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Sabato, 29 Febbraio 2020

Vento noir – Quelli del ’58

Intervista a Filippo Ambroggio, autore di Quelli del ‘58, uno dei racconti contenuti nell’antologia Vento noir, curata da Cristina Marra e pubblicata da Falco editore. L’esordiente reggino è un agronomo di professione, impegnato in associazioni che si occupano di problematiche territoriali ed ambientali quali: il "Circolo Culturale Terra Nostra" di Oliveto di cui è il socio fondatore, il "Comitato Vallatadel Valanidi" nella carica di presidente e il CO.VIA.SI (Comitato Viabilità Sicura), in veste di membro del Coordinamento.

Filippo Ambroggio


Ha inoltre pubblicato saggi di carattere scientifico e divulgativo in riviste o siti web come, ad esempio, Calabria Sconosciuta e Tropeaonline.it.
L’incipit del racconto è uno squarcio storico sulla città di Reggio Calabria durante gli anni Settanta, nel vivo della Rivolta. Contemporaneamente agli episodi del centro cittadino, nell’immaginaria Castagneto, un gruppo di ragazzi, capitanati dai venticinquenni Peppe Germanà e Nino il Gazzusàro, decidono di fare una colletta per costruire un campo di calcio nel paese e di formare una squadra giovanile da affiliare alla FGC per disputare il campionato NAGC (Nucleo addestramento giovani calciatori) riservato ai nati tra il ’57 e il ’58.
Punti di forza del Castagneto, i fratelli Sciaffèrri Natino e Angelo e il loro cugino Umberto, protagonisti, assieme ai loro padri, del racconto. Il susseguirsi delle partite di campionato, puntellato dalle vittorie del Castagneto, è interrotto da un evento tragico ad opera dei due «mangiapane a tradimento» del paese: Sartàna e Chopper, ventitreenni annebbiati dal mito americano del West e di Easy Rider. Sarà il caldo Libeccio che «mai beni fìci», a “riequilibrare” le sorti della vicenda.
Brevi ma numerose digressioni storico-romanzesche, geografiche e dei costumi della Calabria degli anni Settanta e non solo, arricchiscono questo racconto noir, aumentano la suspense e accompagnano lo svelamento del mistero. La scrittura è fresca e asciutta, valorizzata dall’uso sporadico ma inevitabile di alcuni termini o modidi dire del dialetto nostrano.

Il racconto s’intitola Quelli del ’58 ma, in realtà, contiene le vicende di diverse generazioni di uomini, ciascuna legata agli eventi del tempo che gli appartiene. Dei protagonisti viene ricostruita una parte sostanziosa del loro albero genealogico; nella loro vita, come in quella di ciascuno di noi, quanto incide la storia dei padri e/o di quello che siamo stati e abbiamo vissuto?

Nella vita dei protagonisti del mio racconto - come ovviamente in quella di tutti noi - la storia familiare incide molto. Per ciò che mi riguarda, ci sono ovviamente i ricordi legati all’infanzia, all’adolescenza, alla gioventù passata ad Oliveto, un paesino del Comune di Reggio Calabria dove sono nato e dove vivo tuttora. Fino alla metà degli anni Settanta, in questo villaggio, in estate, la vita sociale si svolgeva sulle panchine della piazza, nelle viuzze (le rùe) e in inverno invece, si spostava nei frantoi, nelle osterie (le putìe) dove si chiacchierava, si giocava a carte ed era facile imbattersi in un gruppo di ragazzini che ascoltavano il vecchietto di turno che “interpretava” il ruolo del narratore. In questo contesto, era vivissima la tradizione orale, con il narratore che raccontava le storie dei briganti, dell’emigrazione all’estero o al Nord Italia, delle battaglie che si erano combattute nelle due guerre mondiali, addirittura quelle della guerra in Libia. E ancora, aneddoti che riguardavano la vita agreste, storie di gioventù, di superstizioni, di credenze popolari. Da lì ho preso qualche spunto per il mio racconto, messo in evidenza dai flashback generazionali; la storia dei nostri avi è perciò il filo che lega insieme tutte le vicende della nostra vita.

Il gioco del calcio ha quasi una funzione salvifica per alcuni dei ragazzi del suo racconto, unasorta di forma collettiva di riscatto. Cosa rappresenta lo sport per questi giovani calabresi degli anni Settanta?

