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Martedì, 20 Novembre 2018

Le stelle viste dal carcere e la paura dell’altro

Editor e scrittrice: Rosella Postorino è l’autrice de Il corpo docile edito da Einaudi Stile Libero. Nata a Reggio Calabria, scrittrice di libri di  successo, apprezzati da pubblico e critica, Rosella definisce così la scrittura “Penso che non saprei che cosa fare di me se non scrivessi. Ogni volta che finisco un romanzo mi manca la terra sotto i piedi, mi sento spoglia, senza obiettivo, e ho paura”.

La scrittice Rosella Postorino



Il corpo docile racconta una storia intensa, profonda, scomoda. Dolcissima. Che esplora l’inesplorato. Seguendo la vita di Milena, la protagonista, varcheremo i muri della prigione di Rebibbia. Entreremo nell’intimità delle celle. Culle di figli innocenti di madri colpevoli. E scopriremo le due facce della libertà. Conquista e minaccia. Con Rosella Postorino parliamo del suo romanzo. Ma anche del suo lavoro di editing per Einaudi e della sua vita altrove. Dove la porta il cuore.

Il suo ultimo libro, Il corpo docile, ci conduce dentro la storia e l’anima inquieta di Milena, nata in carcere perché figlia di unadetenuta di Rebibbia. Da cosa nasce questo personaggio? Perché ha scelto il carcere come luogo del racconto di vite ai margini di una società sorda alle grida di dolore della condizione della segregazione?

C’è una prigione in ogni mio romanzo, forse in ogni mio testo. La gabbia – del corpo, della famiglia, del lavoro, della malattia, del clan, della colpa come stato inevitabile – è la condizione di tutti i miei personaggi, che lottano per conquistare una libertà anche parziale, pagando sempre un prezzo molto alto, che passa sui loro corpi. È difficile essere liberi, per chiunque. Non credo a quelli che dicono che c’è sempre una scelta possibile. La scelta è molto spesso obbligata, dipende da fattori che esulano dalla buona volontà o dall’ostinazione alla felicità di ciascun individuo. Non è pessimismo, è semplicemente tentare di attribuire in modo corretto le responsabilità. Questa è la società dove ogni colpa ricade sul singolo: il fallimento, la povertà, la solitudine, il disagio psichico. Il carcere è il punto estremo di questo meccanismo perverso. Separando i giusti dagli ingiusti, esonera chi è fuori dalla responsabilità di chi è dentro. Invece chi è dentro è responsabilità nostra. Una società che non sa dare risposte ai più deboli e li confina in carcere non fa che svuotarsi la coscienza creando un ghetto dove ammassare i suoi scarti, che per due terzi sono infatti extracomunitari e tossicodipendenti. Nonostante la retorica del valore della vita umana, è difficile – dentro e fuori dal carcere – sentirsi trattati come esseri umani.

Nella vita di Milena i ricordi della vita dentro le mura sono scanditi dal legame simbiotico con la madre e con Eugenio. Anche lui figlio di Rebibbia e suo compagno di vita da sempre. Sono ricordi di un’infanzia negata. Dolorosa. Di stelle immaginate per prendere sonno. Di stelle mai viste. Sono ricordi di un’infanzia felice solo in cella. Perché in cella c’è la madre. E il fuori è una minaccia di distacco. A tre anni la libertà non è una conquista ma una privazione. E così che i bambini di Rebibbia covano la paura. Il libro è intriso di emozioni forti. Che entrano in punta di piedi ma che lasciano il lettore disarmato. E protetto dalla forza di sentimenti puri. Come ha affrontato questa ricerca emozionale e quali sono le sue personali emozioni rispetto alle vicende del libro?

Ho provato a immaginare come potesse crescere e diventare donna una persona che è nata in carcere, nel luogo in cui si è rinchiusi per essere puniti, nel luogo dell’esclusione per eccellenza, nel luogo dove si diventa invisibili, dove ogni desiderio è disatteso, dove si è privati di tutto. È vero che Milena – come accade ai figli delle detenute che nascono e vivono in carcere con loro – ha lasciato la casa circondariale di Rebibbia a tre anni, perché così succede per legge. Ma come può influire sul nostro percorso di esistenza aver vissuto in galera i mille giorni più importanti per lo sviluppo della nostra personalità? Milena ha scontato una pena senza avere colpa – l’ingiustizia per antonomasia – o solo la colpa di essere figlia di una detenuta.

