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Giovedì, 21 Novembre 2019

La sfida dei media nel Mediterraneo

Il “ Mediterraneo in fiamme “, un’area geografica così vicina, ma anche così lontano e spesso incomprensibile, a guardare quel che accade da qualche tempo. Dopo l’illusione delle “ primavere “ che sono diventate estati roventi, o l’inganno di vedere spuntare l’alba mentre le speranze tramontavano, prima in Libia, poi in Tunisia e dopo in Egitto, si torna punto e a capo. Sappiamo poco però di quel che succede davvero oltre i bagliori delle battaglie e le immagini terrificanti di mori innocenti. Sappiamo quel che raccontano i media occidentali e gli analisti delle intelligence delle maggiori potenze mondiali, Stati Uniti e Russia in primo luogo. Ma quasi sempre si tratta di informazioni parziali che suscitano reazioni contraddittorie, come accade nel caso della Siria. Sullo sfondo di queste nuove guerre arabo-mediterranee si registra però uno scontro inedito che riguarda la sfida tra i media e le antenne televisive che hanno ormai una parte attiva nei conflitti. In campo ci sono “ Al Jazeera “, l’emittente del Qatar, “ Al Arabiya “, televisione di proprietà saudita e “ Nile Tv “, canale satellitare egiziano. Televisioni tutte schierate. Da una parte e dall’altra delle piazze e delle fazioni. E’ proprio il mosaico televisivo arabo che aiuta a capire se non le situazioni, almeno gli schieramenti e il peso delle forze in campo dove le piazze ribollono.  Ma anche nell’area arabo-mediterranea, l’irruzione delle nuove tecnologie che offre nuove possibilità di comunicazione, inimmaginabili solo fino a poco tempo fa, sta cambiando il panorama mediatico arabo.
Social media, blog, ma anche tanta radio e televisione regionale, sono alla base dei cambiamenti politici e sociali  nella “ regione araba “ . Negli ultimi anni le produzioni televisive sono esplose per quantità, peso mediatico e soprattutto per capacità d’influenza negli stili di vita e nella formazione dell’opinione delle masse arabe.  Uomini, donne, amori, storie familiari, scene di vita nelle grandi metropoli arabe, hanno,  sullo sfondo, i fatti del nostro tempo: il terrorismo, l’emigrazione in Occidente, la jihad, la religiosità islamica.
La rappresentazione che lega vicende e personaggi inventati a dimensioni reali e a tragedie del nostro tempo, riflette la varietà delle posizioni dell’universo arabo. L’Occidente, come conferma un sondaggio Gallupp di qualche tempo fa, conosce poco, anzi quasi nulla, dello sterminato universo mediatico arabo, che non è relegabile alle sole Al Jazeera e Al Arabiya, le televisioni più conosciute, ma è una galassia articolatissima, fatta di oltre 500 canali, nazionali e transnazionali, supportati da fornitori di contenuti: reality show, soap opera, film, documentari, service news. Una industria, rilevante per fatturato e peso culturale, se si considera che le masse arabe sono forti consumatrici di televisione,molto più degli occidentali. Una caratteristica decisiva, del giornalismo arabo, è nel poter contare su una sostanziale unità linguistica che l’Occidente, per quanto pervaso dall’inglese, non ha ancora conseguito oltre gli strati molto colti della popolazione. L’arabo è la lingua ufficiale di 24 Paesi, parlata da più di 200 milioni di persone. Un notiziario, o una soap opera algerina, vengono seguiti e compresi dall’operaio egiziano e viceversa. Non lo stesso accade fra francesi, tedeschi, italiani, spagnoli, tanto per fare un esempio. La media di telespettatori che si sintonizzano sulle frequenze di Al Jazeera viene stimata intorno a 35 milioni di persone (di cui 200 milioni negli Usa). L’emittente del Qatar, insieme ad Al Arabiya, l’altro grande network, contribuisce a diffondere una sorta di panarabismo culturale. L’universo mediatico arabo si espande con i new media, capaci di interconnettere tv satellitari, pc, telefonini. Questa galassia si sta muovendo con il fine strategico di diffondere progetti politico-culturali e politico-ideologici con cui l’Occidente dovrà fare i conti. Ma quali sono i giornali più cliccati nel Medio Oriente? Per rispondere a questa domanda, la rivista internazionale in lingua araba Forbes-Middle East ha condotto una ricerca che analizza non solo i trend dei siti web, ma anche quelli dei social media. L’iniziativa ha consentito di cogliere i cambiamenti importanti nel campo dell’informazione araba e di capire come i nuovi mezzi di comunicazione digitali stiano acquisendo sempre maggiore importanza, rafforzando le testate cartacee che hanno potenziato le loro pagine web, aumentandone la competitività. In cima alla classifica dei siti dei giornali più visitati si trovano due fogli egiziani formati da Al-Ahram, al primo posto, e Al-Yowm al Saba’a, al secondo. Seguono l’algerino Al- Shuruq al-Yowmiy ,  i sauditi Al-Riayd e Akazha e poi  Al-Ray’i, Kuwait, Al- Emarat al-Yowm e Al- Bayan, Emirati Arabi e il libanese Al- Safir. In basso alla classifica si trovano Gulf News degli Emirati Arabi Uniti.  E l’ omanita Al-Ru’iya che è il fanalino di coda.  Con sette quotidiani, il Kuwait è in testa alla lista dei paesi più ricchi di testate cliccate, seguito dall’Arabia Saudita – dove primeggia Al-Riyad, con 123,9 milioni di visite e 35,5 milioni di visitatori unici- e dagli Emirati che presentano sei quotidiani ciascuno. Terzo il Libano con cinque testate. Seguono l’Egitto, la Giordania e il Bahrein con tre testate ciascuno e la Palestina con due. Infine si trovano Qatar, Iraq, Omman, Libia, Algeria e Yemen che si presentano con un solo giornale. La sfida sui siti web dei canali televisivi si gioca tutta sulle principali emittenti panarabe: Al-Jazeera e Al-Arabiya. Recentemente più di tremila giornalisti arabi, riuniti a Dubai, hanno dato vita ad un forum sui media arabi, per iniziativa del Dubai Press Club, una delle organizzazioni di giornalisti più attiva in Medio Oriente, creata con il patrocinio di sheik Mohammed Bin Rashid al Maktoum, emiro di Dubai, anche vice presidente e primo ministro degli Emirati. Molta attenzione, al Forum, è stata dedicata al ruolo e l’utilizzo dei social media. E’  solo grazie ai social network che le ormai presunte primavere arabe ci sono state raccontate, come hanno riconosciuto gli stessi  giornalisti della carta stampata . “I social media non sono un’alternativa a quelli tradizionali. Possono al massimo completarli, ma servono maggiori qualifiche per quanti li usano professionalmente”, come sostiene Nadia Abou El-Magd, giornalista pronta a lanciare il canale egiziano di Al-Arabiya. Ad inaugurare il Forum è stato il discorso dell’imam di Al-Azhar, la massima autorità dell’Islam sunnita che risiede al Cairo. Nel suo intervento di apertura, oltre a chiedere ai giornalisti di adottare un linguaggio che non provochi scontri settari di alcun genere, sheikh Ahmed al-Tayeb ha invitato i protagonisti del mondo della comunicazione a usare l’arabo classico per evitare che la lingua del Corano venga dimenticata e sostituita dai dialetti locali. La sfida con i media occidentali è appena cominciata.