Lo sport, il calcio… anche qui si innescano un mare di ricordi. A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, quando ancora non esistevano computers, I-pad o videogames, i giochi all’aria aperta e lo sport - con il calcio ovviamente in primo luogo - rappresentavano l’unica forma di svago per gli adolescenti. Oltre a ciò, sperare di diventare un vero calciatore era il sogno proibito - ed anche oggi lo è - di tutti i ragazzi. Mi sono commosso a vedere in RAI la fiction “Il grande Torino” perché quello era il calcio di un’altra epoca, passionale, romantico, a volte sentimentale.
Tanti vedevamo il calcio anche come uno strumento di riscatto, di affrancamento, di liberazione da una condizione economica spesso non proprio floridissima. Inoltre, il calcio che si viveva in quegli anni era completamente differente rispetto a ciò che è oggi. Basti pensare al calcio professionistico di quel periodo, la Serie A, la Serie B, la Nazionale. Non esisteva lo “spezzatino” - cioè le partite “spalmate” su quattro giorni, dal venerdì sera al lunedì sera - che è nato per soddisfare le esigenze commerciali delle pay-per-view, piuttosto il calcio dell’epoca si viveva la domenica pomeriggio tra le reti radiofoniche e televisive della RAI.
C’era poi il calcio “minore”, quello che si giocava in campi di fortuna, sul greto delle fiumare e negli orti abbandonati che lasciavano spazio ai palazzoni dei nuovi quartieri che sorgevano nelle periferie delle città. Oggi in ogni quartiere, in ogni paese, in ogni frazioncina, esiste la “Scuola calcio” con il fondo in sintetico, dove per “imparare” a giocare al pallone i ragazzi pagano una retta mensile. Questo oggi - quasi sempre - è un business per i titolari di queste strutture e personaggi del mio racconto come Nino Germanà o il Gazzusàro non esistono più. Adesso esistono altre figure. L’istruttore, il preparatore, il procuratore.
C’è, però, una differenza fondamentale: i ragazzi della mia generazione sapevano che diventare calciatori professionisti era quasi una chimera e perciò, a vent’anni, appesi gli scarpini al fatidico chiodo e lasciate le velleità calcistiche ognuno si dedicava alle attività che, in età adulta, gli avrebbero consentito di guadagnarsi il pane. Perciò si studiava, si imparava un mestiere, si andava a lavorare. Magari si continuava a giocare fino a quarant’anni, ma esclusivamente per passione. Oggi invece tantissimi ragazzi vivono le grandi illusioni.

Definisce molto bene i ruoli dei protagonisti e degli antagonisti della vicenda ma fa in modo che i loro destini vengano accomunati dallo stesso atto di sangue. Di certo, i moventi che spingono i ragazzi al gesto estremo di compiere un omicidio (cioè la noia da una parte, la vendetta di un’atroce sofferenza subita dall’altra) sono ben diversi, ma non giustificano in nessun modo la nefandezza del gesto compiuto. Sembra piuttosto che Natino, Angelo e Umberto, siano vittime, doppiamente, di un fato, o meglio, di un modo di agire per difendere l’onore da cui non si possa prescindere…

Il loro gesto - che, ovviamente, è accaduto solo nella finzione letteraria - è gravissimo e ingiustificabile. Ovviamente sono vittime di un destino che - ripeto, se la storia fosse stata reale - avrebbe sconvolto le loro vite. Purtroppo, oggi, la società calabrese (e non solo calabrese) è percorsa da un fremito di violenza che ci sconvolge. Un malinteso senso dell’onore porta tante persone a commettere atti atroci. In Quelli del ‘58, i cugini Sciaffèrri si avviano a vivere un’adolescenza spensierata e poi, loro malgrado, si trovano catapultati in una vicenda che li vede protagonisti di un orrendo fatto di sangue. In ciò, anche il caso, il destino, le fatalità, si divertono a giocare con le vite delle persone. E tutto questo spesso avviene, purtroppo, anche nella vita reale. Ed, infine, anche Sartàna è una vittima delle tessere che la sorte mette nel mosaico della vita di tutti noi.

