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Martedì, 28 Gennaio 2020

La “proletarizzazione dell’anima” nell’età mediale e multimediale

Nel suo libro “Un popolo di frenetici informatissimi idioti”, Franco Ferrarotti fa sentire in modo marcato l’allarme “obesità catatonica” che grava sulla società globale,“medializzata” ed eterodiretta. Un pericolo, quello dell’”uomo patata” che sprofonda nella sua poltrona di fronte alla tivù, denunciato già dagli anni ’50, quando il sociologo piemontese, autore del recente Un popolo di frenetici informatissimi idioti, discuteva sugli effetti dei New Media con David Riesman, all’Università di Chicago.

Franco Ferrarotti


Fin da allora si prospettava uno scenario inquietante, popolato da uomini e donne che subivano - subiscono - inconsapevolmente e dunque acriticamente, gli effetti di una tecnologia che fa prevalere ”lemotività primitiva contro il ragionamento”(op. cit., pag. 13).
Il passaggio dall’ homo legens - e sapiens - all' homo videns ha indotto, infatti, una “modificazione antropologica” (Giovanni Sartori), che, a sua volta, ha determinato una regressione collettiva tale, da degradare, o annullare, la capacità di razionalizzare, e comprendere, ciò che si vede e si ascolta. Accade sempre più spesso che il virtuale si sostituisca al reale, e contrabbandi come “verità” ciò che, invece, è finzione, inducendo ottiche, convinzioni, e comportamenti, “pilotati”, appunto.
Il fenomeno, di chiara portata epocale, è stato scandagliato da intellettuali come Pasolini, Popper, Bloom; è stato oggetto di film,  Matrix (1999), The Truman show (1997), oltre che, ovviamente, di analisi sociologiche, una per tutte quella di Marshall Mc Luhan, (in Understanding Media: The Extensions of Man : “Non sei tu che guardi la tv : è lei che guarda te, e riversa in te quella energia che paralizza l’occhio”). La denuncia del determinismo tecnologico ha trovato “luogo” anche nel teatro contemporaneo, in Circuito Chiuso (1985), forse il lavoro più importante, e “profetico” (così Rita Cirio e Masolino D’Amico), del drammaturgo di origine calabrese Rocco Familiari.
In Circuito Chiuso : “il mondo è quello che rappresentiamo... Il resto non esiste … le idee la gente le assorbirà in modo naturale. Esse dovranno corrispondere in maniera perfetta ai desideri palesi e a quelli repressi … influenzare la psiche … non reagiranno contro questa forza occulta … non sapranno dove puntare le armi. Si può combattere un nemico visibile … non un’ombra, un fantasma”.
In The Truman Show: “Quello che vedi è ... semplicemente controllato.”
In Matrix:  “Quello che sembra essere un mondo reale, è invece virtuale, generato da macchine che tengono prigionieri gli uomini”.
Ecco: “prigionieri”, “irretiti”, sono definizioni che corrispondono all’accezione etimologica del termine “idioti” che Ferrarotti utilizza nel suo libro. E sono coloro che non si rendono conto della “tagliola” (raffigurata nella copertina del libro a mo’ di corona (sic!)…, che “accoglie” un computer portatile, peraltro fermamente “connesso” alla tagliola …) che stringe la loro mente, e che, paradossalmente, offre una magica illusione di libertà, e un inquietante delirio di “conoscenza” ….
Contestualizzando ulteriormente le osservazioni sociologiche contenute in Un popolo di frenetici informatissimi idioti, non dobbiamo dimenticare che nel 1997 anche Sesso e Potere, il film di Barry Levinson, aveva affrontato il tema della manipolazione dell’opinione pubblica da parte di chi controlla i media: vi si narra la messa in scena di una finta guerra, “curata” dagli addetti alle pubbliche relazioni di un presidente degli Stati Uniti, e progettata a tavolino per distogliere l’attenzione da uno scandalo sessuale che aveva coinvolto il presidente; vengono, così, fabbricate notizie false, servizi televisivi falsi, addirittura un finto reportage del teatro di guerra, realizzato in uno studio cinematografico.
