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Mercoledì, 16 Ottobre 2019

Il carcere di Reggio Calabria? “Una città in continuo movimento”

A colloquio con Maria Carmela Longo, direttrice del carcere di Reggio Calabria. Una donna delle istituzioni che nel suo mandato “ci mette il cuore”. Ma non le manda a dire. E chiede allo Stato di assolvere al suo compito. Di A colloquio con Maria Carmela Longo, direttrice del carcere di Reggio Calabria. Una donna delle istituzioni che nel suo mandato “ci mette il cuore”. Ma non le manda a dire. E chiede allo Stato di assolvere al suo compito. Di dare le linee di indirizzo e di intervento per  una reale cultura sociale che si faccia carico dei bisogni dei cittadini.

Maria Carmela Longo Ph. Adriana Sapone


Il paradosso del carcere è che viene collettivamente percepito come un luogo avulso dal resto, perché chiuso dentro le mura. Ma in realtà diventa, sussidiariamente, un presidio statale del disagio sociale. E come tale, un luogo aperto a tutti. La direttrice Longo chiede allo Stato di offrire soluzioni preventive alla sofferenza umana e non intervenire solo dopo la commissione dei reati che, in quella sofferenza, spesso, trovano la loro genesi. La prevenzione sgraverebbe, inoltre, la società dai costi enormi di questo sistema, in cui, peraltro, proprio a causa del sovraffollamento, si affievoliscono le reali possibilità di applicazione del principio costituzionale di rieducazione della pena.

Qual è la condizione carceraria nel carcere di Reggio Calabria?

Il carcere di Reggio nasce nel 1930, secondo i canoni dell’epoca, con pochissimi spazi per le attività in comune. Ha risentito fortemente, soprattutto negli ultimi anni, della consistente attività giudiziaria e delle forze di polizia. Ospita persone in attesa di giudizio e ciò non consente di prevedere la durata della permanenza. Questo si traduce nell’impossibilità di fatto di una progettazione a lungo termine. Il carcere di Reggioè una città in continuo movimento. Ora è diverso da come sarà tra un’ora. Tutto cambia all’improvviso. È quindi una struttura che penalizza fortemente la condizione del detenuto, perché risale a cent’anni fa e per la condizione soggettiva dei detenuti. Ma queste due condizioni, fortemente limitative nella gestione del complesso penitenziario, non impediscono comunque di avere riguardo al presupposto essenziale, che ritengo prioritario e fondamentale, cioè il rispetto delle persone che ci sono affidate. In fondo, l’amministrazione penitenziaria ha questo compito: la custodia delle persone, senza avere, per fortuna, l’onore o il compito di valutarle. Deve custodire e ricostruire una persona. Il reato rimane fuori dal cancello. Per ogni persona va attuato un percorso individuale, tarato sulla storia personale e familiare di ciascuno. E sulla differenza di genere.

Perché sulla differenza di genere?

Premetto che in Italia sono pochi gli istituti sia maschili che femminili. La quasi totalità delle donne sono  detenute all’interno di sezioni di istituti per uomini. Il che è fortemente penalizzante per le donne. Perché l’istituto penitenziario nasce ed è concepito per l’uomo e per le sue esigenze. La donna ha ben altri bisogni nell’organizzazione del suo quotidiano. Nell’apparente banalità della misura dello specchio, che è quello piccolo per la rasatura, riscontriamo la logica attuata per ogni altro oggetto, adottato o concesso in funzione delle esigenze dell’uomo. Ma anche nell’accesso ai benefici, le donne devono pagare un prezzo doppio. Il sistema dell’accesso al mondo del lavoro è rivolto prevalentemente al maschile. Tant’è che qui, negli ultimi dieci anni, solo due donne hanno usufruito di misure alternative.

Quanti sono i detenuti nel carcere di San Pietro?

I numeri possono variare da un momento, inoltre stiamo ristrutturando un’area ed una parte di detenuti è stata spostata. Il dato certo è che è sovraffollato. Siamo oltre la capienza ottimale e tollerabile. E non è tanto, o solo, un problema di spazio vitale a disposizione. Che è quello di cui spesso si discute. Ma anche di forte rallentamento dei servizi. È una condizione di sofferenza spaziale ma anche di sofferenza nel poter dare risposte ai bisogni.

In merito alla sua direzione, quali sono gli aspetti più significativi della sua esperienza nel suo modo di intendere ed interpretare il suo ruolo?

