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Lunedì, 18 Novembre 2019

La traiettoria del lavoro: “Vivo in Louisiana, ma non torno in Calabria"

Paolo Chirumbolo è un calabrese dell’esodo, autore di “Letteratura e lavoro. Conversazioni critiche”.  Quanti progetti, quante iniziative, quanti luoghi anche in Calabria sono oramai caratterizzate dal termine Job. Una parola che sembra essere entrata nel linguaggio corrente italiano: perdinci, job, lavoro.
In realtà le cose non stanno esattamente così, sono un po’ più complesse.

Paolo Chirumbolo


Mi è dovuto piovere tra le mani un libro sorprendente, piacevolissimo ma crudo, che si muove con leggerezza e in maniera convincente tra diverse discipline, psicologia, sociologia, letteratura, storia, cinema, persino autobiografia, per farmi scoprire che è stato il nuovo capitalismo flessibile ad aver cambiato non solo il significato profondo del lavoro, ma anche le stesse parole per definirlo. Lo rileva il sociologo Richard Sennet che spiega che se una volta il termine più applicato al mondo del lavoro era quello di career (carriera), letteralmente “strada per carri”, un termine dunque che metaforizzava la direzione che era necessario seguire per tutta la vita, ora, con l’avvento dell’economia flessibile, il termine più usato è diventato job, parola che nella lingua inglese del Trecento significava “blocco”, “pezzo”, in quanto durante la propria vita le persone sono chiamate a svolgere “blocchi” o “pezzi” di lavoro o mansioni.
La rivelazione è contenuta nel libro Letteratura e lavoro. Conversazioni critiche, Rubbettino, 2013, scritto da un calabrese dell’esodo, Paolo Chirumbolo.
Quarantatre anni di Lamezia Terme, Paolo Chirumbolo ha conseguito la laurea in lingue straniere presso “La Sapienza” di Roma.
Si è poi trasferito in Canada dove ha studiato presso la University of Toronto conseguendo un MA e in PhD in Italian Studies. Ha insegnato lingua e cultura italiana presso la University of Toronto e la McMaster University di Hamilton.
Attualmente è Assistant Professor e Direttore del Programma di italiano presso la Louisiana State University.
Per Rubbettino ha pubblicato Tra coscienza e autocoscienza. Saggi sulla narrativa degli anni Sessanta. Volponi-Calvino-Sanguineti (2009) e per la University of Toronto Press ha curato con Luca Somigli e Mario Moroni, la raccolta di saggi Neoavanguardia: Italian Experimental Literature and Arts in the 1960s (2010).
Sta attualmente curando una raccolta di saggi critici su Sanguineti dal titolo Edoardo Sanguineti: Critical Perspectives.
Lo incontro a Lamezia dove si trova in vacanza.

Come nasce il tuo interesse per il mondo del lavoro? Mi pare ci sia molto di autobiografico …

Credo sia una traiettoria comune per molti della mia generazione. Da quando mi sono laureato sono ossessionato dal tema del lavoro. Ho vissuto con l’angoscia del lavoro che mi ha spinto a cercare fuori dall’Italia la mia strada. Ero frustrato, arrabbiato, l’incertezza del futuro mi terrorizzava. Terminata l’università ho sperimentato il precariato di piccoli lavori fino a quando, nel 1998, ho fatto il salto nel buio: dottorato a Toronto in italianistica. Mi mancava solo la valigia di cartone. Ma oggi dico che è stata la migliore decisione.

Nessun rimpianto dunque?

In realtà nel 2001, quando è stato bandito l’ultimo concorsone per l’insegnamento vi ho partecipato e sono risultato anche vincitore di cattedra, a Soverato. Stavo ancora terminando il dottorato a Toronto e quindi ho avuto mantenuta la cattedra. Terminato il dottorato la scelta era o tornare per sempre in Calabria ad insegnare oppure continuare all’estero perché nel frattempo mi era stato offerto un posto per un anno alla McMaster University di Hamilton. Ho sceltola passione, sono rimasto all’estero.
Credo che in questa scelta abbia anche inciso l’impatto con i professori, che è stato bellissimo, un rapporto quasi paritario. L’aurea che c’è in Italia del professore universitario è molto meno visibile in America. Credo di avere assorbito questa lezione nel rapporto che oggi ho con i  miei studenti.
A Toronto mi sono trovato a casa dopo una settimana. Ci sono molti italiani è una bella città e si vive bene. In Lousiana è un po’ diverso. Baton Rouge è una città difficile logisticamente e non c’è comunità italiana. Ma ci sono tante possibilità. Sinceramente non muoio dalla voglia di tornare anche se mi sento profondamente calabrese come identità.

