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Martedì, 28 Gennaio 2020

Ermelinda Oliva e i suoi “attacchi alla Valery”

Intellettuale calabrese che ha espresso “l’anima femminile della Calabria … il senso più segreto di questa terra ” : così Vittorio Vettori ha definito Ermelinda Oliva, poetessa e scrittrice palmese.
Sconosciuta ai più, ma molto accreditata negli ambienti culturali del secondo novecento, nacque il 12 marzo 1929, da Cesare e Gemma Cordiano. Trascorse la giovinezza nella piana di Gioia Tauro, tra Severeto e Maropati, e studiò teologia al seminario arcivescovile di Reggio Calabria, insegnando, poi, religione alla scuola media “Armando Zagari” di Palmi.

Ermelinda Oliva


Visse nella cittadina pianigiana  fino al 9 aprile 2003, data della sua morte.
Narratrice e poetessa, ebbe ampi spazi sulla terza pagina di autorevoli quotidiani nazionali.
Fu stimata da Fortunato Seminara, Carlo Betocchi, Diego Valeri, Sergio Solmi, Carmine Chiodo, Luigi Reina. E’stata pensatrice eclettica: ha scritto di bioetica, di scienza, di teologia, e, in sintonia col versante “verde” dell’epistemologia femminile, ha insistito fortemente sul concetto di “limite”, riguardo ai pericoli di un rapporto dissennato con l’ambiente.
Antonio Piromalli l’ha definita “narratrice nata, che scrive come pochi sanno scrivere”, e ne ha esaltato “la purezza espressiva e la singolarità anticonvenzionale …. espressione di ardori e di sentimenti legati al fiore del romanticismo naturale della Calabria e della sua migliore tradizione letteraria”. La Oliva parla agli astri, agli animali, alle selve, ai mari, alla notte, al caos, e dà vita a versi carichi di slancio vitale, espressione di una Calabria primitiva, antica come il cuore del mondo. I suoi incipit poetici rievocano “attacchi alla Valery” (Gilda Trisolini), la sua scrittura “è essenziale, raffinata, pervasa dalla sensibilità di ”uno spirito coinvolgente e significante che ha tutto l’impeto di un vento, di una forza sorgiva”(Vettori). Lei riesce a sondare la complessità dell’esistenza, mette a fuoco le passioni ed i contrasti umani.
E dà luogo ad un interessante contrappunto, che intriga molto : quello che intercorre tra la sua personalità, schiva, introspettiva, delicata, caratterizzata dalla spasmodica ricerca del trascendente (“sai, intanto, come i miei occhi pungano invano l’aria che ti contiene, il mio orecchio si spezzi, per udirti”) e certi suoi personaggi femminili, come Palmisina, interprete del romanzo “Il tempo della cicala”:  una “ragazza forte e prosperosa, straripante nelle sue bizzarrie”, “una diavola”, autentica forza della natura. Insomma, un personaggio del tutto nuovo nella letteratura calabrese.
Palmisina “si fa coinvolgere da un immenso ed inutile frastuono” simbolo dell’effimero che trionfa sull’essenziale; è l’opposto (concreto) di Ermelinda, per la quale, invece, l’essenziale è costituito dal rapporto anima- natura- trascendenza: “Voi verrete con me, alberi, pietre e zolle che amo. Insieme a voi voglio giù per i cieli crollare, fino all’ultimo termine”. Sono versi, questi, in cui è evidente una forte, e tragica, sensualità panica. Una sensualità implosa, estenuata, senza dubbio originale nella produzione calabrese, ma stranamente inosservata dai critici, forse perché sfugge a certi “protocolli” percettivi che considerano il rapporto col meta-fisico (molto forte nella scrittrice) come escludente la relazione col pathos fisico globalmente inteso.
Rispetto alla propria quotidianità, l’Oliva ha compiuto nella scrittura una sorta di trasfigurazione : si è prodotta in colpi d’ala del tutto simili a quelli che, più o meno negli stessi anni, il catalano Joan Mirò, anche lui schivo ed introverso, concretizzava con le sue ardite creazioni pittoriche. Insomma, nelle proprie opere, Ermelinda ha trasferito (anche se inconsapevolmente) quel “che” di estenuante che nella scrittura femminile a livello europeo si ritrova soltanto nei libri di Colette. Anche se in lei, quel “che” (in Colette naturalmente espresso) si sublima in tensione verso il trascendente, in “sostanza di poesia” (D. Valeri) in “senso magico della natura”, (S. Solmi), “in arduo confronto dell’anima col destino”(V. Vettori). In effetti, nella sua introduzione al romanzo Le torce al vento, Vittorio Vettori ha scritto che la Oliva, “pur trattando una materia di accese passioni, riconducibile all’atmosfera romantica dei romanzi di Nicola Misasi, si muove sul versante preferenziale dell’anima … e s’illumina tutta di quella speciale evidenza epifanica in cui siamo soliti riconoscere il carattere fondamentale dell’Ulisse di James Joyce”.
Una scrittura, dunque, quella della palmese, in pari tempo calabrese ed europea, e che impressionò fortemente Carlo Betocchi. Questi, infatti, nel luglio del 1956 scrisse alla poetessa una lettera in cui esaltò “ il suo realismo e la schiettezza del suo linguaggio” e definì le sue poesie “ composizioni tra le più belle che si possano leggere oggi in Italia”.
Lo stesso Vettori, ha raccomandato “Le torce al vento”  “a quegli intellettuali – come Walter Pedullà (n.d.r.) - di oggi in cui il vento antico e perenne della calabresità conserva intatto il suo impeto, il suo valore di propulsione e di orientamento”.

Zina Crocè