Io non ritengo di fare nulla di eccezionale. Perché noi siamo uomini dello Stato. Adempio al mio mandato. Poi è chiaro che ognuno in quello che fa ci mette quello che è. Io son portata ai rapporti interpersonali, sono poco burocrate e più diretta. Nel mio modo di vedere, a me basta la parola. All’amministrazione serve la carta. Sono portata a non limitarmi alle carte necessarie. Perdo giornate a chiacchierare con chiunque. Anche con i detenuti che vedo passare davanti alla finestra. Conosco la storia di quasi tutti. Poi magari non identifico la storia con il volto, perché sono tanti, però conosco il percorso familiare e personale di ciascuno.

Da quanto tempo dirige il carcere di Reggio?

Dieci anni. E posso dire che nessun direttore è rimasto a Reggio Calabria così a lungo.

Vorrebbe chiedere il trasferimento?

Mariaq Carmela Longo intervistata da Valeria Bellantonti


L’ho richiesto. Mi è stato detto di no. L’ho chiesto perché sono consapevole di pagare un prezzo elevato. Ma presa da un vortice di cambiamenti e progetti, da nuove cose da realizzare e da nuove sfide mi sono sempre lasciata coinvolgere, sono passati dieci anni e non me ne sono neanche accorta.

Ma adesso si è stancata?

Non è una questione di stanchezza, ma penso che -  e vale per tuttele professioni - quando hai realizzato quello che avevi in mente, quando hai assolto a quello che tu ritieni il tuo compito, arrivi il momento in cui o ti rinnovi o rischi di fare l’ordinario. E a me l’ordinario non piace, non basta. Prima di Reggio non sono rimasta a lungo in una sede. Realizzati i progetti e raggiunti gli obiettivi, ho sempre voluto cambiare. Tra l’altro, qui c’è l’aggravante dell’ambiente in cui il carcere si inserisce. Reggio, pur essendo la mia città, è una città difficile. Questo è un carcere difficile. Io ho la presunzione di dire che è il carcere più difficile d’Italia. Nessun mio predecessore è rimasto più di due anni.

Perché afferma che il carcere di Reggio sia il più difficile d’Italia?

Perché è inserito ina città difficile e lo stesso spessore dei detenuti è di non poco conto. La ‘ndrangheta reggina è la prima in assoluto. Qui abbiamo anche persone e situazioni che sono particolarmente osservate dalle forze dell’ordine, dalla magistratura, dalla stampa, dall’opinione pubblica.

Secondo lei esiste una reale possibilità di applicazione dei principi costituzionali di rieducazione della pena?

Si, esiste sicuramente, però anche il contesto ambientale ti condiziona fortemente. L’altro giorno il ministro è stato in visita al carcere di Bollate. Lì veramente si applica il principio costituzionale. Perché la struttura lo consente, perché il contesto territoriale/ambientale lo consente, perché c’è una rete istituzionale che lo consente. L’istituzione penitenziaria non è qualcosa di avulso dal resto solo perché circondato dalle mura. Il nostro ordinamento parla di rieducazione e di riabilitazione affidando il compito non all’amministrazione penitenziaria, ma all’intera società. Ognuno con il suo ruolo, con le proprie competenze e con le proprie possibilità. O c’è il contributo di tutte le forze, oppure non è realizzato il principio. Ci sono dei contesti territoriali dove è possibile. Ma anche in Calabria lo abbiamo avuto e mi riferisco al carcere di Laureana di Borrello. Perché lì, pur essendo inserito in un contesto territoriale difficile, le istituzioni, le associazioni, la Chiesa hanno realizzato una rete efficace che ha consentito di portare avanti un modello unico. Non in Italia ma in Europa.

Quindi quel modello virtuoso del carcere di Laureana di Borrello si può riprodurre?