Parliamo del libro. O meglio dei libri, perché il volume è organizzato in maniera originale. Una prima parte in cui fai il punto sulla nuova narrativa del lavoro in maniera interdisciplinare. La seconda parte in cui intervisti diciotto autori che hanno incentrato la loro produzione letteraria sul mondo del lavoro. Ne ricordo solo alcuni: Angelo Ferracuti, Lanfranco Caminiti, Simona Baldanzi, Silvia Avallone, Michela Murgia, Marco Rovelli, Giovanni Accardo, Nicola Lagioia, Massimo Lolli ... Ma non era scomparso il tema del lavoro?

Si, sembrava che il tema del lavoro fosse scomparso. Credo che a riportarlo al centro dell’attenzione sia stato prima la lunga e ancora inarrestabile serie delle morti sul lavoro e poi la crisi economica per tanto tempo ignorata se non negata. Per fortuna la letteratura italiana ha saputo raccontare questo fenomeno. Ma c’è stato bisogno che la realtà prevalesse sulla sua mistificazione perché molti di questi romanzi trovassero la loro giusta evidenza. Lo stesso è accaduto con il cinema anche se la produzione sul tema è fatta soprattutto da documentari, poco conosciuti perché poco promossi.

In effetti leggendo il libro si rimane sorpresi dal numero delle opere che affrontano il tema del lavoro e dalla tua capacità di offrirli in una visione organica. Ma è così trattato anche all’estero o è un fenomeno solo italiano?

Ho impiegato cinque anni per portare a termine il lavoro perché nel frattempo c’era da leggere qualcosa di nuovo, un nuovo romanzo, un nuovo saggio, vedere un nuovo film. Mi dispiace non aver potuto inserire anche il testo di un calabrese, Giovanni Parrotta, che ha scritto “Meglio morti che precario” perché è uscito dopo che avevo terminato di scriverlo.
Mi pare che in America questo tipo di letteratura non è ancora emersa. O meglio si parla molto del mondo finanziario, dei dirigenti, ma poco degli operai. Non vorrei generalizzare ma questo accade forse perché c’è più intrapresa, più individualismo. In America se vivi un conflitto con il lavoro il problema non è del contesto ma dell’individuo. Sei tu padrone del tuo destino. E’ come se la precarietà facesse parte del gioco ma perché le opportunità sono diverse.

Cosa prevale in questi romanzi?

C’è sempre l’elemento del lutto, l’angoscia, la morte. Mentre i nostri genitori potevano pensare in termini di traiettoria di vita oggi prevale l’incertezza, il realismo del quie ora. Non è un caso che la maggior parte della narrativa sul lavoro è fatta di racconti brevi, di documentari.
E’ come se l’uomo, costretto a vivere sempre al presente, in bilico tra un passato oramai scomparso, quasi mitico, ed un futuro che sembra non arrivare mai, si sia drammaticamente inaridito. In ogni caso il potere di questa letteratura mi pare la capacità di raccontare meglio di qualsiasi trattato di sociologia gli snodi essenziali di un’epoca. In realtà mi sforzo anche di dimostrare che la letteratura aveva anticipato tali fenomeni e forse il testo che emblematicamente inaugura la letteratura del lavoro del nuovo millennio è La dismissione di Ermanno Rea del 2002. Un romanzo che parla della fine di un’epoca e di una cultura e l’insorgere di una serie di sofferenze fisiche e psicologiche. Un romanzo profetico a suo modo.

Manca completamente, nel tuo lavoro il riferimento alla politica

Si, la politica rimane sullo sfondo. Ma non ce n’è bisogno perché si tratta di storie che raccontano soprattutto il fallimento delle Istituzioni, non solo della politica ma anche del sindacato, delle associazioni di rappresentanza. E’ una letteratura disturbante di suo, inquietante, che restituisce un’immagine dell’Italia tutt’altro che arcadica. Uno spaccato mostruoso e disperato. Ciò che inquieta è che non si capisce ancora verso dove sta andando l’Italia, quali forme avranno le nuove istituzioni.

E’ anche così l’Italia vista da fuori?

Una terra priva di leader politici di cui si avverte una certa decadenza. E’ come se continuasse a vivere di rendita, Dante, il rinascimento, le città d’arte, il cibo... Sono queste le cose che interessano ai miei studenti. Ma è una immagine sempre uguale a se stessa.

Nessuna speranza, dunque?

E’ la letteratura stessa che diventa, come afferma Desiati, il luogo in cui stare insieme e trovare quella solidarietà che ci tiene uniti e ci fa sentire meno soli. In questi romanzi c'è il senso e l'importanza della letteratura come spazio che consente l'esperienza empatica del dolore dell'altro.