Su questi temi, e simili, Noam Chomsky è illuminante.
Se poi, a ciò si aggiungono i guasti di un cattivo uso di Internet - che peraltro, secondo Ferrarotti, è pressoché inevitabile ai neofiti e ai fanatici del web - ecco esplodere ”la grande pattumiera planetaria e paratattica in cui giovani e giovanissimi adolescenti, ma anche giovani adulti, vanno quotidianamente, affondando”.Qui, alla logica del libro - che è in declino, sì, ma tutt’altro che scomparso (come succedeva nei monasteri, che erano i luoghi di cultura all’epoca delle orde barbariche …) - basata sulla concentrazione e sulla riflessione, si sostituisce, ruvida e prepotente, la “logica” dell’audiovisivo, in cui “cade il vincolo logico. Si ignora l’antefatto. Tutto è schiacciato sul presente.” (op. cit.).
Ciò annulla il sapere critico anche a livello di quotidianità, di relazioni interpersonali o allargate; per non parlare, poi, delle valutazioni di natura politica.
Ed ecco il “popolo di informatissimi, frenetici, idioti, che sanno tutto e non capiscono nulla. Come mai? “ (op. cit., pag. 12).
L’analisi di Ferrarotti non trascura la scuola, che “fa i cittadini”(cit.). Ma “la scuola arranca, fra studenti che cliccano, ma non studiano”, e che, sul web, colgono “tutto sullo stesso piano, acriticamente, in modo paratattico, dai discorsi del Papa, alla pornografia alla violenza”(op. cit. pag. 13). Per Ferrarotti “i media informano, ma soprattutto deformano, o trasformano, facendo prevalere l’istintivo, l’elementare, l’emotività primitiva contro il ragionamento” (cit.) .
Ovviamente, il sociologo non manca di stigmatizzare una scuola che sollecita sempre meno all’esercizio della memoria (anche cognitivamente intesa), e che inneggia a tablet e affini.
Chi scrive, intervenendo in Consiglio regionale, nel 2012, alla Tavola Rotonda “La scuola tra Riforme Istruzione e Formazione”, ha manifestato la sua immensa perplessità nei riguardi della “politica” di marcata digitalizzazione - tablet, LIM .., insomma il profumiano “Hub di conoscenza” ...- osannata dai sempiterni modaioli come “adeguamento ai tempi”. E che, invece, è il frutto (peraltro caduto dall’albero …) della sudditanza dagli Usa nelle politiche formative. O meglio, “deformative”, secondo la dizione di Ferrarotti. E del resto, come evidenziano i cognitivisti, i filosofi e gli antropologi, nell’apprendimento digitale, l’attenzione è "a macchie", "a balzi", il che fa scomparire la sequenzialità che è legata al" pensiero procedurale", e fonda il pensiero critico. Dunque, con la digitalizzazione dei processi di apprendimento, la forma mentis subirà sempre più – ma ha già subito... - cambiamenti nefasti.
William B. Yeats  scriveva che “Educare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco”. Però, certe "politiche (de)formative" sembrano manifestare la tendenza a mettere in secondo piano, la crescita umana dello studente. Scrive Ferrarotti “e’ richiesto lo sgretolamento dell’individuo autonomo. E’ necessaria, come precondizione necessaria al dominio amministrativo sulle persone come se fossero cose, la proletarizzazione dell’anima, la forma più raffinata di sfruttamento che coincidee consolida la schiavitù volontaria “ (op. cit., pag. 25) .
Ma questo, è un “grido di allarme che non si fa illusioni. Non sarà ascoltato. Quest’epoca avrà il malessere del benessere che si merita”.  Parola di Franco Ferrarotti.

Zina Crocè