Maria Carmela Longo


Esattamente. Però bisogna prendere prima coscienza di cosa sia il carcere e cosa è invece diventato in questo Stato. A quale ruolo assolve nella realtà. E per comprendere questo discorso dobbiamo guardare alla popolazione carceraria. Il carcere ospita una fetta di persone cha hanno compiuto una scelta di vita, il crimine. Di fronte a quella scelta lo Stato risponde adottando un regime consequenziale, che si chiama carcere duro, con una serie di restrizioni. Ma in carcere la maggior parte delle persone presenti sono imputate, devono ancora essere giudicate e non è detto che siano colpevoli. Poi c’è un’altra grossa fetta che è rappresentata da tossicodipendenti, stranieri emigrati, soggetti con gravi patologie di natura psicologiche per non dire psichiatriche, emarginati. Il carcere è diventato il contenitore di tutto il disagio complessivo sociale. La problematica immigrazione ha il carcere come unica soluzione, così come la tossicodipendenza, così come la povertà. C’è uno stato sociale che non offre soluzioni, o offre poco, e si risponde con il carcere perché il carcere è “aperto” a tutti. C’è questa grande commistione che ha importanti  ripercussionisul nostro lavoro e che ci impedisce di tarare sull’individuo un percorso riabilitativo.

È per questo ruolo sussidiario del carcere rispetto ai servizi sociali, che si parla di crisi del sistema penitenziario?

Non siamo di fronte a una crisi del sistema penitenziario. C’è una crisi dell’intero sistema giudiziario. Perché se è vero che la maggior parte dei detenuti è imputato è perché i processi vanno a rilento. Allora, è lì la causa del problema. Se questo non si verificasse non ci sarebbe lo stato di sovraffollamento attuale. Manca in Italia una linea di indirizzo politico preventivo e risolutivo del problema. Se non c’è un indirizzo politico che dà linee di intervento sul problema immigrazione, per esempio, e non vorrei essere fraintesa, avremo sempre un terzo della popolazione carceraria in più, vale a dire l’indice di sovraffollamento. In Italia non sono state trovate strade e percorsi praticabili per risolvere il problema dell’immigrazione ed abbiamo concepito i centri di prima accoglienza che, se possibile, sono peggio delle carceri, o il carcere. Una delle criticità che si registra all’interno delle carceri è determinata proprio dalla presenza degli stranieri. Sono aumentate le evasioni. Sono aumentati i gesti di autolesionismo o i tentativi di suicidio. Non esprimo giudizi sulla cultura dello straniero, me ne guarderei bene e non voglio essere fraintesa. Ma lo straniero ha una cultura diversa. È un mondo che entra in un altro mondo. La percezione del dolore è completamente diversa. Bisogna farsi carico di queste diversità. Così come  per i tossicodipendenti, che hanno problematiche personali, sanitarie e comportamentali condizionati dall’astinenza. La convivenza tra queste esistenze così diverse ed esigenze così diverse, crea conflitti. Se già nelle nostre famiglie litighiamo per il telecomando, immagini dieci persone completamente diverse che non si sono scelte che non hanno nulla in comune, costrette a convivere in uno spazio limitato, vedi che può venire fuori.

Come si dirimono i conflitti interni alle celle?

In questo, e non è riconosciuto a dovere, è immane il compito degli agenti della polizia penitenziaria. Per otto ore di servizio, sono impegnati nel contenere le conflittualità e le tensioni. Se il sistema penitenziario si è salvato finora, è grazie al lavoro degli agenti. È vero che sono aumentati i suicidi in carcere, ma sono aumentati nella società. Invece, non risulta da nessuna parte ed è un dato che nessuno registra,  il numero di quanti detenuti vengono salvati.

Qual è la percezione del detenuto nella società civile?

Siamo un popolo di forcaioli. Predichiamo la libertà, facendo leva sul nostro fondamento cattolico. Ma siamo un popolo di forcaioli che si fa facilmente condizionare dai giudizi di un’informazione massificata. Ora più che mai. Siamo fortemente condizionati anche dal modo in cui si presentano le notizie, dalla ricerca del torbido, dal desiderio di punire e vendicarsi a tutti i costi. E questo non ci porta da nessuna parte. Ma quale rieducazione ci può essere in questo clima? Chi ci può credere allora? Basta pensare alle modalità in cui viene data la notizia di un arrestoe la modalità in cui viene data, se viene data, la notizia di un rilascio o di un assoluzione. Anche la nostra amministrazione penitenziaria è condizionata dalla nostra cultura. Noi diciamo che chiunque possa essere recuperato, mai perdere la speranza. Chiunque può fare una scelta e cambiare. Ma cambiare da soli, senza avere gli strumenti di rielaborazione di un vissuto e di una sana progettazione futura, non si può.

La nostra società è preparata a un sentimento di accoglienza e di reintegrazione dell’ex detenuto?

