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Venerdì, 24 Gennaio 2020

Se l’attore interpreta il cantastorie è Nino Racco. “Opera Aperta” e il mugnaio Rocco Gatto ucciso dalla mafia

E’ un attore fuori dagli schemi Nino Racco. Un cantastorie, o meglio “un attore che interpreta il cantastorie”, come lui si definisce, che si nutre di memoria e riproduce, nei suoi spettacoli, la vita dei personaggi che hanno segnato il E’ un attore fuori dagli schemi Nino Racco. Un cantastorie, o meglio “un attore che interpreta il cantastorie”, come lui si definisce, che si nutre di memoria e riproduce, nei suoi spettacoli, la vita dei personaggi che hanno segnato il nostro tempo.

Nino Racco


Ampliando il suo linguaggio artistico, Nino Racco, che nonostante i numerosi viaggi ha scelto di restare a Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, è oggi impegnato in nuove produzioni teatrali come Opera aperta e Ciao amore ciao, ma resta forte il suo legame con il repertorio di teatro popolare che ha riportato in auge le nostre storie. La nostra storia.

Dacia Maraini, intervistata da Calabria on web, dice: “... Penso che oggi bisognerebbe tornare a raccontare la Calabria attraverso quello che faceva il cantastorie. In maniera popolare, ripercorrere la storia calabrese attraverso dei personaggi. Anche recuperando quelli che si sono persi. Credo che il cantastorie sia una bellissima figura capace di rammentare la memoria e farla rivivere…” Tu che sei un cantastorie, ci potresti spiegare meglio questa figura?

Il cantastorie, come lo è stato fino agli anni Settanta, in realtà non c’è più. Precisamente io sono “un attore che interpreta il cantastorie” e penso così di dare un contributo al rinnovamento dell’arte cantastoriale che deve in effetti rigenerarsi. Caratteristica del cantastorie è comunque la sua matrice popolare: racconta attraverso personaggi-simbolo - come Salvatore Giuliano o Peppe Musolino - aspetti cruciali e spesso critici della vita e della cultura di un popolo.

A quali personaggi della storia ti sei accostato nella tua personale ricerca e produzione artistica e perché li hai scelti per i tuoi spettacoli?

Ecco, per l’appunto, il mio interesse non è tanto verso i “personaggi storici” ma verso la funzione culturale e politica del cantastorie. Il cantastorie in sé è il personaggio che più mi interessa, la sua arte errabonda, la sua abilità tecnica di prendere e restituire autenticità narrativa alla comunità che gli sta intorno.

Di quale spettacolo ti stai occupando in questomomento?

Nino Racco - Opera aperta


Nell’ultimo anno ho messo in scena, in collaborazione con l’artista e scenografa Antonella Iemma, due spettacoli: “Opera Aperta che racconta del mugnaio Rocco Gatto ucciso dalla mafia nel 1978 e “Ciao Amore Ciao uno spettacolo dedicato alla vita ed alle canzoni di Luigi Tenco. Diciamo che mi sono un po’ allargato dalla figura del cantastorie, ma mantengo sempre i miei spettacoli di repertorio come ‘Ntricata storia di Peppe Musolino” o “La Baronessa di Carini” che sono sempre richiestissimi.

In quale frangente della tua vita hai scelto di declinare il tuo talento attoriale nella figura del cantastorie?

Era il 1989 e come per molti attori della mia generazione c’è stato un rivolgersi alla cultura popolare ed alle tecniche narrative: la scoperta del cantastorie - come teatro delle mie origini e dei miei giorni d’infanzia trascorsi nella piazza del paese – fu per me folgorante e mi regalò il mestiere che tutt’oggi mi fa vivere.

La tua arte ti porta spesso a viaggiare. E probabilmente altrove le prospettive di un attore sono più ampie. Eppure tu hai scelto di restare nella tua Bovalino. Perché?

