Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Martedì, 15 Ottobre 2019

Domenico Piraina, 40 anni a Milano: “La Calabria deve diventare protagonista dell’Expo 2015”

E’ il responsabile del Polo museale e dei Musei scientifici di Milano, Domenico Piraina. Palazzo Reale è una tappa obbligatoria della capitale economica d’Italia, non solo per i turisti ma anche per chi a Milano vive ed è amante dell’arte E’ il responsabile del Polo museale e dei Musei scientifici di Milano, Domenico Piraina. Palazzo Reale è una tappa obbligatoria della capitale economica d’Italia, non solo per i turisti ma anche per chi a Milano vive ed è amante dell’arte e della storia. Innumerevoli tele, sculture, teche, arazzi di magnifici artisti hanno solcato le porta principale di questo antico edifico che affaccia in Piazza del Duomo, progettato a cavallo tra il XIII e il XIV secolo da Giovanni Piermarini.

Domenico Piraina


Entrando  dalle porte di servizio si arriva agli uffici della direzione e del personale, ed è proprio all’ultimo piano che si trova l’ufficio di Domenico Piraina, nato a Platania (un borgo di 2mila abitanti della provincia di Catanzaro) e  giunto nel capoluogo meneghino nel lontano 1974, da molti anni responsabile delPolo mostre e Musei scientifici del Comune di Milano. Pirainia può vantare nella sua carriera traguardi importanti, come l’aver portato per ben due volte, nel 2001 e nel 2012, in Italia le tele di Picasso.
Quando parla della Calabria utilizza espressioni come «la mia terra, il mio posto» specificando che, da quando vive a Milano, non ha passato un anno senza scendere nei luoghi natii.
La sua è una storia di emigrazione come tante altre, avvenuta nel 1974, quando il padre, che già dagli anni ’50 lavorava a Milano, decise di trasferire nel capoluogo lombardo tutta la famiglia. Ma da Milano, Piraina non hai mai dimenticato la sua terra “madre”, tanto da definirsi vicino non solo agli affetti e alle amicizie che ha conservato, ma anche e soprattutto alla natura, alle pietre grezze e ruvide dei suoi borghi ed alla quercia che trionfa da secoli nella piazzetta di Platania e che infonde in lui, un senso di sicurezza e di approdo.

Nell’arco degli anni come ha visto cambiare il processo di migrazione versoil Nord?

Negli anni ’60 migravano intere famiglie, oggi c’è più una migrazione che definirei intellettuale, fatta da chi va alla ricerca di una realizzazione personale, è più una scelta personale il fatto di andare a vivere in un'altra città. Ai miei tempi era una imposizione, si emigrava per necessità cioè la famiglia doveva pur vivere. I ragazzi calabresi che terminano gli studi vanno via per avere delle prospettive diverse in un ambiente in cui c’è uno stato delle cose più complesso però più stimolante. Se si pensa ad esempio alla vita culturale di una città come Milano risulta evidente come sia una vita molto intensa piena di musei, mostre, cinema, teatro quindi piena di ambienti che stimolano la creatività. Ad ogni modo trovo che lo spostamento verso le grandi città sia un fatto universale nel senso che da ogni parte del mondo le città sono da sempre dei fortissimi attrattori.

Cosa bisognerebbe fare secondo lei per trattenere giù i “cervelli in fuga” e per far tornare invece chi è già andato via?

I calabresi devono fare proprio un “progetto Calabria” ossia devono definire una volta per tutte dove vogliono andare. Io non ho soluzioni in tasca, ma dal mio punto di vista dico che uno dovrebbe far leva sulle potenzialità che si hanno.
Ecco perché credo che uno sviluppo della Calabria che ponga la cultura, le bellezze naturali come elementi vincenti potrebbe dare la svolta alla regione. Ci vogliono degli investimenti seri però ed uno sviluppo completo. Noi (in Calabria, ndr) in un quarto d’ora, riusciamo ad andare dal mare alla montagna, abbiamo 800 km di costa, potremmo diventare la California d’Italia però ci manca sempre qualcosa e  non riusciamo ad essere all’altezza della nostra storia.

Palazzo Reale - Milano


Facciamo parte della Magna Grecia e certe volte ci dimentichiamo della grandezza che abbiamo avuto in passato. Quando vado a vedere certi siti archeologici in Calabria, mi viene quasi da piangere, perché non si possono trattare in quel modo dei siti archeologici di così straordinaria importanza, ma quello che mi fa più arrabbiare è che i calabresi stessi, pur vedendo queste situazioni negative, non si ribellano perché quel valore non l’hanno interiorizzato e non lo sentono cosa propria e di conseguenza non fanno niente per difenderlo. E’ questo quello che manca: una collettività che abbia  la consapevolezza di avere un grande patrimonio e di vivere di questo patrimonio perché è cosa sua. Quando spiego che Severino Boezio ha fondato nel 500 d.C. la prima università al mondo a Squillace, la gente mi guarda come se stessi dicendo una bugia, poi si rendono conto della validità della mia tesi. Quando torno a casa mi rendo conto che qualcosa viene fatto, però quello che manca è un movimento forte e globale che faccia emergere queste questioni, perché fino ad ora ci sono sono piccoli fuochi che si accendono. Non c’è  però il grande incendio e questo spetta alle autorità pubbliche che dovrebbero far nascere  un grande movimento culturale che riaffermi quello che è la realtà, quello che è la storia, senza inventare nulla. La parola Italia è nata tra il Golfo di Squillace e il Golfo di Lamezia….Cosa dobbiamo fare di più? Non dobbiamo inventarci nulla, ma occorre ricostruire con serietà e professionalità quello che siamo stati, il nostro essere forti che deriva dall’essere figli di tante tradizioni e di tante culture.

