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Mercoledì, 11 Dicembre 2019

Il Mezzogiorno è un deserto: “Serve una no tax area”. Parola di Francesco Delzio

Manager, scrittore, giornalista e docente universitario. Francesco Delzio dice:  “Il Mezzogiorno oggi è un deserto. Per uscire da questa situazione bisogna investire intelligentemente sul turismo e sulle università. Come? Creando una no tax area e non facendo pagare tasse universitarie ai giovani del sud che scelgono facoltà scientifiche”.

Francesco Delzio


Già direttore dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Delzio è  anche condirettore e ideatore del master in Relazioni istituzionali, Lobby e comunicazione d'impresa della Luiss Guido Carli  e dirige il magazine Agorà.  Attualmente è  presidente dell’Associazione La Scossa.
Tra le sue pubblicazioni,  "Generazione Tuareg. Giovani, flessibili e felici" (Rubbettino, 2007), "Politica Ground Zero. Lettera d'amore di un giovane tradito" (Rubbettino, 2008), "La Scossa. Sei proposte shock per la rinascita del Sud" (Rubbettino, 2010). Da luglio 2012 è nelle librerie con "Lotta di Tasse. Idee e provocazioni per una giustizia fiscale".

Scattando oggi una fotografia del Mezzogiorno che immagine ne verrebbe fuori?

Ne verrebbe fuori l’immagine di un deserto, nel quale sono crollate una serie di certezze tradizionali. Infatti negli ultimi anni è venuta meno l’industria, sono scomparsi decine di distretti industriali, e questo ha fortemente indebolito la struttura produttiva del sud. Sono scomparse anche le élite giovanili. La fuga dei cervelli meridionali nella stessa Italia e nel mondo ha messo un freno alla crescita potenziale del sud. Più complessivamente credo che sia sparita la speranza e questo, forse, è il dato più grave. Io vedo, purtroppo, in molti territori del sud, perfino nello università dove si dovrebbe progettare il futuro, un sentimento forte di rassegnazione. E questo mi sembra che sia l’elemento più pericoloso abbinato ai dati, anch’essi sconfortanti, che provengono dall’economia.

Si può dire che il Sud è ormai da anni fuori dall’agenda politica del Governo?

Si. E lo dimostra il fatto che sono molti anni che non c’è un provvedimento politico, una misura ad hoc, una strategia che riguardi direttamente il sud. Ma non è un caso. Nel senso che si è diffusa, a partire dalla fine degli anni novanta, l’idea pericolosissima, ma che purtroppo poi è diventata dominante, che si dovesse “normalizzare” il sud. Un’idea, una tesi di politica economica che diceva, che dice tutt’ora, che non bisogna fare interventi straordinari al sud, perché curando i malanni dell’Italia si curano anche quelli del sud e delle zone più deboli. Io credo che non sia assolutamente così: l’ideologia della normalizzazione del sud è profondamente sbagliata ed è una della cause della situazione di deserto in cui si trova il Mezzogiorno. Oggi il Mezzogiorno ha bisogno di tutt’altro, vive una situazione di eccezionale gravità, perciò avrebbe bisogno proprio di piani e misure straordinari, direi di vere e proprie “strategie straordinarie”, altro che “normalizzazione”!

In un suo recente saggio ha fatto sei proposte choc per la rinascita del Sud. Vogliamo parlarne?