Restare nel paese d’origine ti permette di avere un rapporto diretto e carnale con le storie e la natura che poi vai a raccontare, ma per un artista è altrettanto importante viaggiare e molto. Confrontarsi, per esempio, con altre tradizioni narrative o cantastoriali come ho fatto nei miei viaggi negli Stati Uniti o in Scozia dove esiste una forte matrice di racconto popolare e poetico.

Restando sempre sul tema del luogo. Che sentimenti nutri nei confronti della tua Calabria: gratitudine o delusione?

Nino Racco


Beh, si sa che il rapporto dell’artista con il proprio contesto è sempre e naturalmente contraddittorio. Con il mio lavoro spero di dare un contributo alla evoluzione ed alla crescita culturale della Calabria, anche se i cambiamenti non sono quasi mai tangibili, ci vogliono anni e anni, ma noi possiamo soltanto sperare di essere un granello di sabbia, tutt’ al più uno scalino, nell’evoluzione dello spirito di un popolo.

Nei tuoi spettacoli si crea un rapporto quasi simbiotico tra te ed il pubblico. Sei al centro della scena. Lo sguardo del pubblico si posa su di te in spasmodica attesa di un tuo gesto. Quanto lavoro di ricerca interiore c’è nella tua interpretazione?

Nel mio teatro la ricerca interiore e la ricerca di affinamento tecnico sono sempre intrecciate. Quella simbiosi deriva dal fatto che ogni gesto o parola è studiata sia dal punto di vista mio personale (dell’attore) che dal punto di vista dello spettatore: la fusione o compresenza dei due punti di vista è il segreto per una comunicazione efficace e coinvolgente.

Il cantastorie preserva il valore della memoria e fa rivivere personaggi della storia. Potrebbe essere una metodologia applicata alla didattica per trasmettere ai ragazzi a scuola i valori delle proprie origini?

Certamente! I ragazzi a scuola in fondo, da anni e da sempre, non fanno altro che studiaredelle “narrative”: anche la fisica e la chimica, con il loro piglio di scientificità, non sono altro che delle “narrazioni”. Appropriarsi direttamente delle tecniche narrative sarebbe certamente un viatico per una conoscenza nuova e all’altezza dei tempi.

Possiamo definire il cantastorie come una sorta di outsider nello scenario artistico attuale?

Nino Racco


Ah sì, certo, un vero cantastorie è al di fuori degli schemi per sua intima natura. Compito del cantastorie, direi dell’arte tutta, è mettere in discussione il presente, la realtà come si pensa che essa sia. Ma c’è sempre un altro punto di vista, sconvolgente nel senso letterale, ed è questo che l’artista deve aprire e offrire allo spettatore.

La figura del cantastorie appartiene alla nostra tradizione popolare, ritieni che possa appartenere anche al futuro della nostra cultura?

L’unica sopravvivenza per il cantastorie è rigenerarsi. E’ giunto il momento per esempio di rivolgersi alle nuove tecnologie: capire come usarle piuttosto che “essere usati” dalle tecnologie. E questo sarebbe un risultato pioneristico a fronte di un pubblico, di un mondo, completamente assoggettato allo strumento informatico.

Perché un giovane attore dovrebbe scegliere questa forma d’arte?

Il giovane attore dovrebbe scegliere il cantastorie così come ogni altra tecnica utile a mettere in discussione se stessi come artisti e come uomini. Fare bene il proprio mestiere è ancora poca cosa a fronte di un compito destinale molto più profondo. Per dirla con Nietzsche l’uomo (e l’artista) è qualcosa che deve essere superato!

Ci sono scuole con questo indirizzo specialistico?

Riguardo il cantastorie nessuna scuola attualmente, quando mi stancherò di viaggiare quel viaggio che non è soltanto “geografico” forse creerò io unascuola. Chissà.

Quale personaggio della storia vorresti interpretare perché non cada nell’oblio e perché ritieni che il suo messaggio sia oggi necessario?

Senza dubbio mi piacerebbe raccontare di due colossi culturali del Novecento: Ghandi e Martin Luther King. L’idea semplice e geniale della non-violenza, attualissima, proprio perché il mondo sta andando da tutt’altra parte… e non se ne avvede!