Come ha visto cambiare la Calabria nel corso degli anni?

Essendo da quasi 40anni a Milano ho visto cambiare molto sia Milano che la Calabria. Quello che ho imparato nel tempo è che i cambiamenti che si verificano a Milano sono poi propedeutici ai cambiamenti che si verificano in Italia. Quando siamo arrivati qui, a metà degli anni ’70, il clima sotto il profilo politico era piuttosto plumbeo, poi c’è stata la ripresa della Milano da bere; posso considerarmi un ragazzo degli anni ’80, perché in quegli anni avevo 20 anni e li ho vissuti bene. Poi, arrivò la crisi di Tangentopoli e post tangentopoli e  la città ha iniziato a crescere e modificarsi. Qui ci sono state grande trasformazioni, perché Milano è dovuta passare da una conformazione prettamente industriale ad una conformazione terziaria. Per quanto la riguarda la Calabria, devo dire che nonostante tutto sono ottimista, perché quel gap che io vedevo all’inizio tra chi viveva a Milano e chi in Calabria, si sta riducendo sempre di più. Le nuove generazioni stanno prendendo sempre più consapevolezza di sè e del proprio passato e avrebbero bisogno che  gli si  desse maggiori stimoli, per poter sviluppare adeguatamente  le loro potenzialità. In Calabria ci sono manifestazioni di grandissima eccellenza che dovrebbero essere valorizzate, pensiamo alle grandi manifestazioni fatte contro la ‘ndrangheta. Già il fatto che la gente, oggi, non ha più paura di manifestare le proprie paure è rilevante...

A proposito di ‘ndragheta, pesa oggi a Milano essere un calabrese?

Ho queste impressioni…non ho prove. È chiaro che se uno ti conosce non c’è problema, perché capisce che sei una persona onesta e perbene. Mi è capitato, però, di notare che quando ci presenta ad una persona che non ci conosce e si dice di essere calabrese c’è, a livello epidermico, una sensazione di attenzione che svanisce non appena si approfondisce la conoscenza. La ‘ndrangheta qua al Nord ha fatto molti, molti danni, soprattutto alle persone perbene, perché nell’immaginario collettivo, a livello inconscio, la parola Calabria non fa venire in mente Tommaso Campanella o Telesio, non viene in mente che Ulisse era passato di lì, non viene in mente l’isola dei Feaci. Forse ai più istruiti vengono in mente i Bronzi di Riace, ma a tutti viene in mente quella brutta parola. La ‘ndrangheta si è radicata molto anche qui al Nord e le ultime inchieste fatte in maniera benemerita dalla magistratura lo hanno dimostrato, l’attenzione mediatica  ha dato il proprio contributo e tutto questo, di conseguenza,  ha inciso negativamente nella percezione che si ha dei calabresi.

Chi meglio di lei ci può spiegare cosa vuol dire in tempi di crisi coordinare una struttura museale come quella milanese?

Ho capito, da questo osservatorio, ossia da un livello di eccellenza, le grandi potenzialità che ha la cultura,  dove per cultura s’ intende sia la di crescita della persone che la crescita della collettività e quindi dei risvolti sociali ed economici di una città così come di un Paese. Attorno ad eventi e mostre, si crea un senso di collettività molto forte. Ci si dimentica spesso che la cultura è portatrice di sviluppo economico notevole. Posso dire queste cose avendole vissute in maniera tangibile e concreta, perché chi viene qui paga il biglietto, ma poi esce, prende il tram e crea un indotto straordinario. I Paesi europei più all’avanguardia, anche in questo momento di forte crisi, stanno proprio facendo questo, perché capiscono che la cultura non è un gioco o una soddisfazione personale, è qualcosa di molto più importante e molto più profondo. La Calabria è piena di tesori culturali e dovrebbe investire molto di più, basti pensare a quanti ragazzi calabresi potrebbero lavorare nei siti archeologici che la nostra terra possiede.

Expo 2015: come si sta preparando Milano e come, secondo lei, si dovrebbe preparare la Calabria?

C’è un errore di fondo che gli italiano hanno nei confronti dell’Expo, che non vuole e non deve essere di Milano o della Lombardia, ma deve essere un evento nazionale. La Calabria, a mio avviso,  deve diventare una protagonista dell’Expo, perché può giocare una partita a livello non solo alimentare ma anche culturale. E’ chiaro che Milano è il palcoscenico, ma partendo da qui si deve fare in modo d’ intercettare anche una quota significativa di visitatori che da Milano si spostino verso il Sud; ad esempio, bisognerebbe creare dei pacchetti di tour operator completi che organizzino  gli spostamenti da un capo all’altro. Noi calabresi, in funzione dell’Expo, dobbiamo trovare delle alternative di spostamento valide rispetto alle situazioni che abbiamo, altrimenti non andiamo da nessuna parte. Noi a Milano, come enti museali civici, stiamo creando degli itinerari ad hoc che invoglino i turisti allo spostamento. Stiamo puntando tutto su tre grandi mostre (una su Leonardo, una sui Visconti e gli Sforza e una su Giotto), che consentiranno di percorrere degli itinerari specifici in città e fuori .