"Tu sai di un posto chiamato prigione?" Progetto fotografico realizzato da Imma La Salvia



È una specie di peccato originale, o la conferma che l’eredità dei genitori si riversa irreparabilmente sui figli. Come fai, se sei stata vittima di un’ingiustizia così palese, a credere che il mondo possa essere giusto, che non sia sempre una minaccia? Che vuol dire aver vissuto in simbiosi con tua madre – perché è lei tutto quello che hai, e soprattutto sei tu l’unica cosa che lei ha – e a tre anni essere allontanata senza capire perché? Come ci si libera da questo senso di abbandono, di perdita? Ho provato a immaginare tutto questo raccontando la storia di una donna che non è mai entrata nella vita. Che una volta uscita dalla prigione, è finita nella prigione familiare. Si è creata una gabbia su misura, per proteggersi. Milena si nasconde nel suo quartiere ai margini della città e non conosce altro mondo lontano da Rebibbia. E quando scopre per la prima volta il desiderio verso un uomo, sente una forza spingerla lontano da lì, persino da sé, e ha paura. La prigione è un alibi per non mettersi mai a nudo, per non mettersi in gioco. Milena sente il carcere come una tara, un segreto che Lou Rizzi non deve scoprire. Lui la desidera, proprio lei che è stata uno scarto, una colpevole, fin dal primo vagito. Lei non crede di avere il diritto di desiderarlo, e nello stesso tempo la violenza di questo desiderio per lui la manda in frantumi, è un terremoto. Ai miei occhi Milena è il punto limite della paura che ciascuno di noi ha nei confronti dell’altro. La paura di non essere accettati e insieme il bisogno di essere riconosciuti per ciò che siamo. La paura di essere talmente vulnerabili da poter soccombere e insieme il bisogno spietato di toccare gli altri, di farsi toccare, di sentire il conforto dei corpi che si toccano e così s’illudono – o scoprono – di non essere soli.

Nella vita di Milena, irrompe, a ventiquattro anni la figura di un giornalista distratto. Lui potrebbe pubblicare un servizio sull’associazione che si occupa dei bambini di Rebibbia, dove lei è volontaria. Un giornalista che le dice ti amo. Un amore condiviso, che lei non sa gestire e distrugge. In fondo sua madre ha fatto il carcere per un amore. Tradito. Milena non sa vivere l’amore. Cosa è l’amore per chi nasce e vive in una cella. Sperando di tornarci?

Milena non è tornata in carcere come sperava da bambina, per stare ancora con la mamma, ma ha costruito la sua esistenza all’insegna di quell’imprinting. Non posso sapere che cosa sia l’amore per chi nasce e vive in una cella, nel romanzo ho però provato a immaginarlo. Per Milena è un confine sottile tra protezione e violenza.

La scrittrice Rosella Postorino



È l’amore totalizzante della (e per la) madre, e la distorsione di questo amore nel possesso, nel ricatto, nella reificazione. Per Milena la fragilità intrinseca del corpo umano, questa facilità con cui può essere abbattuto – «basta un niente», dice, «siamo pieni di armi» – la possibilità insomma di uccidere e di morire per mano d’uomo, rende l’amore un evento sconvolgente, pericolosissimo: è consegnarsi all’altro, è affidarsi. La violenza che fa parte dell’umanità è insostenibile, per Milena, e nello stesso tempo le sembra l’unico spazio in cui è possibile essere nudi,  in cui ogni debolezza è tollerata, ogni vergogna, proprio perché questo fa parte del gioco: è previsto. Non esiste violenza senza la vulnerabilità, non esiste mortificazione senza la vergogna. E allora, nella violenza, essere deboli e vergognarsi non è più qualcosa da nascondere. Se amare – e lasciarsi amare – significa rendersi vulnerabili, mettersi a nudo, pensa Milena, allora significa anche esporsi alla violenza. Cessare di proteggersi, spezzare le sbarre della gabbia che è però il suo rifugio, il suo nido: terribile, ma pur sempre un nido.

Marlonbrando è il figlio di una rom che a tre anni dovrà tornare nel campo. Vive in carcere con Ivona, sua madre. Milena se ne occupa come se fosse figlio suo. Tanto da nasconderlo quando Ivona scapperà dal carcere. In questo desiderio di occuparsi degli altri figli di Rebibbia, c’è un tentativo di redenzione di colpe non commesse?

Milena vede in Marlonbrando se stessa. Sa che Marlon sta per essere separato da sua madre e vorrebbe tutelarlo da questo strappo, che in lei non si è mai ricucito. Vuole sottrarlo alla «rovina delle madri» e invece diventa per lui una madre scellerata. Non sa maneggiare nemmeno questo amore e non sa fare la cosa giusta. Non sa che cosa sia giusto, non è riuscita a impararlo. Alla fine è la madre di Marlon – dissennata anche lei – a salvarlo. Alla fine la resa è di fronte alla consapevolezza che non si può salvare definitivamente nessuno, che ci si può solo mettere in gioco: non si può «non vivere per paura che magari ci muori», come le dice Eugenio.

Il corpo docile ha un valore letterario intrinseco ed una cifra stilistica contemporanea e coinvolgente. Con una valenza estetica del tutto caratteristica. È un libro che si legge d’un fiato, che ti fa innamorare dei personaggi. Che non commuove, intenerisce. E inquieta. E conduce, naturalmente, nella complessità e nelle sfumature delle personalità che si intersecano nelle storie. Così come nei luoghi decadenti in cui si sviluppano. Ritiene che il suo libro possa provocare, in Italia, una riflessione sulla condizione della vita carceraria ed in particolare su quella subita dai bambini, figli di colpevoli, figli innocenti?