Ci sono molti riferimenti di cultura e costume della Calabria degli anni Settanta, immagino che almeno qualcuno lo abbia vissuto in prima persona o tramite racconti indiretti e che se lo porti dietro dalla sua infanzia

La cultura ma soprattutto i costumi calabresi dei primi anni Settanta ancora erano abbastanza immuni da contaminazioni esterne perché i mezzi di comunicazione non avevano quella penetrazione pervasiva che li caratterizzano oggi. La televisione era rappresentata da due canali RAI e i giornali avevano un’autorevolezza che oggi è rara.
Naturalmente ho vissuto in prima persona tanti fatti, a partire dei ricordi legati alla rivolta di Reggio del Settanta a cui accenno nell'incipit. Ero in terza media e i ricordi che ho della rivolta sono vivissimi. Ho negli occhi la scena dei blindati che attraversavano il quartiere Sbarre dove vivevano i miei zii. In quel periodo i candelotti lacrimogeni esplosi dai celerini erano un souvenir abbastanza diffuso tra gli adolescenti.
E poi, il calcio giocato nelle fiumare e nei campetti di periferia. Giocavo da portiere (come Ciccio nel racconto) e andavo fiero della maglia di Bruno Jacoboni, il portiere della Reggina che un mio amico mi aveva procurato grazie alle buone relazioni con il magazziniere delle squadra amaranto.
E poi ancora le moto. Avevo scritto una lettera alla Honda Italia chiedendo dei poster e, con mia grande sorpresa, dopo qualche giorno mi arrivò un plico dei tanto agognati manifesti. Ed infine, l’Aermacchi del racconto è davvero esistita.

Com’è nata la sua passione per la scrittura e per il noir?

La mia passione per la scrittura risale al periodo della mia adolescenza. Da ragazzo scrivevo racconti surreali che chissà dove sono andati a finire, ne ricordo uno che parlava del rapimento di un cantante folk per la cui liberazione si chiedeva alle autorità il divieto assoluto di farlo esibire sui palchi. E poi, sceneggiature per commedie dialettali che i miei amici rappresentavano, articoli di cronaca sui giornali locali. Poi, in età più matura, in corrispondenza con la fine degli studi universitari, l’inserimento nel mondo del lavoro e la formazione della mia famiglia, ho scritto degli articoli scientifici e divulgativi su tematiche ambientali e naturalistiche. Nel 2007, come San Paolo, la folgorazione sulla via di Damasco quando ho scoperto la serie “Noir” di Repubblica. Da lì in poi ho cominciato a scrivere per il puro piacere di farlo. Non immaginavo che un giorno una mia “opera” potesse essere inserita in un’antologia prestigiosa come Vento Noir.

Dunque cosa si prova a vedere il proprio nome accanto a quelli di alcuni maestri del genere e cosa prevede per il suo futuro di scrittore?

Una soddisfazione immensa. Vedere il mio nome accanto a quello di maestri come de Giovanni, Martigli, Debicke van der Noot, non può che farmi enormemente piacere. Sempre, però, camminando coi piedi ben saldi per terra e con la testa sulle spalle. Riguardo la seconda domanda, ho scritto un romanzo (che spero di pubblicare presto) dove il calcio è lo sfondo e la musica rock è la colonna sonora di una storia che vede protagonisti quattro ragazzi reggini nel ventennio che va dal 1988 al 2008. E poi, alcuni racconti ambientati nell’immaginaria Vallata del Serravìti, senza però un protagonista fisso.

Per concludere, le porgo la stessa domanda fatta ad Assunta Morrone in una precedente intervista: quanto è stata importante la visibilità datale dal Festival del Giallo di Cosenza, organizzato da Cristina Marra e cosa si aspetta da una prossima edizione?

Cristina Marra - oltre che essere una splendida persona - è un’organizzatrice appassionata, precisa e infaticabile. Il Festival del Giallo è una vetrina prestigiosissima, che ha avuto luogo nella nobilissima città di Cosenza, cui rendo omaggio, in un contesto intrigante e avvincente. La stessa location del festival, la piazza XV Marzo con il teatro Rendano e il palazzo della Provincia, l’atmosfera magica e seducente del centro storico cosentino, lo hanno reso affascinante ed avvincente. Ed anche conoscere persone di grande spessore è una cosa che mi ha dato immensa soddisfazione. Adesso Cristina sta facendo conoscere Vento Noir in tutta Italia, la presentazione della raccolta al Salone del Libro di Torino è stata un’altra tappa di un viaggio affascinante e prestigioso. Abbiamo anche presentato l’antologia all’Istituto della Biblioteca Calabrese di Soriano Calabro. Conoscendo Cristina Marra sono certo che la prossima edizione avrà un successo ancora più travolgente.