Certo. Intanto c’è una grande proposta di fondo ovvero l’idea che il sud oggi non possa rinascere da solo, non avendo le forze imprenditoriali, i capitali per mettere in moto meccanismi di sviluppo. Si tratta di una constatazione amara, ma suffragata ampiamente dai dati economici a nostra disposizione. Quindi l’unica soluzione, l’unica strada possibile per far rinascere il sud è in realtà quella di aprirlo in maniera rivoluzionaria alle idee, ai capitali, alle intelligenze, alle imprese che vengono da fuori. Ecco, questo è il punto: bisogna perseguire la strategia choc che apra improvvisamente le porte e le finestre del sud a tutto ciò che possa contribuire a rilanciarlo, dai capitali alle intelligenze. La prima proposta, da questo punto di vista, riguarda il fisco, perché il sud paga oggi svantaggi competitivi molto forti, non solo rispetto al resto d’Italia ma rispetto al resto d’Europa e del mondo. In sostanza si tratterebbe di creare una no tax area nel Mezzogiorno, incentivando gli investimenti con la promessa di tasse zero nei primi anni sugli utili che le imprese realizzerebbero al sud. Questo è un provvedimento senza il quale, temo, siaimpossibile parlare di un rilancio economico del sud. Poi ci sono almeno altre due cose che andrebbero fate. Bisognerebbe sfruttare due grandi potenzialità del Mezzogiorno, una molto conosciuta, un’altra un po’ meno. La prima è quella del turismo, che andrebbe sfruttato in maniera più intelligente dal punto di vista economico. Sarebbe opportuno a tal fine varare una nuova legge obiettivo che riguardi gli investimenti in ambito turistico al sud, evitando di inseguire il turismo di massa creando una sorta di Costa Brava come è successo in Spagna, perché questo tipo di turismo di medio e basso livello porta poca ricchezza ed ha forti impatti sul territorio e l’ambiente. Piuttosto si tratterebbe di fare un’operazione diversa, incentivando un turismo di medio ed alto livello che porta molta più ricchezza, come dimostrano le esperienze che si sono realizzate negli ultimi anni in alcune aree della Puglia, della Campania e della Sicilia. Ma sono delle isole, delle oasi, che dovrebbero diventare l’esempio al quale  guardare per una strategia complessiva di rilancio del turismo al sud. Per fare questo, però, c’è bisogno di creare delle corsie preferenziali dal punto di vista burocratico. Ecco perché parlavo di nuova legge obiettivo. In sostanza, chiunque, italiano o straniero, volesse investire capitali rilevanti nel settore turistico al sud dovrebbe poter contare su un contesto a burocrazia zero. Questo perché il turismo è  il settore che più di altri può innescare uno sviluppo duraturo al sud, purché sia di qualità. Conosco degli imprenditori, alcuni anche molto importanti, che avrebbero voluto realizzare investimenti rilevanti nel settore turistico al sud, ma che non l’hanno fatto perché spaventati dalla quantità di veti incrociati che le diverse amministrazioni sono capaci di contrapporre ad un’idea imprenditoriale.  Una seconda arma che il sud ha in mano sono le università. Nel Mezzogiorno ci sono buone università ed ottime facoltà scientifiche, ma il problema è connetterle col mondo produttivo. Addirittura sarebbe auspicabile attrarre investimenti su produzioni ad alto valore aggiunto, per le quali conta molto la ricerca scientifica applicata. Io verrei, innanzitutto, che una serie di grandi imprese, di multinazionali, potessero venire al sud perché attratte dalla qualità delle sue università, soprattutto di quelle scientifiche, poi auspicherei che i giovani del sud, rimanendo al sud, grazie anche al fatto che hanno queste buone università, scegliessero sempre di più facoltà di tipo scientifico e tecnologico, quelle che possono garantire maggiormente un futuro per loro e, come dicevo prima, un’attrattiva per le produzioni ad alto valore aggiunto. Come incentivare i giovani a scegliere queste facoltà? Non facendo pagare loro tasse universitarie. Ecco, queste in sintesi le proposte che ho formulato nel libro per il rilancio dell’economia meridionale.

C’è stato un momento in cui anche tra i meridionali si è pensato che il federalismo potesse contribuire a risollevare le sorti del Mezzogiorno, “responsabilizzando” le sue classi dirigenti. Cosa pensa lei al riguardo?

Penso che si tratti di un’altra illusione pericolosissima, purtroppo, perché all’interno del settore pubblico i soggetti che hanno speso peggio i loro denari sono proprio le regioni, gli enti su cui si basava il federalismo fiscale, e le province, gli enti locali. Sono quelli che hanno dimostrato di sprecare di più e di spendere peggio il pubblico denaro, in assenza di controlli da parte della Corte dei conti sulla loro spesa pubblica. Si pensi poi alla partita dei fondi strutturali europei, all’incapacità, o all’impossibilità, addirittura di impegnarli per investimenti a favore dello sviluppo. Credo, in sintesi, che si sia trattata di un’illusione pericolosa e dannosa che va assolutamente cancellata per il futuro.

Da giovane meridionale di “successo”, se mi passa il termine, cosa consiglierebbe ad un giovane del Sud che ha appena terminato i sui studi?

Gli consiglierei di inseguire le sue passioni, di cercare di realizzare qualcosa che oggi non c’è, evitando di pensare solo al posto fisso, che è stato un mito per le generazioni precedenti, di rischiare un po’ di più, naturalmente se può, con un’idea imprenditoriale propria ovvero coltivando una passione, anche se la stessa potrebbe apparire in un primo momento difficile da realizzare. La capacità di rischiare, di osare, è forse l’ultima arma che è rimasta ai giovani meridionali. Solo in questo modo potranno migliorare se stessi e, al tempo stesso, le condizioni socioeconomiche del Mezzogiorno.