Ci sono dei progetti pilota. Ma si parla di ex detenuto come di un soggetto in svantaggio sociale. Anche la legislazione statale ha una sua anomalia. La norma prevedere il percorso reinserimento di reintegrazione nel mondodel lavoro, ma lo Stato non assume persone con il certificato penale macchiato. È la più grande contraddizione. Tu, Stato, hai il mandato di recuperare e reintegrare, però poi non da te ma dagli altri. Pretendi dal privato che assolva un compito che tu non hai adempiuto.

Nella sua esperienza di direzione, ha riscontrato attenzione o distrazione da parte delle istituzioni nei confronti della detenzione?

Attenzione straordinaria. Ho lavorato nelle ricche Regioni del Nord e non ho trovato la stessa attenzione. Ho avuto la fortuna di trovare referenti istituzionali seri e con la volontà di cambiare. Questa amministrazione penitenziaria ha beneficiato di finanziamenti per moltissimi progetti da parte di enti che risultano disastrati. Quando tra persone vige una reciproca fiducia allora le cose si fanno ed i soldi si trovano. Voglio fare un’altra considerazione. Siamo in crisi economica ma i soldi ci sono. Un detenuto costa giornalmente 130 euro. La detenzione ha un costo sociale enorme. Se si prevenisse la commissione dei reati, non saremmo costretti ad addossarci un carico così imponente, oltre che doloroso. Durante un convegno, qualche giorno fa, qualcuno proponeva di stanziare cinquecento euro al mese per gli stranieri per consentirgli di comprarsi da mangiare. Ne è nata una polemica che ha visto molti scagliarsi contro questa misura assistenziale. Invece si accetta senza riserve che lo straniero, che è in carcere perché ha rubato per poter mangiare, ci costi, ogni giorno 130 euro. Allora, io dico che la rieducazione, indipendentemente dal fatto che si creda o no, in questo momento storico, conviene. Conviene investire sulla rieducazione perché sicuramente ha un costo inferiore a quello che stiamo sostenendo ora, se vogliamo ragionare in termini di bilancio tra costi e  benefici. A chi conviene mantenere questo stato di cose? Il problema così non lo risolviamo, lo stiamo solo spostando nel tempo. Fare uscire un detenuto che ha scontato la sua condanna, alle stesse condizioni in cui è entrato significa che abbiamo solo sprecato tempo e denaro. Non è servito a nessuno. Abbiamo solo sperperato le nostre risorse.

Durante questi dieci anni, c’è stato qualcuno o qualcosa, una storia, che l’ha segnata particolarmente?

C’è una storia, purtroppo drammatica, che ha determinato poi tutto il mio modo di lavorare, da quel momento in poi. Risale a quando ho preso servizio vent’anni fa. Era un detenuto straniero, peraltro piuttosto colto. Mi chiedeva sempre di parlare, ed io lo facevo più o meno giornalmente, anche perché non aveva nessuno qui in Italia. Mi raccontava delle sue vicissitudini, della sua storia, anche giudiziaria. Si sentiva innocente, perché per la sua religione doveva difendere il suo onore ed aveva commesso un delitto che invece in Italia è punito. Un giorno ero talmente presa dalla burocrazia, ero talmente sommersa di carte, che durante un colloquio fui particolarmente sbrigativa. Si è impiccato nella notte. Da allora ho avversione per le carte e sono disponibile con tutti, non guardo se ho tempo o meno e non mi nego più a nessuno. Anche a costo di mettere da parte me stessa o la mia famiglia.

Concludiamo con una riflessione sulle famiglie dei detenuti ed il rapporto tra genitori e figli durante la detenzione, come contenere il dramma?

La vera condanna non la pagano i detenuti. La pagano i loro affetti, le famiglie, i figli. L’ho spuntata, nella mia battaglia per offrire un minimo di condizioni strutturali con piccoli interventi. Ma siamo soggetti alle leggi e non possiamo fare di più. Per non parlare poi dei costi aggiuntivi che devono pagare le famiglie per questi colloqui fuori regione, dove spesso vengono spostati i detenuti a causa del sovraffollamento. E’ inconcepibile pensare che il padre, o peggio la madre, possano vedere il figlio quattro-sei ore al mese. O sentirli due volte al mese. Non si educa un figlio, non si cresce un figlio, con questa forte limitazione. È ovvio che il figlio ne risentirà. Dobbiamo chiederci che futuro vogliamo dare ai nostri figli. Vogliamo fare crescere ragazzi con l’odio nei confronti dello Stato e delle Istituzioni, con la rabbia dentro?