se e il come la ricerca sui problemi del Mezzogiorno si connette all’azione della politica. Oggi non esistono più i partiti, e quelli che si definiscono tali sono stati del tutto svuotati della loro essenza. Più che di partiti sarebbe il caso di parlare di agenzie di marketing elettorale, la cui funzione è soltanto quella di assicurare la sopravvivenza del ceto politico. In questo quadro, pertanto, ogni sforzo profuso in quella direzione