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Sabato, 29 Febbraio 2020

Una rinnovata commistione fra fede e politica: vera novità degli “anni Venti” del secondo millennio?

Mi sembra che uno dei fattori davvero più rilevanti fra quelli che emergono dall’anno duemila in poi e che – se le cose andranno come pare – potrebbe

caratterizzare in particolare gli anni Venti di questo secondo millennio dopo Cristo, è la “commistione” fra sacro e profano, fra fede e politica. Naturalmente si tratta di un fenomeno antico, anzi antichissimo, con cui da sempre facciamo i conti, ma che – per le forme in cui oggi si manifesta – appare singolare e particolarmente pericoloso.

Fra i molti aspetti che la questione implica, si segnala qui il perenne rischio di “strumentalizzazione religiosa della politica” e, specularmente, di “strumentalizzazione politica della religione”.

Sotto il primo profilo (“strumentalizzazione religiosa della politica”), è emblematica, per esempio, la continua tentazione – ché di tentazione si tratta! – di tutti i culti, ed in particolare della Chiesa cattolica italiana, di usare lo Stato ai propri fini (finanziamento delle scuole cattoliche nonostante l’art. 33 della Costituzione, quota di imposta sui redditi Irpef c.d. 8x1000, ecc.). Come dimenticare, del resto, l’indiretto sostegno offerto, negli anni ’90 del secolo scorso, dall’allora Presidente della Conferenza Episcopale Italiana cardinal C. Ruini al Premier dell’epoca, S. Berlusconi, e l’“apertura di credito” che lo stesso prelato, ormai senza incarichi, ha fatto qualche mese fa a favore di M. Salvini e della Lega, fiutandone il successo?

            Anche sotto il secondo aspetto (“strumentalizzazione politica della religione”) gli esempi si sprecano: basti pensare, da ultimo, a quanto fatto sempre da M. Salvini, quando ha affidato l’Italia, durante un comizio, al “cuore immacolato di Maria”, per di più ostentando un rosario (cosa ripetuta in molte altre occasioni), nella presunzione di accattivarsi la simpatia di una parte dell’elettorato cattolico.

            Sciaguratamente la questione è strettamente connessa all’emergere, in un crescendo preoccupante, di correnti integraliste e fondamentaliste di forte opposizione a Papa Francesco e al suo messaggio di Dottrina sociale della chiesa, chiaramente ecologista e avverso al neocapitalismo. La presenza, non sempre silenziosa, di un ex-Papa (Benedetto XVI) purtroppo non aiuta: l’opposizione non più strisciante a Papa Francesco va, quindi, da molti cardinali conservatori alle tradizionali correnti di pensatori preconciliari, fino ad arrivare addirittura ai “sedevacantisti”. V’è un rischio non tanto di scisma formale, quanto di una dolorosa frattura reale interna alla Chiesa. Ma quel che è peggio, in un quadro così deteriorato, è appunto la commistione – gravissima e pericolosa – fra fede e politica, che accomuna non del tutto a torto ma certo semplicisticamente le correnti religiose preconciliari alla destra politica e quelle religiose postconciliari alla sinistra politica. Si tratta di un effetto diabolico cui bisognerebbe non abboccare e la cui prima e vera vittima è proprio la religione cattolica, nella sua più autentica dimensione – profondamente incarnata, ma mistica e metapolitica – che viene invece strumentalizzata ora di qua ora di là.

Capiremmo poco del fenomeno se pensassimo che riguarda solo la Chiesa cattolica e solo l’Italia. La questione cui qui si accenna purtroppo è legata alla crescita dei fondamentalismi, che hanno ormai un carattere paradossalmente universale o, forse sarebbe meglio dire, diffuso. La loro espansione globale – che coinvolge gli Stati e inevitabilmente contamina la politica – è una tendenza fin troppo evidente.

Non deve pensarsi, infatti, solo al fondamentalismo “islamico”, favorito dall’intransigenza di buona parte dei regimi politici e degli ordinamenti che a quell’antropologia religiosa fanno riferimento (turchi, arabi, persiani, indonesiani…). Tale fondamentalismo si è clamorosamente affermato con l’attentato terroristico alle torri gemelle di New York del 11 settembre 2001 e perdura fino ai nostri giorni con gli attentati di Madrid, Londra, Parigi, ecc., ma è diffuso un po’ dovunque, dal Kenia alle Filippine. Semplificando, ma non sbagliando del tutto, si dice che l’Islam – che esprimeva una cultura sostanzialmente tollerante e rinascimentale durante il Medioevo cristiano – sta ora conoscendo, e facendo i conti, con il suo Medioevo.

Esiste anche un fondamentalismo “cristiano”: dalle forme soft del conservatorismo protestante incapace di una lettura storico-critica della Bibbia (al punto da rifiutare l’evoluzionismo scientifico) alle sette (pseudo-cristiane) razziste, nativiste, antisemitiche; dall’intolleranza anti-ecumenica di significative componenti delle Chiese ortodosse, spesso chiuse e nazionaliste (e anche di questo, per esempio, si fa forte V. Putin), fino ad arrivare a fenomeni hard come le stragi (ben 77 morti) del 22 luglio 2011 ad Oslo e sull’isola norvegese di Hutøia, compiute da un esaltato – riconosciuto però sano di mente! – autodefinitosi progressivamente cristiano protestante, anti-papista, anti-islamista, anti-multiculturalista, poi  fascista, nazionalsocialista e, da ultimo, seguace di Odino.

Ma esiste anche, e da sempre, un fondamentalismo “ebraico”. Il risvolto politico si può rintracciare, fra l’altro, nell’attuale evoluzione del nazionalismo sionista. Ricordo che Israele – la cui società, in realtà, è multietnica, multiculturale e multireligiosa – si auto-definisce però uno “Stato ebraico e democratico”. Dunque, parrebbe, sempre più caratterizzato dall’elemento religioso/confessionale, con tutto ciò che di potenzialmente intollerante ciò comporta.

Ed esiste pure un fondamentalismo “induista”, che sappiamo – dimenticando la mirabile lezione del Mahatma Gandhi – storicamente ha generato molti conflitti. Basti pensare, da ultimo, all’attuale politica del Primo ministro indiano Narendra Modi, fondata sull’enorme forza del partito nazionalista indù, contro le minoranze (in particolare musulmana e cristiana) e mirante a creare uno vero e proprio Stato indu`.

È inutile fare altri esempi: qualunque fondamentalismo religioso, con le sue gravi implicazioni politiche (l’insistenza sui temi identitari, nazionalisti, sovranisti) – insieme alla ricordata “doppia strumentalizzazione” (religiosa della politica e politica della religione) – rischia di generare un effetto esplosivo e dannoso per tutti, Stati e Chiese, distruggendo la cultura della tolleranza e del pluralismo faticosamente costruita nel corso di lunghi anni dal costituzionalismo laico, liberaldemocratico e personalista.

Se si analizasse in modo adeguato il valore universale della libertà di coscienza si scoprirebbero le radici “religiose” dello Stato “laico” – che non a caso anni fa segnalavo – e si riuscirebbe a distinguere più nettamente, nell’interesse di tutti, fra sacro e profano, fede e politica. In un mondo sempre più globalizzato non ci sono altre strade per convivere “fra diversi”.