Mi piacerebbe molto che fosse così. Quando ho scoperto che c’erano bambini che vivevano in galera con le loro madri ci ho pensato per giorni, per mesi.

“Tu sai di un posto chiamato prigione?” Progetto fotografico realizzato da Imma La Salvia



La retorica dell’innocenza dei bambini contraddetta dalla loro reclusione. Neonati carcerati: persino scriverlo è terribile. Tramite l’associazione «A Roma Insieme», fondata da Leda Colombini, che da vent’anni si occupa dei bambini detenuti e delle loro madri, ho potuto partecipare ai «sabati di libertà»: ogni settimana, nessuna esclusa, un pulmino attraversa il portone blu del carcere femminile di Rebibbia e prende a bordo i bambini per portarli fuori, al mare, in campagna, al maneggio, ovunque ci sia la possibilità di conoscere i suoni gli odori e i colori che in carcere sono negati, che semplicemente quei bambini ignorano. È stato anche grazie a quest’esperienza così forte che ho potuto scrivere il mio romanzo. Come Milena spera di dar voce a chi non ce l’ha, ossia i figli di Rebibbia, attraverso il servizio giornalistico di Lou Rizzi, anche io spero di dare il mio contributo a un tema che mi preme da molto tempo.

Lei è giovane, è calabrese, è una scrittrice di successo. I suoi libri hanno ricevuto premi e riconoscimenti di altissimo livello. Cosa rappresenta per lei la scrittura?

Una volta, parlando dell’opera di Agota Kristof, ho detto che la scrittura è un vaccino. Per permetterti di sopravvivere ti inietta una dose di veleno, nella speranza che siasopportabile. Penso che non saprei che cosa fare di me se non scrivessi. Ogni volta che finisco un romanzo mi manca la terra sotto i piedi, mi sento spoglia, senza obiettivo, e ho paura. Perché la potenza della scrittura si compie tutta nel gesto di scrivere. Il resto che ne deriva, per quanto bello – penso soprattutto al rapporto con i lettori – non è mai all’altezza di quel senso di pienezza.

Oltre al suo lavoro di scrittrice, ricopre anche il ruolo di editor per Einaudi. Viste da dentro, che momento stanno vivendo le case editrici italiane? E che differenza di approccio c’è se scrive in prima persona rispetto al lavoro di editing per i libri di altri?

Sono due cose totalmente diverse e infatti spesso non hanno relazione: la maggioranza degli scrittori non fa l’editor, molti editor non scrivono. Non si tratta di una differenza di approccio, sono proprio due attività separate e che bisogna aver cura di tenere distinte, anche nell’immaginario, intendo. Io volevo scrivere a dodici anni, mentre ho scoperto che cosa fosse un editor dopo la laurea. Fare l’editor significa ascoltare i libri altrui, provare a coglierne il potenziale e, se lo si coglie e si sceglie di pubblicare il libro, tentare attraverso il lavoro di editing di far esplodere quello stesso potenziale, confrontandosi con franchezza, entusiasmo, determinazione e delicatezza con l’autore. L’editing è figlio dell’amore per la lettura e per i libri come compagni di vita. La scrittura è un’altra cosa. È figlia di un’attitudine a filtrare il mondo attraverso la narrazione. Ci sono cose che non avrei capito, che non sarei riuscita a pensare, se non avessi scritto. Inventare una storia, ossia congegnare una menzogna, è il mio modo naturale per scoprire una verità, sugli altri e su di me, sul mondo.

Che ricordi ha della sua vita in Calabria e che legame conserva con questa terra? Il suo vivere altrove è un esilio intellettuale?

I miei ricordi della vita in Calabria sono edenici come quelli di ogni infanzia. Vivo a Roma da quasi dodici anni, ma non è un esilio. Ho scelto questa città per amore e qui faticosamente ho provato a costruire la mia strada. Andarsene è indispensabile per crescere. Non voglio dire che sia una regola, dico che nella mia vita è stato così. Oggi credo che casa mia sia dove posso scrivere, e sentire di vivere con dignità.

http://www.einaudi.it/libri/libro/rosella-postorino/il-corpo-docile/978880619664

http://www.einaudi.it/speciali/Rosella-Postorino-Il-corpo-docile

Il “chi è” di Rosella Postorino (Reggio Calabria, 1978): ha esordito con il racconto In una capsula, incluso nell'antologia Ragazze che dovresti conoscere (Einaudi Stile Libero 2004). Ha pubblicato i romanzi La stanza di sopra (Neri Pozza 2007, selezione Premio Strega, Premio Rapallo Carige Opera Prima), L'estate che perdemmo Dio (Einaudi Stile Libero 2009, Premio Benedetto Croce e Premio speciale della giuria Cesare De Lollis), la pièce teatrale Tu (non) sei il tuo lavoro (in Working for Paradise, Bompiani 2009) e Il mare in salita (Laterza 2011). Il suo ultimo romanzo è Il corpo docile (Einaudi Stile Libero 2013).