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Domenica, 20 Ottobre 2019

Don Puglisi? “Il polmone di Dio”

Presentato il libro “La sapienza del sorriso. Il martirio di don Giuseppe Puglisi”, scritto dall’arcivescovo di Catanzaro-Squillace Vincenzo Bertolone, postulatore della causa di canonizzazione di don Pino Puglisi. Tra i partecipanti: il fondatore di Libera don Luigi Ciotti, che, arrivato Presentato il libro “La sapienza del sorriso. Il martirio di don Giuseppe Puglisi”, scritto dall’arcivescovo di Catanzaro-Squillace Vincenzo Bertolone, postulatore della causa di canonizzazione di don Pino Puglisi. Tra i partecipanti: il fondatore di Libera don Luigi Ciotti, che, arrivato da Parigi nel capoluogo catanzarese, ha subito catturato l’attenzione di tutti: “È bene interrogarsi sul perché da 400 anni esiste la camorra, perché da 200 cosa nostra, da 100 la ‘ndrangheta. Ma non sono le mafie l’unico male, la massoneria e la corruzione bianca non sono da meno. Lo stesso papa Francesco nel 1991 in Argentina aveva scritto un testo nel quale definiva come una putrefazione, una puzza, la corruzione. Dobbiamo considerare che il problema più grave non è solo di chi fa il male, ma di quanti guardano e lasciano fare. Di chi vede e si gira dall’altra parte. Ringrazio l’arcivescovo per aver raccontato don Pino in modo così intelligente ed autentico. Don Puglisi è stato il polmone di Dio. Di lui non dobbiamo mai dimenticare la sua dimensione educativa, il suo insegnamento era fondato sull’ascolto più che sulle parole, era quello di accompagnare ciascuno a scoprire la propria diversità, la propria libertà, senza pressioni ne condizionamenti, stimolati dal confronto con le grandi domande della vita. Aveva il dono della parresìa, del parlar chiaro e lo testimoniava con un’incredibile capacità di tenere sempre le porte aperte a chiunque. Per lui contava che le persone imparassero lo stupore, capissero che è l’io in funzione della vita, non la vita in funzione dell’io. Dobbiamo interferire ogni qual volta viene calpestata la vita delle persone, per contrastare quella peste di cui il cardinale Martini parlava tanti anni fa. Non esistono preti antidroga, preti antimafia, preti di strada, i preti sono preti e basta, con passione e al servizio del prossimo. Preti come don Italo Calabrò, che a Reggio Calabria, d’accordo con i Tribunali, nascondeva i figli delle famiglie in faida portandoli per tutt’Italia. Alcuni di questi ragazzi li nascosi anch’io a Torino. Un giorno glielo chiesi dove aveva conosciuto quel mondo di sofferenza e lui mi disse sinceramente: nel confessionale. Ecco perché la Chiesa ha anche un ruolo così importante”. Decisivo nella relazione di don Luigi il richiamo mafioso alla simbologia religiosa: “Ricordo l’incontro con la moglie di Totò Riina, io ci andai nella chiarezza di un mandato, senza fare sconti a nessuno, nella ricerca della verità... Tornata a Corleone, temeva si aprisse una guerra di mafia per la successione, e incontratomi mi disse: Parrino io sono cresciuta nell’azione cattolica … ed io le risposi stupito: ah anche lei signora…anch’io, solo che abbiamo preso strade un po’ diverse… Ancora Bernardo Provenzano, che come fosse in una liturgia, concludeva i suoi pizzini scrivendo “Il Signore vi benedica”. Gridiamolo – continua - che il Vangelo non centra niente con le mafie e con l’area grigia che fa affari sulla nostra pelle. Non sentiamoci mai a posto. Chiediamo a Dio di darci una pedata. Un cristiano può intervenire con la preghiera, per questo non venga mai meno la speranza. Questa è una società che si preoccupa dei ragazzi ma nonse ne occupa. E’ una vergogna il gioco d’azzardo. Si sa che una parte dei proventi è in mano alle mafie. C’è bisogno di una legge a riguardo, così come sulla corruzione, sui testimoni. La legge sull’uso sociale dei beni confiscati va migliorata. Da vent’anni aspettiamo una legge per i reati contro l’ambiente, sui familiari delle vittime. Quegli stessi familiari che a Palermo nel carcere dell’ Ucciardone vanno a trovare iragazzi che hanno tolto loro i beni più grandi, i propri figli. L’amore ed il perdono di una madre colpita danno la vera libertà. Dio bussa al nostro cuore e aspetta paziente che qualcuno lo accolga. Telefoniamogli più spesso, non paghiamo neanche la bolletta”. Monsignor Bertolone chiosa la densità del pomeriggio trascorso invitando a sentirsi comunità: “Le mafie sono un problema internazionale. Tutto deve essere trasparente davanti a Dio. Se vogliamo cambiare, dobbiamo ricorrere a tre C, dobbiamo essere cristiani, coerenti ad ogni costo e credibili. Il buon esempio affascina, ma anche il male affascina, se non c’è altra alternativa, noi rappresentiamo quell’alternativa, uomini e donne capaci di sognare”. Ad avviare il dibattito, invece, dopo i saluti introduttivi di mons. Giuseppe Silvestre, che ha ospitato l’evento, erano stati gli interventi dell’avvocato Nunzio Raimondi, preside dell’Istituto superiore di scienze penalistiche, secondo cui “il beato Puglisi testimonia la tangibilità della giustizia quotidiana, un esempio di chiesa che fa tremare l’avversario e che può costituire una iattura per l’humus criminale”, e del prof. Nicola Fiorita, docente di diritto ecclesiastico e canonico, che ha posto, invece, l’accento sull’importanza del testo di mons. Bertolone, “uno strumento che dà slancio alla coscienza ecclesiale per l’evoluzione della Chiesa sul tema. Una Chiesa che deve proporre una vera e propria pastorale, che riesca ad arrivare agli ultimi e sappia parlare ai mafiosi”.